Intelligenza artificiale: preparazione, fiducia e utilizzo nel mondo

Come viene percepita e accettata l’Intelligenza artificiale dalle persone nei diversi contesti culturali e sociali del pianeta?
Frequenza d’uso, fiducia, efficienza, interesse, comfort, usabilità e accettazione complessiva dell’AI sono i sette indicatori individuati dal sondaggio WIN World AI Index 2025 WIN ha presentato, in collaborazione con ESOMAR e Doxa per l’Italia, il primo WIN World AI Index. 

Sebbene il 62% delle persone a livello globale riferisca un certo livello di utilizzo dell’AI, la sua adozione varia notevolmente.
India (93%) e Cina (91%) sono in testa per l’uso, mentre Pakistan (18%) e Giappone (35%) riportano i livelli più bassi.
Solo il 14% degli intervistati globali dichiara di utilizzare l’AI frequentemente o quotidianamente, mentre il 38% non la usa affatto.

Accettazione e usabilità elevate, basso utilizzo effettivo

Il punteggio globale dell’Indice AI è 51,6 punti (su 100). Anche  se l’accettazione dell’AI (62,1 punti) e l’usabilità (57,9 punti) risultano elevate, non sempre si traducono in un utilizzo effettivo, che si attesta solo a 38,8 punti.
La regione APAC è in testa alla maggior parte degli indicatori, riflettendo una fiducia, un utilizzo e un’accettazione generalmente più elevati.

Al contrario, l’Europa adotta un atteggiamento più cauto, con il 62% degli intervistati che teme che l’AI possa diffondere disinformazione. Nelle Americhe, il 56% teme la perdita di posti di lavoro e violazioni dei dati, mentre la regione Africa-MENA registra il livello di preoccupazione più basso in assoluto.

Come prevedibile, i giovani sono i principali motori dell’adozione

Il 23% di coloro tra 18 e 34 anni la utilizza frequentemente, contro appena il 7% della popolazione over55.
L’Indice mostra una correlazione positiva (+0,52) tra età e punteggi AI, con le popolazioni più giovani che abbracciano l’AI in modo più deciso. Ad esempio, i paesi dell’APAC con popolazioni giovani, come India, Malesia e Vietnam, ottengono punteggi complessivi più alti rispetto ai paesi europei con popolazioni più anziane.

Tuttavia, anche fattori come la penetrazione IT e l’urbanizzazione giocano un ruolo. Uno dei contrasti generazionali più evidenti si registra nel Regno Unito, dove c’è un divario di 18,4 punti nei punteggi AI tra giovani e anziani, suggerendo un maggiore disallineamento e preoccupazione tra gli utenti più anziani.

E l’Italia?

Per poco più di 1 italiano su 10 l’AI è già entrata nella quotidianità. L’11% degli italiani usa abitualmente strumenti basati sull’Intelligenza artificiale, tra cui Chat GPT. 
A questa porzione, ancora piuttosto contenuta, si aggiunge una grande fetta di utilizzatori saltuari (27% la usa qualche volta) o molto sporadici (26% raramente).

L’uso abituale è molto più diffuso tra gli under25 (27%,), e seppur in minor misura, tra i giovani adulti di 25-34 anni (18%). 
La segmentazione territoriale evidenzia una discrepanza tra le macroaree. Nel Nord-Ovest i frequent user rappresentano il 13%, contro il 9% del Sud e delle Isole. Una differenza lieve, ma significativa.

Comparatori: oltre 8 italiani su 10 hanno confrontato prezzi online almeno una volta

Nell’ultimo anno il 65% degli italiani si è servito di un comparatore online per confrontare prezzi e tariffe, in media, tre volte l’anno. Solo considerando l’assicurazione auto, nel 2024, questi strumenti hanno permesso di risparmiare 109 milioni di euro.

Più di 8 italiani su 10 hanno usato almeno una volta un comparatore. E se il risparmio (66%) è la prima motivazione che spinge gli italiani a farne uso, 27 milioni se ne sono serviti per confrontare assicurazioni auto, utenze domestiche, hotel, tariffe degli aerei e molto altro.
Arrivati sul mercato nei primi anni duemila i comparatori gradualmente hanno cambiato il modo in cui gli italiani si approcciano alle spese. Emerge da un’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different.

