Come cambia il comparto Fashion & Beauty, tra shopping digitale e voglia di sostenibilità

La moda e la bellezza non sono mai state così vicine al pubblico. Oggi in Italia più di 33 milioni di persone acquistano prodotti Fashion & Beauty, e la maggior parte lo fa combinando acquisti in rete e in negozio.

L’omnicanalità è ormai la normalità: sette consumatori su dieci passano con naturalezza dal carrello online alla boutique sotto casa. Una fetta più contenuta  – circa il 20% – sceglie solo l’e-commerce, mentre un 10% rimane legato esclusivamente allo store fisico.
Il negozio tradizionale, però, non perde appeal: diventa un punto di riferimento per provare, vivere un’esperienza e costruire un legame con il brand.

Un viaggio tra click e vetrine

Il percorso d’acquisto inizia quasi sempre online. Nove clienti su dieci entrano in contatto con un marchio attraverso il web, tra social, siti ufficiali e vetrine digitali. Prima di comprare, un italiano consulta in media quasi sei canali diversi. ù

Poi arriva il momento della prova in negozio, che resta il luogo ideale per ricevere consigli e confrontarsi con il prodotto reale.

Diversi profili di consumatori 

Dallo studio presentato da Netcomm emergono tre identikit di consumatori: gli Abitudinari (39,2%), fedeli alle proprie routine d’acquisto; i Convenience Seeker (25%), che mettono il prezzo al centro delle loro scelte; e i Digital Power Buyers (13%), giovani, spesso uomini e molto tecnologici, che utilizzano strumenti come l’intelligenza artificiale per personalizzare l’esperienza.

Prezzo, affidabilità del marchio e comfort sono i criteri più rilevanti nei processi di acquisto. Per quanto concerne l’online, piacciono praticità e varietà di scelta.

Il peso della sostenibilità

La sostenibilità è ormai un tema fondamentale in ogni decisione. Anche per questo il mercato del second-hand cresce a ritmi tre volte superiori alla moda tradizionale, soprattutto negli Stati Uniti, e conquista in particolare la Gen Z. In Italia, invece, si tenere a preferire ancora il nuovo, ma l’usato è sempre più popolare per acquistare accessori e capi particolari.

Sul fronte opposto, il fast fashion vince facile grazie ai prezzi bassi e all’enorme offerta, ma non mancano critiche: la moda, infatti, è responsabile del 10% delle emissioni globali di CO₂. Le nuove regole europee puntano a far cambiare rotta al comparto, introducendo obblighi di progettazione sostenibile e sistemi di tracciabilità digitale.

Innovazione tecnologica e social media

L’intelligenza artificiale non è più un’idea futuristica: quasi il 17% degli acquirenti italiani la utilizza già per confrontare prezzi o ricevere suggerimenti. Crescono anche le applicazioni di realtà aumentata e virtuale per provare capi e accessori da remoto.

Infine, i social sono ormai la vera passerella globale. TikTok e Instagram guidano le scelte di stile, con i creator più autentici che superano le celebrity in termini di fiducia e capacità di influenzare gli acquisti.

Personal Care: un comparto rilevante per oltre il 70% degli italiani

Per 7 consumatori italiani su 10 le decisioni delle aziende del settore Personal Care hanno un impatto importante sulla vita (73,7%). A livello globale, la quota sale al 74,9%.
Le aree su cui le aspettative sono più alte, ma insoddisfatte, sono maggiore impegno nel fare la cosa giusta e offrire prodotti e servizi a maggior valore, che includono certificazioni di qualità, tracciamento della filiera e trasparenza della produzione, oltre a prendersi cura dei clienti.

Il settore Personal Care suscita quindi un alto livello di interesse e coinvolgimento personale tra la popolazione, anche italiana. Emerge dalla ricerca Post-Invasion 2024/2025, realizzata da Omnicom PR Group.

