Fonti rinnovabili e Cer: italiani interessati all’autoproduzione energetica

Nonostante l’Italia sia al centro di importanti iniziative per la transizione verde, tra i cittadini emerge un senso di insoddisfazione diffusa. Due italiani su 3 ritengono che si stia facendo troppo poco per agevolare la diffusione delle energie rinnovabili. Una distanza che, se colmata, potrebbe liberare un enorme potenziale di innovazione sociale, economica e ambientale.

Di fatto, tra gli italiani è molto diffuso il desiderio di produrre energia pulita in autonomia (58%), e cresce il consenso (87%) verso le comunità energetiche (Cer), le iniziative di condivisione dell’energia pulita tra cittadini.
Tuttavia, l’accesso a tecnologie come il fotovoltaico e alle Cer è ostacolato da barriere percepite come ancora troppo alte. Prima fra tutte, il costo iniziale e la complessità burocratica. Emerge dallo studio condotto da Imc Holding.

Diventare prosumer: consumatori e produttori di energia

Solo il 18% degli intervistati si definisce ‘molto informato’ (il 42% ‘abbastanza’), e il restante 40% ammette di avere poche (30%) o nessuna (10%) informazioni in materia.
Analogamente, le comunità energetiche rinnovabili sono note solo al 25% del campione. Il 50% ne ha sentito parlare e il 25% non le conosce affatto.

Eppure, la voglia di attivarsi in prima persona rimane alta. Il 58% degli italiani dichiara di voler autoprodurre energia rinnovabile (ad esempio, installando pannelli solari in casa), mentre un ulteriore 30% è interessato ma desidera più informazioni.
Solo il 12% non è attratto dall’autoproduzione. 
In sostanza, la maggioranza vorrebbe diventare prosumer, consumatori-produttori di energia, sia per ridurre la bolletta sia per contribuire alla tutela ambientale.

Obiettivo: risparmio, sostenibilità, indipendenza

Risparmio economico (72%), sostenibilità ambientale (61%), maggiore indipendenza energetica (35%) sono considerati i principali benefici delle rinnovabili. Tali aspettative positive alimentano l’entusiasmo verso soluzioni come il fotovoltaico domestico e le comunità energetiche.
Di contro, emergono fattori che ne frenano l’adozione su larga scala. Gli ostacoli principali percepiti sono i costi iniziali elevati (64%), la burocrazia delle procedure (46%) e la carenza di informazioni (32%).

Molti cittadini menzionano proprio ‘costi’, ‘burocrazia’, ‘poca chiarezza’, ‘incentivi poco chiari’ e ‘tempi lunghi’ tra i timori concreti.
In altre parole, anche se esistono incentivi pubblici, vengono spesso percepiti come poco accessibili o comprensibili a causa di iter complessi.

Prevale la percezione di essere in ritardo

L’83% degli italiani ritiene che la spesa energetica incida molto (39%) o abbastanza (44%) sul bilancio familiare. Solo il 15% la giudica poco gravosa e appena il 2% per niente. Questo onere rafforza l’urgenza di soluzioni come l’autoproduzione e la condivisione dell’energia.
Il 41% aderirebbe senza esitazione a una comunità energetica nella propria zona, e un altro 46% lo farebbe se avesse più informazioni. 
Solo il 13% rimane scettico o non interessato.

Nonostante l’entusiasmo ‘dal basso’, prevale però la percezione che il Paese sia in ritardo. Il 65% ritiene che l’Italia non stia facendo abbastanza per promuovere le rinnovabili, contro il 23% convinto del contrario.
Molti cittadini giudicano quindi l’impegno nazionale ancora insufficiente rispetto alle aspettative.

Competenze green: richiesti dalle imprese 8 profili su 10

Nel 2024 la domanda di lavoratori con attitudine al risparmio energetico e formati alla sostenibilità ambientale è aumentata di 1,2 punti percentuali rispetto all’anno precedente, arrivando a oltre 4,4 milioni di assunzioni. L’80,6% del totale delle entrate programmate.
Per il 42,9% dei profili ricercati la competenza green è ritenuta necessaria con un grado elevato. E oggi interessa 8 assunzioni su 10. 