Chi li usa di più? I Millennials

La fascia di età che ha usato maggiormente i comparatori è quella compresa tra 35–44 anni (78%), i Millennials. Dal punto di vista territoriale, l’attitudine a confrontare le spese di casa con strumenti online è più diffusa nel Nord Italia (69%), ma comunque molto forte anche al Centro (65%) e al Sud (60%).

La seconda ragione che spinge a usare i comparatori è la “certezza di trovare le offerte migliori” (57%), mentre circa 13 milioni di consumatori (48%) apprezzano la semplicità di confronto delle tariffe.
Sono invece 3.315.000 (12%, 18% fascia 55–64 anni) i consumatori che dichiarano di servirsene perché apprezzano la possibilità di ottenere una consulenza specializzata indipendente.

RC Auto e moto, offerte luce e gas, viaggi e soggiorni

Importante anche il ruolo dei compratori in termini informativi e tutela dalle truffe. Più di 3 milioni di consumatori usano un comparatore per acquisire conoscenze su prodotti o servizi non familiari o ricevere una consulenza indipendente, mentre quasi 4 milioni si affidano a questi strumenti per evitare di cadere vittima di truffe.

Le assicurazioni auto e moto sono la spesa per la quale gli italiani hanno usato maggiormente i comparatori (41%, circa 11,3 milioni). Pochi meno (11 milioni) quelli che si sono rivolti ai comparatori per confrontare offerte luce e gas.
Gli italiani scelgono il confronto anche quando si tratta di decidere l’hotel in cui soggiornare (31%) o prenotare un volo aereo (27%). Un consumatore su quattro per la telefonia, il 12% per confrontare prodotti di finanza personale, o prestiti e mutui (7%).

Un confronto “anagrafico”

L’uso dei comparatori varia in base all’età: gli under34 li utilizzano principalmente per risparmiare sui viaggi (hotel e aerei), mentre dai 35 anni in su, RC auto e utenze domestiche. La comparazione di mutui e prestiti è particolarmente utilizzata dalla fascia 25-34 anni, mentre il noleggio a lungo termine da quella 35-44 anni. Sono i più giovani (18-24 anni) a utilizzarli maggiormente per cercare prodotti assicurativi diversi dall’RC auto o moto.

Per ogni settore cambiano anche le motivazioni per cui si usano i comparatori. Quando si parla di bollette, ad esempio, viene molto apprezzata la semplicità del confronto, per i prestiti la possibilità di verificare i costi prima di chiedere il finanziamento, per i mutui il risparmio di tempo.

Food&Grocery: l’e-commerce si consolida nel retail e cresce dell’8,5%

A quanto emerge dalla ricerca NetRetail 2025 Focus Food&Grocery e dall’Osservatorio Netcomm, svolto in collaborazione con NIQ, nel 2025 per il Food&Grocery si prevede un aumento del valore degli acquisti online dell’8,5% rispetto al 2024, una performance superiore alla crescita media dell’e-commerce di prodotto (+6%).

Il settore dell’e-commerce alimentare in Italia sta attraversando una fase di consolidamento, tuttavia, ‘solo’ il 6,5% delle vendite nel settore Food è rappresentato da acquisti online, una quota ancora limitata rispetto al totale del commercio B2c di prodotto (12% vendite online).

L’80% degli operatori investe in digitalizzazione, ma solo il 26% adotta modelli realmente omnicanale

“L’e-commerce Food&Grocery italiano si conferma un comparto dinamico – commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm -. Oggi l’80% degli operatori investe in digitalizzazione, ma solo il 26% ha adottato modelli realmente omnicanale, segno che il settore ha ancora margini importanti di sviluppo. Le imprese del Food&Grocery sono chiamate a valorizzare il capitale umano, innovare i processi, personalizzare l’offerta e integrare sempre più efficacemente fisico e digitale.
In questo scenario il Retail Media, sia online sia in-store, si sta affermando come leva utile a supportare il percorso d’acquisto e la creazione di una sinergia tra contenuti, esperienza e promozione”.