I fattori più importanti riguardano il modo di agire delle aziende

“Il Settore Personal Care gioca un ruolo sempre più centrale nella vita delle persone. Nel corso degli ultimi anni – commenta Daniela Spiezio, Vice President e Lead della Industry –. Dalla nostra ricerca Post-Invasion, emerge chiaramente che per i consumatori i fattori più rilevanti sono tre e riguardano tutti il modo di agire di un brand/azienda su specifiche tematiche: la cura per le persone, siano dipendenti o clienti, l’attenzione per l’ambiente insieme alla condivisione di purpose, valori e impegno per il futuro. Un ruolo importante lo gioca anche il modo attraverso il quale le aziende comunicano il loro impegno, che deve essere guidato da strategie dedicate e da obiettivi chiari”.

I dati emersi evidenziano soddisfazione, ma è importante che i comportamenti delle aziende siano sempre concreti, trasparenti e autentici.

I consumatori esperti esigono più informazioni

Rispetto alla popolazione generale i consumatori esperti ricercano spesso maggiori informazioni: l’80% dichiara infatti di informarsi su un’azienda prima di sceglierla. C’è quindi più chiarezza e una maggiore volontà a condividere la propria opinione su prodotti e servizi (66%).
La consapevolezza che ne deriva permette di dimostrare un’aumentata soddisfazione verso l’impegno dei brand nel loro agire e prendendosi cura dei dipendenti.

Pari riconoscimento viene anche dato al modo in cui le aziende comunicano, alla qualità dei contenuti che utilizzano per veicolare il loro purpose (che non deve essere solo business oriented), la cui importanza per le preferenze e le scelte d’acquisto è molto elevata.

Sensibili ai temi ESG

“Un punto in comune tra i tra i due campioni intervistati è proprio l’aspettativa verso le aziende di questo settore di apportare un profondo miglioramento nell’impatto sull’ambiente – aggiunge Spiezio –: un approccio ‘natural’ e ‘green’ è un requisito considerato inevitabile e necessario, non più solo tra i desiderata”.

Questo aspetto si manifesta attraverso la sensibilità dimostrata verso  le tematiche ESG secondo gli standard ESRS, con percentuali che superano il 65% in nove dei dieci standard presi in esame. In particolare, i tre standard maggiormente rilevanti sono lotta all’inquinamento (72,3%), cambiamenti climatici (70,4%) e rispetto di consumatori e clienti (68,8%).

Festival musicali e concerti generano fino a 42 tonnellate di CO₂ a spettatore

È quanto emerge dallo scenario delineato da ClimateSeed basato su fonti italiane e internazionali: un singolo concerto può generare fino a 42 tonnellate di CO₂, pari a circa 12,8 kg, per partecipante.

Nonostante si evidenzino segnali positivi da parte del comparto legato agli eventi musicali, che si sta riorganizzando per abbattere le proprie emissioni di CO₂, il percorso verso festival e concerti musicali “puliti” è ancora lungo. Concerti e festival musicali sono tra i momenti più attesi dell’estate. Ma dietro l’intrattenimento si nasconde un impatto ambientale rilevante, e spesso sottovalutato.

La necessità di ricorrere a soluzioni più green

Materiali di scena, strutture, ristorazione e alloggi sono solo alcuni degli elementi più inquinanti di festival e concerti. Tuttavia, è il trasporto la componente dominante delle emissioni totali, soprattutto per quanto riguarda i trasporti degli spettatori e delle attrezzature.
Anche luci, suono, schermi e climatizzatori possono impattare molto su un singolo evento. Particolarmente inquinanti sono poi le emissioni date dai pernottamenti del pubblico in hotel o campeggi, soprattutto se si tratta di eventi multi-giornalieri.

Un festival medio di 3 giorni emette infatti 500 tonnellate di CO₂, pari a 5 kg per persona al giorno. Guardando invece a un solo concerto, l’emissione di 42 tonnellate di CO₂ (circa 12,8 kg per partecipante) in termini energetici si tratta di circa 86.202 kWh totali, ovvero 26 kWh per spettatore.

Le azioni per ridurre l’impatto ambientale

Negli ultimi anni, diversi organizzatori del settore musicale hanno iniziato ad affrontare in modo più consapevole la questione ambientale, intraprendendo delle azioni per la riduzione della carbon footprint.