Lo evidenzia l’ultima edizione del volume ‘Le competenze green’, a cura del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, realizzato in collaborazione con il Centro Studi delle Camere di commercio G. Tagliacarne.
Lo studio fa parte del Programma nazionale Giovani, donne e lavoro, cofinanziato dall’Unione europea in occasione della Giornata mondiale della Terra.

I settori con maggiore richiesta

L’attitudine green è necessaria per gran parte dei mestieri legati al comparto dell’edilizia, quali, ad esempio i tecnici delle costruzioni civili (competenze richieste con elevata importanza al 66,6% delle entrate) e i tecnici della gestione dei cantieri edili (65,7%).
Ma non solo: questa competenza è decisiva ai fini dell’assunzione anche di tecnici meccanici (67,1%), specialisti in scienze economiche (66,4%), ingegneri energetici e meccanici (65,6%).

I risultati del Sistema Informativo Excelsior mostrano però che le difficoltà di reperimento delle imprese sono in costante aumento, e nel 2024 hanno riguardato il 47,8% del totale delle assunzioni programmate.
Inoltre, crescono all’intensificarsi dell’importanza con cui sono richieste le competenze green.

Cresce la difficoltà di reperimento

Quando è richiesta l’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale si rileva una difficoltà di reperimento pari al 49,4% delle entrate, quota che arriva al 51,5% nel caso siano necessarie con elevato grado di importanza.

In particolare, il possesso dell’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale è considerata fondamentale per l’assunzione a prescindere dal livello di istruzione. Le richieste maggiori si osservano per il personale con una formazione tecnologica superiore, dove è necessaria per il 90,2% delle entrate con un titolo ITS Academy, ma la domanda rimane elevata anche per chi è in possesso di qualifica o diploma professionale (85,3%), laurea (84,3%) o diploma di livello secondario (82,7%).

Lauree e diplomi associati a un’attitudine green più elevata

Tra gli indirizzi di laurea cui è associata una più elevata domanda di attitudine green si evidenziano gli altri indirizzi di ingegneria, scienze biologiche e biotecnologie, ingegneria industriale, ingegneria civile e architettura, agrario, agroalimentare e zootecnico e scienze della terra.

Tra gli ITS sono più richieste le competenze green negli ambiti dell’energia, sistema casa e ambiente costruito, sistema moda, chimica e nuove tecnologie della vita.

Benessere, salute, stili di vita: healthy e sano non sempre coincidono

Lo ha scoperto la WIN Worldview Survey, l’indagine globale sullo stato di salute percepito e gli stili di vita, svolta in Italia con il contributo di BVA Doxa: sentirsi sani non equivale necessariamente a vivere in modo sano. Tra ciò che le persone credono riguardo al proprio benessere e le loro effettive abitudini quotidiane emerge una distanza significativa.

In Italia, ad esempio, il 79% della popolazione si considera in buona salute, ma questo dato si scontra con livelli preoccupanti di stress, sedentarietà e uso di farmaci. E a livello globale, sebbene molti Paesi vantino una percezione ottimistica della propria salute, fattori come disuguaglianze educative, digitali e socioeconomiche continuano a minare il benessere reale.

In un’epoca in cui il benessere personale è al centro del dibattito pubblico, dalla crescente attenzione alla salute mentale al boom del wellness, emerge una realtà complessa e spesso contraddittoria.

Un ottimismo soggettivo che non riflette abitudini salutari

A livello globale, il 75% delle persone si considera in buona salute, un dato stabile dal 2018, ma questo ottimismo soggettivo non sempre riflette abitudini salutari.
In Italia la percezione è ancora più alta (79%), ma varia significativamente con l’età, dall’85% degli under25 si scende al 69% tra gli over64.

Non emergono differenze rilevanti tra Nord e Sud Italia, ma al Centro la percentuale cala leggermente al 75%.
Tuttavia, il livello di istruzione risulta determinante: il 21% di chi possiede un master o un dottorato si considera ‘molto sano’, contro il 14% di chi ha solo l’istruzione di base.