I costi logistici alzano i prezzi medi del canale online

Nel canale online si osserva in particolare una tendenza al mantenimento di prezzi medi superiori rispetto ai negozi fisici. A dicembre 2024 il differenziale era pari al +5% contro il +3,5% di inizio anno.
Questa dinamica è legata soprattutto ai costi logistici, ancora rilevanti per la redditività degli operatori digitali.

Per i consumatori online il prezzo non è il fattore più determinante: il 35% (+8%) degli acquirenti Food&Grocery online dichiara di acquistare per abitudine consolidata, mentre cresce l’importanza dell’ampia scelta (29,6%, +8% vs 2024) della qualità del servizio di consegna (29,4%) e dell’efficienza complessiva nell’esperienza d’acquisto (25,3%), che deve soddisfare le esigenze e le aspettative dei consumatori in termini di servizi offerti.

I comparatori guidano le scelte dei consumatori

Nel comparto Food&Grocery gli utenti impiegano mediamente 3,6 touchpoint per concludere un ordine, meno rispetto ai 3,9 rilevati in altri settori, a conferma di un processo decisionale più rapido e abitudinario.

In questo contesto, cresce l’importanza di strumenti come i suggerimenti da Chatbot e AI, recensioni, riviste, blog e social media, oltre ai comparatori, che guidano in modo sempre più rilevante le scelte dei consumatori.
A confermare la centralità della consuetudine e della fidelizzazione nel customer journey, l’analisi indica che in più di 7 casi su 10 si tratta di riacquisti, un dato superiore a quello rilevato nel processo di acquisto online di qualsiasi altro tipo di prodotto.

L’e-commerce in Italia genera 150 miliardi di valore condiviso

Lo conferma la nuova edizione dello studio ‘L’e-commerce crea valore per l’Italia’, realizzato da Netcomm in collaborazione con Althesys: il commercio elettronico è un motore fondamentale per lo sviluppo economico, sociale e ambientale dell’Italia.
Nel 2024 il settore vale il 7% del Pil nazionale: 150,1 miliardi di euro (+6,6% vs 2023) di cui 88,6 miliardi di valore aggiunto.

Il valore totale dell’e-commerce si suddivide in tre componenti principali, 58,9 miliardi di euro di ricadute dirette derivanti dalle attività degli online seller, 50 miliardi di ricadute indirette, ovvero l’apporto economico dei fornitori e dei servizi a monte e a valle, e 41,2 miliardi di ricadute indotte, cioè gli effetti positivi sul resto del sistema economico.

Il moltiplicatore di valore e il ruolo fiscale

Dalla ricerca emerge chiaramente il dato strutturale sul moltiplicatore del valore. A ogni euro di valore aggiunto generato direttamente dal comparto e-commerce ne corrispondono tre di benefici per l’intero sistema economico italiano, tra ricadute dirette, indirette e indotte[.

Si tratta di un indicatore che evidenzia la forte capacità dell’e-commerce di attivare valore lungo tutte le maglie del sistema produttivo, confermando la natura interconnessa e sistemica del commercio digitale.
Il contributo fiscale complessivo prodotto dalla filiera raggiunge 44 miliardi di euro, pari al 7,7% delle entrate fiscali italiane nel 2023, confermando il ruolo determinante dell’e-commerce anche nel sostenere la spesa pubblica e il benessere collettivo.

Lavoro e filiera, un sistema che integra fornitori, seller, servizi

L’e-commerce e la sua filiera in Italia coinvolgono direttamente e indirettamente 1,8 milioni di lavoratori compreso l’indotto, +15% tra il 2022 e il 2023, e pari al 6,8% degli occupati in Italia, contribuendo a generare un totale di 40,3 miliardi di euro di salari lordi nella sola filiera (+13,8% rispetto al 2022).
Di questi, 1,17 milioni di lavoratori sono impiegati direttamente nella value chain del commercio digitale (310.000 comparti fornitori, 542.000 retailer, brand, marketplace, 319.000 servizi di logistica, consegna, pagamento).