Secondo AGF – A Greener Future, infatti, è cresciuto il numero di eventi che monitorano le proprie emissioni e adottano soluzioni a basso impatto, come il trasporto locale e l’utilizzo di energia rinnovabile. Nel panorama internazionale, un esempio virtuoso di attenzione all’impatto ambientale dei concerti è rappresentato dal recente tour mondiale dei Coldplay, ‘Music of the Spheres’, le cui emissioni sono state misurate e certificate dal MIT. Anche altri artisti, come Massive Attack, Radiohead e Billie Eilish, hanno iniziato a dare maggiore rilevanza alla sostenibilità, monitorando le emissioni generate dai propri spettacoli.

Come rendere sostenibile l’intrattenimento?

La riduzione dell’impatto ambientale parte dalla sua misurazione, in particolare, attraverso piattaforme apposite, come quella promossa da ClimateSeed.
È importante poi incentivare al più possibile l’uso di mezzi sostenibili, come navette e car sharing, e supportare le filiere locali per quanto riguarda cibo, bevande e forniture.
Non solo, l’ottimizzazione dei consumi, la raccolta differenziata, l’uso di stoviglie riutilizzabili e l’utilizzo di energia rinnovabile possono fare la differenza.

Per le emissioni residue, invece, è essenziale implementare progetti di compensazione certificati, capaci di generare anche impatti sociali positivi, e coinvolgere attivamente il pubblico in azioni di sensibilizzazione e responsabilità ambientale.

Intelligenza artificiale: preparazione, fiducia e utilizzo nel mondo

Come viene percepita e accettata l’Intelligenza artificiale dalle persone nei diversi contesti culturali e sociali del pianeta?
Frequenza d’uso, fiducia, efficienza, interesse, comfort, usabilità e accettazione complessiva dell’AI sono i sette indicatori individuati dal sondaggio WIN World AI Index 2025 WIN ha presentato, in collaborazione con ESOMAR e Doxa per l’Italia, il primo WIN World AI Index. 

Sebbene il 62% delle persone a livello globale riferisca un certo livello di utilizzo dell’AI, la sua adozione varia notevolmente.
India (93%) e Cina (91%) sono in testa per l’uso, mentre Pakistan (18%) e Giappone (35%) riportano i livelli più bassi.
Solo il 14% degli intervistati globali dichiara di utilizzare l’AI frequentemente o quotidianamente, mentre il 38% non la usa affatto.

Accettazione e usabilità elevate, basso utilizzo effettivo

Il punteggio globale dell’Indice AI è 51,6 punti (su 100). Anche  se l’accettazione dell’AI (62,1 punti) e l’usabilità (57,9 punti) risultano elevate, non sempre si traducono in un utilizzo effettivo, che si attesta solo a 38,8 punti.
La regione APAC è in testa alla maggior parte degli indicatori, riflettendo una fiducia, un utilizzo e un’accettazione generalmente più elevati.

Al contrario, l’Europa adotta un atteggiamento più cauto, con il 62% degli intervistati che teme che l’AI possa diffondere disinformazione. Nelle Americhe, il 56% teme la perdita di posti di lavoro e violazioni dei dati, mentre la regione Africa-MENA registra il livello di preoccupazione più basso in assoluto.

Come prevedibile, i giovani sono i principali motori dell’adozione

Il 23% di coloro tra 18 e 34 anni la utilizza frequentemente, contro appena il 7% della popolazione over55.
L’Indice mostra una correlazione positiva (+0,52) tra età e punteggi AI, con le popolazioni più giovani che abbracciano l’AI in modo più deciso. Ad esempio, i paesi dell’APAC con popolazioni giovani, come India, Malesia e Vietnam, ottengono punteggi complessivi più alti rispetto ai paesi europei con popolazioni più anziane.

Tuttavia, anche fattori come la penetrazione IT e l’urbanizzazione giocano un ruolo. Uno dei contrasti generazionali più evidenti si registra nel Regno Unito, dove c’è un divario di 18,4 punti nei punteggi AI tra giovani e anziani, suggerendo un maggiore disallineamento e preoccupazione tra gli utenti più anziani.

E l’Italia?

Per poco più di 1 italiano su 10 l’AI è già entrata nella quotidianità. L’11% degli italiani usa abitualmente strumenti basati sull’Intelligenza artificiale, tra cui Chat GPT. 
A questa porzione, ancora piuttosto contenuta, si aggiunge una grande fetta di utilizzatori saltuari (27% la usa qualche volta) o molto sporadici (26% raramente).