Italiani stressati e insonni

Nonostante una percezione di salute generalmente alta, lo stress colpisce circa il 38% degli italiani, con picchi tra le donne (47%) e i giovani sotto 34 anni (50%).

Anche la qualità del sonno è compromessa: solo il 51% degli italiani afferma di dormire bene, sebbene al Centro la percentuale salga al 56%. L’uso di farmaci prescritti coinvolge un italiano su tre, con un chiaro aumento nella fascia over 64 (69%).
A livello globale, il 35% delle persone ricorre all’automedicazione, soprattutto i giovani sotto 44 anni e chi ha un basso livello di istruzione. Un fenomeno più diffuso in Paesi come Marocco (39%) e Pakistan (36%), e quasi inesistente in Vietnam (5%) e Norvegia (2%).

Poca attività fisica e abuso di schermi

Il 50% della popolazione mondiale riconosce gli effetti negativi dell’uso eccessivo della tecnologia sulla salute fisica e sulla qualità del sonno. Un terzo riferisce conseguenze sulla salute mentale, con il 16% che soffre spesso di ansia o depressione associate all’abuso di schermi. Giovani e donne sono i gruppi più colpiti.
In Italia, poi, il 21% fuma regolarmente, con un picco del 36% tra i 25-34enni, e il 14% consuma abitualmente alcolici.

L’attività fisica regolare coinvolge invece solo il 36% della popolazione (31% over64). E se globalmente si registra una crescita dal 37% nel 2018 al 43% nel 2025, le disuguaglianze restano marcate. Sia per divario di genere (45% uomini vs 40% donne) sia educativo: solo il 34% di chi ha un basso livello di istruzione fa attività fisica regolare, contro il 58% tra chi possiede un master o un dottorato.

Le abitudini di backup nel mondo: cosa dicono i dati

Western Digital ha diffuso i risultati di un’indagine globale sulle pratiche di backup dei dati, offrendo uno spaccato sulle abitudini digitali dei consumatori. Lo studio ha coinvolto oltre 6.000 persone in dieci diversi paesi, evidenziando che il 79% degli intervistati esegue il backup dei propri dati, sia manualmente che attraverso sistemi automatici.

L’indagine è stata condotta da Researchscape, società specializzata in ricerche di mercato, tra il 7 e il 25 febbraio 2025.

Perché le persone fanno il backup dei dati?

Tra le principali motivazioni che spingono gli utenti a proteggere i propri file, spiccano la paura di perdere documenti importanti, la necessità di liberare spazio sui dispositivi e la difesa contro minacce informatiche.

Secondo Nitin Kachhwaha, direttore della gestione dei prodotti presso Western Digital, “è incoraggiante vedere sempre più persone consapevoli dell’importanza di proteggere i propri dati. Il World Backup Day rappresenta un’opportunità per sensibilizzare coloro che ancora trascurano questa pratica e per sottolineare che basta un piccolo incidente per perdere informazioni preziose per sempre”.

Quali sono le criticità?

Nonostante la crescente attenzione verso la sicurezza digitale, molte persone ancora non eseguono il backup dei propri dati. Il 35% degli intervistati ha dichiarato di non sapere come farlo, esponendosi così al rischio di perdite improvvise.

Altri motivi includono la percezione che il backup non sia necessario (26%), la mancanza di spazio di archiviazione (23%) e il tempo richiesto per il processo (21%).

Soluzioni più efficienti per proteggere i dati

La ricerca evidenzia che il 56% degli utenti sarebbe più propenso a eseguire il backup se il processo fosse completamente automatizzato. Gli esperti consigliano di adottare la strategia 3-2-1, che prevede tre copie dei dati conservate su due supporti diversi, con almeno una copia situata in un luogo separato.