La creazione di valore è ben distribuita tra le diverse fasi della filiera. La componente a monte genera 35,5 miliardi di euro, la fase centrale produce il maggior impatto (79 miliardi di euro), e la fase di supporto alle attività di vendita online genera 35,6 miliardi.

Benefici per consumatori, lavoratori, ambiente

Dal lato consumatori i dati evidenziano che nel 2024 il 44,3% degli italiani sopra 14 anni ha effettuato almeno un acquisto online, con un aumento di dieci punti percentuali rispetto al 2019. 
Dal punto di vista del capitale umano il settore sta contribuendo in maniera significativa alla qualificazione del lavoro, attraverso l’adozione di contratti collettivi nazionali, formazione continua e programmi aziendali di upskilling digitale, che stanno promuovendo l’innovazione dei profili professionali e la resilienza dell’occupazione lungo tutta la filiera.

Inoltre, l’e-commerce assume un ruolo guida anche nella promozione di modelli di consumo circolari e sostenibili. L’introduzione di soluzioni logistiche a basso impatto ambientale contribuisce in modo significativo alla riduzione delle emissioni di CO2.

Il sales del futuro? Deve unire competenze specialistiche a capacità trasversali

Nell’ultimo anno le richieste per i professionisti della vendita, società di ricerca e selezione di personale qualificato sono cresciute del 12%.
Secondo i dati elaborati da Hunters Group, per il comparto dei servizi il 2025 è un anno di grande fermento, spinto dall’innovazione tecnologica e dal cambiamento delle esigenze dei clienti.

In questo scenario le figure commerciali stanno assumendo un ruolo sempre più centrale.
Si tratta di profili che devono unire competenze specialistiche e capacità trasversali. Serve infatti una combinazione di competenze tecniche e soft skill, negoziazione, empatia, resilienza, orientamento al risultato. Ma anche spirito di squadra, ascolto attivo e capacità di apprendere in continuazione.

Serve visione strategica, ascolto, adattabilità

“Le aziende non cercano più semplici venditori – spiega Davide Cambianica, manager della divisione sales & marketing di Hunters Group -, ma professionisti capaci di proporre soluzioni, costruire relazioni durature, comprendere le dinamiche di mercato e orientare il cliente in un contesto spesso altamente competitivo. Serve visione strategica, ascolto, adattabilità, ma anche la capacità di dialogare con interlocutori diversi e promuovere servizi che spesso richiedono un elevato grado di personalizzazione – aggiunge -. È proprio in questi contesti che la ricerca e selezione di figure commerciali diventa un passaggio cruciale per le aziende che vogliono fare la differenza sul mercato e generare vero valore”.

Un consulente capace di interpretare i dati e parlare con marketing e operations 

Il professionista sales del futuro deve saper ascoltare, analizzare, proporre soluzioni e creare relazioni di fiducia.
Il sales di successo è un consulente capace di interpretare i dati e in grado di parlare con marketing e operations. In un momento storico ricco di sfide come quello attuale, si deve ‘vendere con’ e non ‘vendere a’. Questo è possibile grazie a una profonda conoscenza del mercato e dei clienti, e alla collaborazione con tutta l’organizzazione.

Il sales del  futuro legge i numeri, interpreta KPI e metriche e orienta le proprie azioni per ottenere i risultati migliori.
Non è un caso che nel 2025 le figure commerciali più richieste in Italia si concentrino su competenze digitali avanzate, marketing strategico e gestione delle vendite in ambito tecnologico.

Le 3 figure commerciali più richieste nel 2025

Le prime tre posizioni sono occupate da e-commerce manager, technical sales specialist e marketing and communication specialist.
Con l’espansione del commercio online, l’e-commerce manager è fondamentale per gestire piattaforme di vendita digitali, sviluppare strategie di marketing online e ottimizzare l’esperienza utente.