L’uso abituale è molto più diffuso tra gli under25 (27%,), e seppur in minor misura, tra i giovani adulti di 25-34 anni (18%). 
La segmentazione territoriale evidenzia una discrepanza tra le macroaree. Nel Nord-Ovest i frequent user rappresentano il 13%, contro il 9% del Sud e delle Isole. Una differenza lieve, ma significativa.

Comparatori: oltre 8 italiani su 10 hanno confrontato prezzi online almeno una volta

Nell’ultimo anno il 65% degli italiani si è servito di un comparatore online per confrontare prezzi e tariffe, in media, tre volte l’anno. Solo considerando l’assicurazione auto, nel 2024, questi strumenti hanno permesso di risparmiare 109 milioni di euro.

Più di 8 italiani su 10 hanno usato almeno una volta un comparatore. E se il risparmio (66%) è la prima motivazione che spinge gli italiani a farne uso, 27 milioni se ne sono serviti per confrontare assicurazioni auto, utenze domestiche, hotel, tariffe degli aerei e molto altro.
Arrivati sul mercato nei primi anni duemila i comparatori gradualmente hanno cambiato il modo in cui gli italiani si approcciano alle spese. Emerge da un’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different.

Chi li usa di più? I Millennials

La fascia di età che ha usato maggiormente i comparatori è quella compresa tra 35–44 anni (78%), i Millennials. Dal punto di vista territoriale, l’attitudine a confrontare le spese di casa con strumenti online è più diffusa nel Nord Italia (69%), ma comunque molto forte anche al Centro (65%) e al Sud (60%).

La seconda ragione che spinge a usare i comparatori è la “certezza di trovare le offerte migliori” (57%), mentre circa 13 milioni di consumatori (48%) apprezzano la semplicità di confronto delle tariffe.
Sono invece 3.315.000 (12%, 18% fascia 55–64 anni) i consumatori che dichiarano di servirsene perché apprezzano la possibilità di ottenere una consulenza specializzata indipendente.

RC Auto e moto, offerte luce e gas, viaggi e soggiorni

Importante anche il ruolo dei compratori in termini informativi e tutela dalle truffe. Più di 3 milioni di consumatori usano un comparatore per acquisire conoscenze su prodotti o servizi non familiari o ricevere una consulenza indipendente, mentre quasi 4 milioni si affidano a questi strumenti per evitare di cadere vittima di truffe.

Le assicurazioni auto e moto sono la spesa per la quale gli italiani hanno usato maggiormente i comparatori (41%, circa 11,3 milioni). Pochi meno (11 milioni) quelli che si sono rivolti ai comparatori per confrontare offerte luce e gas.
Gli italiani scelgono il confronto anche quando si tratta di decidere l’hotel in cui soggiornare (31%) o prenotare un volo aereo (27%). Un consumatore su quattro per la telefonia, il 12% per confrontare prodotti di finanza personale, o prestiti e mutui (7%).

Un confronto “anagrafico”

L’uso dei comparatori varia in base all’età: gli under34 li utilizzano principalmente per risparmiare sui viaggi (hotel e aerei), mentre dai 35 anni in su, RC auto e utenze domestiche. La comparazione di mutui e prestiti è particolarmente utilizzata dalla fascia 25-34 anni, mentre il noleggio a lungo termine da quella 35-44 anni. Sono i più giovani (18-24 anni) a utilizzarli maggiormente per cercare prodotti assicurativi diversi dall’RC auto o moto.

Per ogni settore cambiano anche le motivazioni per cui si usano i comparatori. Quando si parla di bollette, ad esempio, viene molto apprezzata la semplicità del confronto, per i prestiti la possibilità di verificare i costi prima di chiedere il finanziamento, per i mutui il risparmio di tempo.

Food&Grocery: l’e-commerce si consolida nel retail e cresce dell’8,5%

A quanto emerge dalla ricerca NetRetail 2025 Focus Food&Grocery e dall’Osservatorio Netcomm, svolto in collaborazione con NIQ, nel 2025 per il Food&Grocery si prevede un aumento del valore degli acquisti online dell’8,5% rispetto al 2024, una performance superiore alla crescita media dell’e-commerce di prodotto (+6%).