L’evoluzione del cloud

Molti utenti stanno ripensando le proprie strategie di archiviazione, anche a causa delle limitazioni dei servizi cloud gratuiti. Il 62% degli intervistati utilizza attualmente il cloud, ma il 35% ha esaurito lo spazio disponibile negli ultimi sei mesi. Per questo motivo, il 44% ha scelto di pagare per ulteriore spazio di archiviazione, nonostante il 65% ritenga che i costi siano in crescita.

Sempre più persone stanno quindi adottando un approccio misto, combinando archiviazione locale e cloud per una maggiore sicurezza e convenienza. Il 37% degli intervistati utilizza hard disk esterni, l’8% sfrutta soluzioni NAS (Network Attached Storage) e l’81% continua a fare affidamento sui servizi cloud.

Supply Chain Finance: in Italia nel 2024 vale tra 594 e 599 miliardi di euro 

Dopo una crescita del 6,3%, che nel 2023 ha portato il Supply Chain Finance a toccare 596 miliardi di euro, nel 2024 il mercato potenziale italiano del credito di filiera è cresciuto tra lo 0,5 e il 3%, raggiungendo un valore compreso tra 594 e 599 miliardi di euro di crediti commerciali.

Nel 2024 i valori del Supply Chain Finance in Italia mostrano quindi una sostanziale stabilità, dovuta a uno scenario macroeconomico anch’esso più stabile, caratterizzato dall’aumento dei tassi di interesse.
Ma a movimentare il settore sono arrivate importanti evoluzioni normative e tecnologiche.
Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Supply Chain Finance del Politecnico di Milano.

L’impatto della nuova regolamentazione

“Anche nel 2024 il Supply Chain Finance si conferma una leva strategica per affrontare le sfide dello scenario macroeconomico, caratterizzato da incertezze e pressioni sul capitale circolante – afferma Federico Caniato, direttore dell’Osservatorio Supply Chain Finance -. Ma, se il mercato mostra una certa stagnazione, stanno profondamente impattando il settore importanti novità relative a regolamentazione e tecnologia. Le nuove regole sulla rendicontazione delle soluzioni di supplier financing, basate sulle linee guida introdotte dallo IASB, infatti, sembrano rallentare l’adozione di soluzioni di supplier financing, per l’incertezza e le complicazioni tecniche nella rendicontazione”.

Un settore centrale per la transizione sostenibile

Al contrario, le nuove direttive UE CSRD e CS3D sulla sostenibilità rimarcano la centralità del settore. “Le soluzioni ‘sostenibili’ di Supply Chain Finance possono aiutare le imprese nella transizione – aggiunge Federico Caniato -, e gli ESG information provider possono ricoprire un ruolo centrale per abilitare la sostenibilità nelle soluzioni SCF”.

Di fatto, secondo le stime dell’Osservatorio, nel 2024 il mercato servito da soluzioni di Supply Chain Finance resta sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente. Nello specifico, per il 2024 le stime indicano che il 22% del mercato potenziale è servito da soluzioni di Supply Chain Finance, per un valore complessivo di circa 131 miliardi di euro.

Cresce l’utilizzo di soluzioni innovative

Si mantengono sostanzialmente invariati rispetto all’anno precedente i valori del Factoring (60,4 miliardi di euro), dell’Anticipo Fattura (54 miliardi), del Reverse Factoring (9 miliardi) e del Confirming (1,6 miliardi).

Crescono, invece, in modo rilevante le soluzioni più innovative, come il Purchase Order Finance, che ha registrato un aumento del 35%, raggiungendo 1,4 miliardi di euro, ma anche il Dynamic Discounting, che cresce del 17% (0,8 miliardi), la Carta di Credito B2B, che cresce dell’11% (3,8 miliardi), e l’Invoice Trading, che segna un +5% per un valore di 0,6 miliardi di euro.

L’automazione dei processi digitali: cosa succede nelle grandi aziende

Le tecnologie di automazione dei processi digitali stanno rivoluzionando il modo in cui le aziende operano, consentendo di ridurre tempi e costi e di ottimizzare le attività.