Il technical sales specialist, un professionista con competenze tecniche e commerciali in grado di vendere prodotti e servizi complessi, combina conoscenze tecniche con abilità di vendita. Una figura sempre più richiesta per la vendita di prodotti e servizi complessi.
Il marketing and communication specialist è invece uno specialista fondamentale per gran parte delle aziende, poiché in grado di sviluppare e implementare strategie comunicative per promuovere prodotti, servizi e l’immagine dell’azienda.

Giovani italiani all’estero: 2 su 3 sono pronti a tornare

La mobilità giovanile all’estero è in aumento, ma è sempre più consapevole, progettuale e spesso temporanea.
I giovani italiani partono per formarsi, crescere e sperimentare nuovi contesti professionali, ma due giovani su tre considerano possibile un ritorno in Italia, a patto che si creino condizioni più favorevoli.

Secondo i risultati del dossier realizzato dalla Fondazione studi consulenti del lavoro, dal titolo Giovani all’estero: tra opportunità di lavoro e voglia di crescita, non si tratta solo di ottenere salari più competitivi (91,5%), ma anche una valorizzazione del merito (78%), reali opportunità di crescita professionale (71,2%) e una maggiore cultura manageriale nelle imprese (42,9%). 

Non è solo una fuga di cervelli

Nel 2024, secondo i dati Istat diffusi ad aprile 2025, oltre 93.000 giovani tra 18 e 39 anni hanno trasferito la propria residenza all’estero, segnando un incremento del 107,2% rispetto al 2014 (45.000).
Nello stesso anno, però, sono rientrati quasi 22.00 giovani italiani su un totale di quasi 53.000 rientri, una cifra percentualmente in aumento rispetto al passato. Un dato che fotografa l’espansione di un fenomeno che, alla luce dei dati, non può più essere letto solo in termini di ‘fuga di cervelli’.

Solo il 26,5% dei giovani intervistati ha indicato la mancanza di lavoro in Italia come motivo principale della partenza.
Più spesso a motivare la scelta sono il desiderio di fare un’esperienza diversa (40,5%), la disponibilità di una buona opportunità (22,5%) e la volontà di arricchire il proprio curriculum in chiave internazionale (18,5%).

Una generazione orientata verso la carriera globale

Si tratta di un fenomeno trasversale che interessa tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud, e che riflette l’evoluzione di una generazione sempre più orientata verso carriere globali.

Ma vivere all’estero non sempre si traduce in un miglioramento della qualità della vita. L’indagine, condotta su un campione significativo di giovani italiani espatriati o rientrati negli ultimi cinque anni, evidenzia numerose criticità. Sebbene il 57,9% si dichiari molto soddisfatto dell’esperienza fatta, solo il 19,4% valuta molto positivamente la qualità delle relazioni personali, il 21,4% esprime giudizi negativi sulla meritocrazia e il 64,8% segnala l’elevato costo della vita come fattore penalizzante.

“È tempo di costruire un Paese in grado di competere e attrarre talento”

“Oggi – commenta Rosario De Luca, presidente del Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, come riferisce Adnkronos – la sfida non è solo trattenere i giovani, ma creare le condizioni perché abbiano voglia di restare, o di tornare. È tempo di costruire un Paese in grado di competere e attrarre talento. Per riuscirci, dobbiamo continuare a investire sull’attrattività del sistema Italia: creando le condizioni per un lavoro sicuro e di qualità, accrescendo il potere di acquisto dei salari e aumentando i servizi per favorire la conciliazione vita/lavoro”.

Libri: i canali online aiutano a scoprire e acquistare nuovi titoli

Secondo i lettori italiani i negozi online in Italia e all’estero avvicinano la lettura, soprattutto coloro che vivono in aree con poche librerie.
All’estero, tre quarti degli acquirenti di libri in italiano (71,8%) acquista online, mentre in Italia uno su due legge di più grazie all’e-commerce e il 65% degli acquirenti offline consulta almeno una fonte online (70%all’estero).

Per chi vive in aree con difficile accesso alle librerie fisiche, pari al 26% della popolazione italiana, i motori di ricerca risultano il canale più utilizzato per scoprire nuovi titoli (37,2%), seguito da consigli di amici e conoscenti, vetrine dei punti vendita, contenuti sui social e siti di e-cmmerce.
Sono alcuni risultati del NetRetail Books relativo al 2024 realizzato da Netcomm.