Il settore dell’e-commerce alimentare in Italia sta attraversando una fase di consolidamento, tuttavia, ‘solo’ il 6,5% delle vendite nel settore Food è rappresentato da acquisti online, una quota ancora limitata rispetto al totale del commercio B2c di prodotto (12% vendite online).

L’80% degli operatori investe in digitalizzazione, ma solo il 26% adotta modelli realmente omnicanale

“L’e-commerce Food&Grocery italiano si conferma un comparto dinamico – commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm -. Oggi l’80% degli operatori investe in digitalizzazione, ma solo il 26% ha adottato modelli realmente omnicanale, segno che il settore ha ancora margini importanti di sviluppo. Le imprese del Food&Grocery sono chiamate a valorizzare il capitale umano, innovare i processi, personalizzare l’offerta e integrare sempre più efficacemente fisico e digitale.
In questo scenario il Retail Media, sia online sia in-store, si sta affermando come leva utile a supportare il percorso d’acquisto e la creazione di una sinergia tra contenuti, esperienza e promozione”.

I costi logistici alzano i prezzi medi del canale online

Nel canale online si osserva in particolare una tendenza al mantenimento di prezzi medi superiori rispetto ai negozi fisici. A dicembre 2024 il differenziale era pari al +5% contro il +3,5% di inizio anno.
Questa dinamica è legata soprattutto ai costi logistici, ancora rilevanti per la redditività degli operatori digitali.

Per i consumatori online il prezzo non è il fattore più determinante: il 35% (+8%) degli acquirenti Food&Grocery online dichiara di acquistare per abitudine consolidata, mentre cresce l’importanza dell’ampia scelta (29,6%, +8% vs 2024) della qualità del servizio di consegna (29,4%) e dell’efficienza complessiva nell’esperienza d’acquisto (25,3%), che deve soddisfare le esigenze e le aspettative dei consumatori in termini di servizi offerti.

I comparatori guidano le scelte dei consumatori

Nel comparto Food&Grocery gli utenti impiegano mediamente 3,6 touchpoint per concludere un ordine, meno rispetto ai 3,9 rilevati in altri settori, a conferma di un processo decisionale più rapido e abitudinario.

In questo contesto, cresce l’importanza di strumenti come i suggerimenti da Chatbot e AI, recensioni, riviste, blog e social media, oltre ai comparatori, che guidano in modo sempre più rilevante le scelte dei consumatori.
A confermare la centralità della consuetudine e della fidelizzazione nel customer journey, l’analisi indica che in più di 7 casi su 10 si tratta di riacquisti, un dato superiore a quello rilevato nel processo di acquisto online di qualsiasi altro tipo di prodotto.

L’e-commerce in Italia genera 150 miliardi di valore condiviso

Lo conferma la nuova edizione dello studio ‘L’e-commerce crea valore per l’Italia’, realizzato da Netcomm in collaborazione con Althesys: il commercio elettronico è un motore fondamentale per lo sviluppo economico, sociale e ambientale dell’Italia.
Nel 2024 il settore vale il 7% del Pil nazionale: 150,1 miliardi di euro (+6,6% vs 2023) di cui 88,6 miliardi di valore aggiunto.

Il valore totale dell’e-commerce si suddivide in tre componenti principali, 58,9 miliardi di euro di ricadute dirette derivanti dalle attività degli online seller, 50 miliardi di ricadute indirette, ovvero l’apporto economico dei fornitori e dei servizi a monte e a valle, e 41,2 miliardi di ricadute indotte, cioè gli effetti positivi sul resto del sistema economico.

Il moltiplicatore di valore e il ruolo fiscale

Dalla ricerca emerge chiaramente il dato strutturale sul moltiplicatore del valore. A ogni euro di valore aggiunto generato direttamente dal comparto e-commerce ne corrispondono tre di benefici per l’intero sistema economico italiano, tra ricadute dirette, indirette e indotte[.