In Italia, oltre la metà delle grandi imprese ha già adottato soluzioni di automazione, ma solo una piccola parte ha implementato questi strumenti su larga scala. Attualmente, solo l’8% delle aziende ha esteso l’uso della Business Process Automation in modo trasversale a più aree operative. In ogni caso, cresce l’interesse per queste tecnologie: tra coloro che ancora non le utilizzano, il 45% prevede di introdurle nei prossimi dodici mesi. Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Intelligent Business Process Automation della School of Management del Politecnico di Milano.

Il ritardo delle PMI nell’adozione dell’automazione

Se le grandi aziende stanno già sperimentando l’automazione con un certo successo, la situazione è diversa per le piccole e medie imprese. Solo il 9% delle PMI ha implementato la Robotic Process Automation (RPA), una tecnologia che consente di eseguire attività ripetitive attraverso software intelligenti.

L’adozione di soluzioni più avanzate basate sull’intelligenza artificiale è ancora più limitata, con meno dell’1% delle imprese che ha avviato sperimentazioni in questo ambito. Tuttavia, il mercato sta evolvendo, e nuove soluzioni, sempre più accessibili e flessibili, potrebbero favorire una diffusione più ampia anche tra le PMI nei prossimi anni.

Startup e investimenti nel settore

Il panorama delle startup nel settore dell’automazione mostra una crescita veloce. A livello globale, sono state identificate 312 startup che offrono soluzioni avanzate di intelligenza artificiale per l’automazione dei processi. Queste aziende hanno già raccolto oltre 2 miliardi di dollari in finanziamenti, con una media di quasi 9 milioni di dollari per startup.

Particolarmente apprezzate dagli investitori sono le soluzioni che non si limitano a fornire applicazioni specifiche, ma che offrono piattaforme per la gestione, il monitoraggio e l’orchestrazione di agenti intelligenti, rendendo l’automazione più accessibile e scalabile.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale nella trasformazione aziendale

L’intelligenza artificiale sta diventando un elemento centrale nei processi di automazione più avanzati. Soluzioni come l’Intelligent Document Processing, che permette di estrarre informazioni da documenti non strutturati, o la RPA conversazionale, che migliora l’interazione con i clienti, stanno trovando applicazione in settori chiave come finanza, telecomunicazioni e industria manifatturiera.

L’’Italia è ancora indietro rispetto ad altri Paesi europei: solo il 23% delle grandi aziende utilizza soluzioni di Intelligent Process Automation, contro il 32% del Regno Unito e il 26% della Germania e della Spagna.

Le competenze necessarie per guidare il cambiamento

L’adozione di soluzioni di automazione richiede non solo investimenti tecnologici, ma anche un cambiamento organizzativo e culturale. Tra le aziende che hanno avviato progetti di automazione, solo il 17% si affida esclusivamente a partner esterni, mentre il 43% ha creato team interni dedicati. La formazione è fondamentale: il 54% delle aziende ha già attivato programmi per sviluppare competenze specifiche nel settore, ma rimane ancora un divario tra la necessità di esperti e la disponibilità di professionisti qualificati.

Le prospettive per l’automazione dei processi digitali sono in continua evoluzione. Il 45% delle aziende che oggi utilizzano strumenti di automazione tradizionale prevede di integrare tecnologie di intelligenza artificiale entro il prossimo anno. Tra coloro che già impiegano soluzioni avanzate, il 62% intende espandere l’uso dell’automazione a nuovi processi aziendali.

Restano però alcune criticità: solo il 12% delle aziende ha previsto un piano strutturato per la formazione del personale, e appena il 7% ha definito una roadmap strategica per l’adozione dell’automazione su larga scala.

Italia, contenuti digitali: continua la crescita 

Nel 2024, la spesa dei consumatori italiani per i contenuti digitali d’informazione e intrattenimento ha raggiunto i 3,7 miliardi di euro, registrando una crescita di circa 200 milioni rispetto all’anno precedente. Questo aumento è stato favorito sia dall’incremento dei prezzi medi sia dal maggior numero di abbonati.