Un ruolo complementare alle librerie

Il 56,3% del campione, che rappresenta 24,9 milioni di individui, acquista almeno un libro in negozio online o offline. Di questi, più della metà, il 57%, compra sia online sia offline, con solo il 20,6% e il 20,3% che acquista esclusivamente online e offline.

Anche per i lettori che acquistano solo in negozi fisici, i canali online rappresentano un punto di riferimento importante per la scelta del libro, svolgendo un ruolo complementare e di supporto alle librerie.
Il 65% di questa categoria, prima dell’acquisto in libreria, consulta almeno una fonte online, in particolare, motori di ricerca (24,7%), recensioni su social e blog (19,3%), i siti di e-commerce (12,9%).

L’evidenza è percepita con il crescere dell’età

Circa 8 lettori su 10 concordano sul fatto che i negozi online avvicinano la lettura alle persone che vivono in aree con poche librerie. Si tratta di un’opinione più diffusa col crescere dell’età. Questo dato tocca infatti percentuali superiori all’85% tra i lettori over55 e dell’87,5% over64.

Gli under25 sono la fascia di età con maggiore propensione all’acquisto di libri in generale: l’65,9% ha acquistato almeno un libro nell’ultimo anno.
Seguono i 35-44enni (64,1%) e i 25-34enni (62,8%), che vivono il digitale come un mezzo che consente di leggere di più.

L’e-commerce agevola la scoperta di titoli di nicchia

Mentre tra i generi più apprezzati dai lettori figurano i gialli (19,3%), la narrativa italiana (12,8%) e i fumetti (10,7%), tra i lettori online primeggiano generi più di nicchia.

Il genere più acquistato, infatti, è ‘Altro’, ovvero saggi, libri su religione, filosofia, crescita personale, formazione e viaggi, che raggiungono complessivamente il 17,2%. E dopo gli immancabili gialli e thriller, si posizionano al terzo e quarto posto la letteratura italiana e quella straniera.
Per quanto riguarda gli italiani all’estero, il genere più letto è la narrativa italiana, con un incremento del 29% rispetto all’Italia.

Fonti rinnovabili e Cer: italiani interessati all’autoproduzione energetica

Nonostante l’Italia sia al centro di importanti iniziative per la transizione verde, tra i cittadini emerge un senso di insoddisfazione diffusa. Due italiani su 3 ritengono che si stia facendo troppo poco per agevolare la diffusione delle energie rinnovabili. Una distanza che, se colmata, potrebbe liberare un enorme potenziale di innovazione sociale, economica e ambientale.

Di fatto, tra gli italiani è molto diffuso il desiderio di produrre energia pulita in autonomia (58%), e cresce il consenso (87%) verso le comunità energetiche (Cer), le iniziative di condivisione dell’energia pulita tra cittadini.
Tuttavia, l’accesso a tecnologie come il fotovoltaico e alle Cer è ostacolato da barriere percepite come ancora troppo alte. Prima fra tutte, il costo iniziale e la complessità burocratica. Emerge dallo studio condotto da Imc Holding.

Diventare prosumer: consumatori e produttori di energia

Solo il 18% degli intervistati si definisce ‘molto informato’ (il 42% ‘abbastanza’), e il restante 40% ammette di avere poche (30%) o nessuna (10%) informazioni in materia.
Analogamente, le comunità energetiche rinnovabili sono note solo al 25% del campione. Il 50% ne ha sentito parlare e il 25% non le conosce affatto.

Eppure, la voglia di attivarsi in prima persona rimane alta. Il 58% degli italiani dichiara di voler autoprodurre energia rinnovabile (ad esempio, installando pannelli solari in casa), mentre un ulteriore 30% è interessato ma desidera più informazioni.
Solo il 12% non è attratto dall’autoproduzione. 
In sostanza, la maggioranza vorrebbe diventare prosumer, consumatori-produttori di energia, sia per ridurre la bolletta sia per contribuire alla tutela ambientale.