Parallelamente, il mercato pubblicitario ha mostrato segnali di crescita, trainato dalla diffusione di modelli ibridi ASVOD, dalla centralità della Smart TV e dallo sviluppo dell’audio advertising.

L’evoluzione del mercato e le nuove dinamiche

Secondo il report dell’Osservatorio Digital Content del Politecnico di Milano, il settore dei contenuti digitali in Italia sta attraversando una fase di consolidamento, dopo la crescita esponenziale avvenuta durante la pandemia. Sebbene il consumo multi-contenuto sia stato razionalizzato, il futuro del settore dipenderà fortemente dall’evoluzione tecnologica e dalla capacità di innovare i modelli di business.

I settori chiave: video, gaming e audio

Il video intrattenimento continua a rappresentare la fetta più ampia della spesa dei consumatori, con 1,7 miliardi di euro nel 2024, pari al 45% del totale. Nonostante una crescita più moderata rispetto al passato (+3%), le piattaforme stanno adottando modelli ibridi per rendere i propri cataloghi più accessibili. Anche il gaming ha registrato un incremento del 5%, raggiungendo 1,5 miliardi di euro. Dopo una contrazione nel 2023, i consumatori sono tornati ad acquistare titoli di gioco in misura maggiore.

L’audio digitale è il segmento con la crescita più significativa (+20%), totalizzando 380 milioni di euro. La musica resta il settore trainante, mentre gli audiolibri mostrano segnali di espansione grazie all’interesse crescente e all’ingresso di nuovi player. I podcast, invece, faticano ancora a trovare un modello di business sostenibile.

Informazione digitale, bene gli eBook 

La spesa per contenuti informativi e eBook ha visto una crescita limitata (+3%), raggiungendo i 185 milioni di euro. I modelli di abbonamento digitale ai quotidiani sono in crescita, ma non sufficienti a compensare il calo delle vendite cartacee. Al contrario, il mercato degli eBook continua a crescere grazie alla preferenza per l’acquisto singolo.

Il problema della pirateria

L’intelligenza artificiale sta trasformando il settore, migliorando la produzione e la personalizzazione dei contenuti. Tuttavia, permangono criticità legate alla gestione del copyright e all’impatto occupazionale.

La pirateria digitale rimane un problema rilevante, con il 39% degli adulti e il 45% degli adolescenti che hanno usufruito di contenuti da fonti illegali nell’ultimo anno, con perdite stimate in 2 miliardi di euro. Affrontare queste sfide sarà cruciale per il futuro del settore.

Italiani, quanto si sentono amati nel 2025?

Lo rileva l’Ipsos Love Life Satisfaction 2025, condotto in occasione di San Valentino (14 febbraio), la ricorrenza internazionale dedicata agli innamorati: rispetto all’anno scorso aumenta quasi in tutto il mondo il numero di persone che dichiarano di sentirsi amate.
Le quote più alte sono in America Latina, con Messico e Cile in testa, entrambi all’86%, seguiti dalla Colombia (85%.  

In Italia è il 73% delle persone si sentono amate, dato in linea con la media internazionale del 76%, e in aumento di 10 punti rispetto al 2024.
Il Giappone, nonostante un aumento di 5 punti percentuali, rimane il Paese dove le persone si sentono meno amate, con solo il 55% che esprime questo sentimento. 

La correlazione tra reddito e amore

Le persone con un reddito più alto tendono sentirsi più amate e a essere più felici della loro vita romantica/sessuale. 
A livello internazionale, in media, l’83% delle persone con reddito elevato si dichiara soddisfatto della propria vita amorosa, contro il 76% di coloro con reddito medio e il 69% con reddito basso.

Questa tendenza si estende anche alla sfera più intima delle relazioni, con il 67% delle persone con reddito elevato che esprime soddisfazione per la propria vita sessuale, in contrasto con il 51% di coloro che hanno un reddito inferiore.

Millennials più soddisfatti della vita sentimentale 

In 21 dei 30 Paesi presi in esame, la percentuale di persone soddisfatte della propria vita sentimentale/sessuale  negli ultimi 12 mesi è diminuita.
In media, a livello internazionale, è il 59% a dichiararsi complessivamente soddisfatto. Ancora una volta, i Paesi latinoamericani guidano la classifica, con la Colombia al 74% e il Messico al 72%.

Al contrario, Giappone (39%) e Corea del Sud (47%) mostrano i livelli più bassi di soddisfazione, sebbene entrambi abbiano registrato un lieve aumento del 2%. L’Italia, con un incremento del 5% raggiunge il 57% di soddisfatti nella vita sessuale.
I Millennials risultano più soddisfatti della loro vita sentimentale e sessuale rispetto alle altre generazioni (63%). Un dato superiore al 58% di soddisfazione riscontrato nella GenZ e nella Generazione X, e al 55% dei Baby Boomers.

Quest’anno love is in the air

A livello internazionale, una significativa maggioranza delle coppie, in media l’82%, dichiara di essere felice con il proprio partner, dipingendo un quadro ottimistico delle relazioni in tutto il mondo. 
In particolare, le quote di soddisfazione più alte si registrano in Thailandia e Paesi Bassi (entrambi al 92%), Colombia (89%) e Perù (88%).

Mentre tra i Paesi che mostrano livelli di soddisfazione più contenuti, l’India e la Corea del Sud, che si attestano entrambe al 67%. Il Giappone raggiunge il 73%.
Anche la maggior parte delle persone nel nostro Paese si dichiara felice della propria relazione. L’80% degli italiani in una relazione si dichiara soddisfatto del proprio partner o coniuge, segnando un incremento dell’8% rispetto all’anno precedente.

HR, AI, big data: la rivoluzione tecnologica fa crescere l’azienda e semplifica il lavoro

Emerge dal ‘McKinsey 2024 Global Survey on AI’, riportato all’interno della ricerca ‘Com’è cambiato e come sta cambiando il ruolo dell’HR’, condotta da TeamSystem: il 65% delle imprese ha adottato l’Intelligenza artificiale in almeno un ambito operativo, quasi il doppio rispetto al 33% del 2023. 
In pratica, oggi l’Intelligenza artificiale non è più solo una promessa tecnologica, ma sta ridefinendo le funzioni aziendali, in particolare, il ruolo delle Risorse Umane.

Le HR poi si stanno trasformando in un motore strategico per il successo aziendale grazie alle potenzialità dell’Intelligenza artificiale. Non si tratta più solo di snellire attività amministrative, ma utilizzare strumenti avanzati per prevenire il turnover, migliorare la retention dei talenti e garantire processi di selezione più equi e inclusivi.

“Concentrarsi su ciò che davvero conta”

Secondo Donatella Isaia, Group Chief People & Culture Officer di TeamSystem, sintetizza così l’importanza di questa rivoluzione tecnologica: “I big data ci aiutano a comprendere fenomeni complessi e a semplificare il lavoro, favorendo relazioni più autentiche e sostenibili all’interno dell’azienda”.

Di fatto, l’Intelligenza artificiale libera i professionisti HR dalle incombenze ripetitive, consentendo loro di focalizzarsi su aspetti fondamentali come la costruzione di ambienti di lavoro inclusivi e lo sviluppo delle persone.
“L’Intelligenza artificiale non è un sostituto del tocco umano – aggiunge Donatella Isaia -. È uno strumento che consente di ottimizzare il tempo e le risorse, così da concentrarsi su ciò che davvero conta: il benessere e la crescita delle persone”.

L’evoluzione delle Risorse Umane verso una funzione più strategica

Ma con l’adozione crescente dell’Intelligenza artificiale, le Risorse Umane stanno anche evolvendo verso una funzione sempre più strategica. Gli strumenti tecnologici permettono di monitorare costantemente il clima aziendale, migliorare il benessere dei dipendenti e ottimizzarne la gestione, rafforzando la competitività delle imprese.

Guardando al 2025, l’integrazione tra Intelligenza artificiale e HR rappresenta una direzione chiave per le aziende che vogliono massimizzare efficienza e risultati, senza mai perdere di vista l’importanza della persona come pilastro del successo organizzativo.