Obiettivo: risparmio, sostenibilità, indipendenza

Risparmio economico (72%), sostenibilità ambientale (61%), maggiore indipendenza energetica (35%) sono considerati i principali benefici delle rinnovabili. Tali aspettative positive alimentano l’entusiasmo verso soluzioni come il fotovoltaico domestico e le comunità energetiche.
Di contro, emergono fattori che ne frenano l’adozione su larga scala. Gli ostacoli principali percepiti sono i costi iniziali elevati (64%), la burocrazia delle procedure (46%) e la carenza di informazioni (32%).

Molti cittadini menzionano proprio ‘costi’, ‘burocrazia’, ‘poca chiarezza’, ‘incentivi poco chiari’ e ‘tempi lunghi’ tra i timori concreti.
In altre parole, anche se esistono incentivi pubblici, vengono spesso percepiti come poco accessibili o comprensibili a causa di iter complessi.

Prevale la percezione di essere in ritardo

L’83% degli italiani ritiene che la spesa energetica incida molto (39%) o abbastanza (44%) sul bilancio familiare. Solo il 15% la giudica poco gravosa e appena il 2% per niente. Questo onere rafforza l’urgenza di soluzioni come l’autoproduzione e la condivisione dell’energia.
Il 41% aderirebbe senza esitazione a una comunità energetica nella propria zona, e un altro 46% lo farebbe se avesse più informazioni. 
Solo il 13% rimane scettico o non interessato.

Nonostante l’entusiasmo ‘dal basso’, prevale però la percezione che il Paese sia in ritardo. Il 65% ritiene che l’Italia non stia facendo abbastanza per promuovere le rinnovabili, contro il 23% convinto del contrario.
Molti cittadini giudicano quindi l’impegno nazionale ancora insufficiente rispetto alle aspettative.

Competenze green: richiesti dalle imprese 8 profili su 10

Nel 2024 la domanda di lavoratori con attitudine al risparmio energetico e formati alla sostenibilità ambientale è aumentata di 1,2 punti percentuali rispetto all’anno precedente, arrivando a oltre 4,4 milioni di assunzioni. L’80,6% del totale delle entrate programmate.
Per il 42,9% dei profili ricercati la competenza green è ritenuta necessaria con un grado elevato. E oggi interessa 8 assunzioni su 10. 

Lo evidenzia l’ultima edizione del volume ‘Le competenze green’, a cura del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, realizzato in collaborazione con il Centro Studi delle Camere di commercio G. Tagliacarne.
Lo studio fa parte del Programma nazionale Giovani, donne e lavoro, cofinanziato dall’Unione europea in occasione della Giornata mondiale della Terra.

I settori con maggiore richiesta

L’attitudine green è necessaria per gran parte dei mestieri legati al comparto dell’edilizia, quali, ad esempio i tecnici delle costruzioni civili (competenze richieste con elevata importanza al 66,6% delle entrate) e i tecnici della gestione dei cantieri edili (65,7%).
Ma non solo: questa competenza è decisiva ai fini dell’assunzione anche di tecnici meccanici (67,1%), specialisti in scienze economiche (66,4%), ingegneri energetici e meccanici (65,6%).

I risultati del Sistema Informativo Excelsior mostrano però che le difficoltà di reperimento delle imprese sono in costante aumento, e nel 2024 hanno riguardato il 47,8% del totale delle assunzioni programmate.
Inoltre, crescono all’intensificarsi dell’importanza con cui sono richieste le competenze green.

Cresce la difficoltà di reperimento

Quando è richiesta l’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale si rileva una difficoltà di reperimento pari al 49,4% delle entrate, quota che arriva al 51,5% nel caso siano necessarie con elevato grado di importanza.

In particolare, il possesso dell’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale è considerata fondamentale per l’assunzione a prescindere dal livello di istruzione. Le richieste maggiori si osservano per il personale con una formazione tecnologica superiore, dove è necessaria per il 90,2% delle entrate con un titolo ITS Academy, ma la domanda rimane elevata anche per chi è in possesso di qualifica o diploma professionale (85,3%), laurea (84,3%) o diploma di livello secondario (82,7%).