Un ecosistema tecnologico che supporta processi come recruiting e formazione

TeamSystem è una realtà all’avanguardia nell’adozione di Intelligenza artificiale e big data per trasformare il settore delle Risorse Umane. Il suo ecosistema tecnologico supporta infatti processi fondamentali come il recruiting e la formazione, ponendo grande attenzione allo sviluppo delle competenze digitali.

Attraverso iniziative come il programma ‘Digital Matters’, l’azienda promuove l’apprendimento continuo, preparando i propri collaboratori ad affrontare le sfide del futuro con un approccio consapevole e proattivo.

Blockchain e web3: 298 progetti nel mondo nel 2024, +3,5%

Le startup che sviluppano prodotti o servizi basati nativamente sulla tecnologia blockchain nel 2024 hanno costruito infrastrutture di base sperimentando nuovi modelli di business e interazione con gli utenti.
Da parte loro, le aziende hanno sviluppato nuovi progetti, con 298 nuovi casi (+3,5% rispetto al 2023), che portano a 1576 quelli complessivamente censiti dal 2016 a oggi.

Di contro, calano del 43% le sperimentazioni a favore dei progetti operativi.
Un andamento che indica una chiara maturazione, ma anche un rallentamento nell’avvio di nuovi progetti innovativi. Il 2024 potrebbe apparire un anno di stasi per la blockchain e il web3, ma sotto la calma apparente si registra un’attività frenetica. 
Sono alcuni risultati dell’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano.

Aumentano i progetti business, stabile l’Internet of Value 

Una crescita generale si riscontra anche tra le iniziative delle grandi imprese internazionali della lista Fortune Global 500, dove il numero di aziende attive è passato da 153 nel 2023 (31%) a 204 (41%) nel 2024.
Aumentano, in particolare, i progetti Blockchain for business (+43%), la maggioranza del totale, con 149 nuovi casi tra soluzioni di token e smart contract per ottimizzare i processi aziendali.

Stabili i nuovi progetti Internet of Value (criptovalute, stablecoin e Central Bank Digital Currency): nel 2024 si contano 88 casi, il 28% del totale.
Leggermente in calo i progetti di Decentralized web, in cui la Blockchain serve a sviluppare servizi vicini al paradigma del Web3 (61 nuovi casi, 21%).

In Italia mercato a 40 milioni di euro

In Italia, il 2024 del Blockchain & Web3 vede una sostanziale stabilità, con un mercato pari a 40 milioni di euro (+5% ).
Il 49% degli investimenti riguarda il settore finanziario e assicurativo, che si conferma predominante, mentre aumenta la rilevanza della PA al 22%. Si registra poi un interesse per real estate (9%), logistica (4%), automotive (4%) e un drastico calo per l’agrifood (2% vs 10% 2023).

Nonostante il forte fermento degli ultimi anni, il nostro Paese rischia di rimanere indietro rispetto a molti altri Paesi europei. Le aziende investono poco in queste tecnologie e le startup italiane tendono a preferire contesti più favorevoli per l’avvio.

Circa 13 milioni di italiani investono in criptovalute

Da una ricerca svolta in collaborazione con BVA Doxa emerge che nel 2024 circa 2,7 milioni di italiani (7% utenti internet tra 18-75 anni) possiedono crypto-asset, in calo rispetto ai 3,6 milioni del 2023 (-11%).
La grande maggioranza (85%) possiede meno di 5.000 euro di controvalore e il 57% meno di 1.000 euro. Inoltre, per il 65% i crypto-asset rappresentano al massimo il 10% del proprio portafoglio, mentre solo il 15% segnala un’allocazione superiore del 30%.

Anche l’interesse a futuri acquisti è diminuito (dal 20% al 17), mentre chi ha posseduto criptovalute in passato sale dal 10% all’11%. Nonostante la flessione, il fenomeno rimane significativo, Circa 13 milioni di italiani possiedono, hanno posseduto o vorrebbero possedere, questi strumenti.