Lauree e diplomi associati a un’attitudine green più elevata

Tra gli indirizzi di laurea cui è associata una più elevata domanda di attitudine green si evidenziano gli altri indirizzi di ingegneria, scienze biologiche e biotecnologie, ingegneria industriale, ingegneria civile e architettura, agrario, agroalimentare e zootecnico e scienze della terra.

Tra gli ITS sono più richieste le competenze green negli ambiti dell’energia, sistema casa e ambiente costruito, sistema moda, chimica e nuove tecnologie della vita.

Benessere, salute, stili di vita: healthy e sano non sempre coincidono

Lo ha scoperto la WIN Worldview Survey, l’indagine globale sullo stato di salute percepito e gli stili di vita, svolta in Italia con il contributo di BVA Doxa: sentirsi sani non equivale necessariamente a vivere in modo sano. Tra ciò che le persone credono riguardo al proprio benessere e le loro effettive abitudini quotidiane emerge una distanza significativa.

In Italia, ad esempio, il 79% della popolazione si considera in buona salute, ma questo dato si scontra con livelli preoccupanti di stress, sedentarietà e uso di farmaci. E a livello globale, sebbene molti Paesi vantino una percezione ottimistica della propria salute, fattori come disuguaglianze educative, digitali e socioeconomiche continuano a minare il benessere reale.

In un’epoca in cui il benessere personale è al centro del dibattito pubblico, dalla crescente attenzione alla salute mentale al boom del wellness, emerge una realtà complessa e spesso contraddittoria.

Un ottimismo soggettivo che non riflette abitudini salutari

A livello globale, il 75% delle persone si considera in buona salute, un dato stabile dal 2018, ma questo ottimismo soggettivo non sempre riflette abitudini salutari.
In Italia la percezione è ancora più alta (79%), ma varia significativamente con l’età, dall’85% degli under25 si scende al 69% tra gli over64.

Non emergono differenze rilevanti tra Nord e Sud Italia, ma al Centro la percentuale cala leggermente al 75%.
Tuttavia, il livello di istruzione risulta determinante: il 21% di chi possiede un master o un dottorato si considera ‘molto sano’, contro il 14% di chi ha solo l’istruzione di base.

Italiani stressati e insonni

Nonostante una percezione di salute generalmente alta, lo stress colpisce circa il 38% degli italiani, con picchi tra le donne (47%) e i giovani sotto 34 anni (50%).

Anche la qualità del sonno è compromessa: solo il 51% degli italiani afferma di dormire bene, sebbene al Centro la percentuale salga al 56%. L’uso di farmaci prescritti coinvolge un italiano su tre, con un chiaro aumento nella fascia over 64 (69%).
A livello globale, il 35% delle persone ricorre all’automedicazione, soprattutto i giovani sotto 44 anni e chi ha un basso livello di istruzione. Un fenomeno più diffuso in Paesi come Marocco (39%) e Pakistan (36%), e quasi inesistente in Vietnam (5%) e Norvegia (2%).

Poca attività fisica e abuso di schermi

Il 50% della popolazione mondiale riconosce gli effetti negativi dell’uso eccessivo della tecnologia sulla salute fisica e sulla qualità del sonno. Un terzo riferisce conseguenze sulla salute mentale, con il 16% che soffre spesso di ansia o depressione associate all’abuso di schermi. Giovani e donne sono i gruppi più colpiti.
In Italia, poi, il 21% fuma regolarmente, con un picco del 36% tra i 25-34enni, e il 14% consuma abitualmente alcolici.

L’attività fisica regolare coinvolge invece solo il 36% della popolazione (31% over64). E se globalmente si registra una crescita dal 37% nel 2018 al 43% nel 2025, le disuguaglianze restano marcate. Sia per divario di genere (45% uomini vs 40% donne) sia educativo: solo il 34% di chi ha un basso livello di istruzione fa attività fisica regolare, contro il 58% tra chi possiede un master o un dottorato.