Si tratta di un indicatore che evidenzia la forte capacità dell’e-commerce di attivare valore lungo tutte le maglie del sistema produttivo, confermando la natura interconnessa e sistemica del commercio digitale.
Il contributo fiscale complessivo prodotto dalla filiera raggiunge 44 miliardi di euro, pari al 7,7% delle entrate fiscali italiane nel 2023, confermando il ruolo determinante dell’e-commerce anche nel sostenere la spesa pubblica e il benessere collettivo.

Lavoro e filiera, un sistema che integra fornitori, seller, servizi

L’e-commerce e la sua filiera in Italia coinvolgono direttamente e indirettamente 1,8 milioni di lavoratori compreso l’indotto, +15% tra il 2022 e il 2023, e pari al 6,8% degli occupati in Italia, contribuendo a generare un totale di 40,3 miliardi di euro di salari lordi nella sola filiera (+13,8% rispetto al 2022).
Di questi, 1,17 milioni di lavoratori sono impiegati direttamente nella value chain del commercio digitale (310.000 comparti fornitori, 542.000 retailer, brand, marketplace, 319.000 servizi di logistica, consegna, pagamento).

La creazione di valore è ben distribuita tra le diverse fasi della filiera. La componente a monte genera 35,5 miliardi di euro, la fase centrale produce il maggior impatto (79 miliardi di euro), e la fase di supporto alle attività di vendita online genera 35,6 miliardi.

Benefici per consumatori, lavoratori, ambiente

Dal lato consumatori i dati evidenziano che nel 2024 il 44,3% degli italiani sopra 14 anni ha effettuato almeno un acquisto online, con un aumento di dieci punti percentuali rispetto al 2019. 
Dal punto di vista del capitale umano il settore sta contribuendo in maniera significativa alla qualificazione del lavoro, attraverso l’adozione di contratti collettivi nazionali, formazione continua e programmi aziendali di upskilling digitale, che stanno promuovendo l’innovazione dei profili professionali e la resilienza dell’occupazione lungo tutta la filiera.

Inoltre, l’e-commerce assume un ruolo guida anche nella promozione di modelli di consumo circolari e sostenibili. L’introduzione di soluzioni logistiche a basso impatto ambientale contribuisce in modo significativo alla riduzione delle emissioni di CO2.

Il sales del futuro? Deve unire competenze specialistiche a capacità trasversali

Nell’ultimo anno le richieste per i professionisti della vendita, società di ricerca e selezione di personale qualificato sono cresciute del 12%.
Secondo i dati elaborati da Hunters Group, per il comparto dei servizi il 2025 è un anno di grande fermento, spinto dall’innovazione tecnologica e dal cambiamento delle esigenze dei clienti.

In questo scenario le figure commerciali stanno assumendo un ruolo sempre più centrale.
Si tratta di profili che devono unire competenze specialistiche e capacità trasversali. Serve infatti una combinazione di competenze tecniche e soft skill, negoziazione, empatia, resilienza, orientamento al risultato. Ma anche spirito di squadra, ascolto attivo e capacità di apprendere in continuazione.

Serve visione strategica, ascolto, adattabilità

“Le aziende non cercano più semplici venditori – spiega Davide Cambianica, manager della divisione sales & marketing di Hunters Group -, ma professionisti capaci di proporre soluzioni, costruire relazioni durature, comprendere le dinamiche di mercato e orientare il cliente in un contesto spesso altamente competitivo. Serve visione strategica, ascolto, adattabilità, ma anche la capacità di dialogare con interlocutori diversi e promuovere servizi che spesso richiedono un elevato grado di personalizzazione – aggiunge -. È proprio in questi contesti che la ricerca e selezione di figure commerciali diventa un passaggio cruciale per le aziende che vogliono fare la differenza sul mercato e generare vero valore”.

Un consulente capace di interpretare i dati e parlare con marketing e operations 

Il professionista sales del futuro deve saper ascoltare, analizzare, proporre soluzioni e creare relazioni di fiducia.
Il sales di successo è un consulente capace di interpretare i dati e in grado di parlare con marketing e operations. In un momento storico ricco di sfide come quello attuale, si deve ‘vendere con’ e non ‘vendere a’. Questo è possibile grazie a una profonda conoscenza del mercato e dei clienti, e alla collaborazione con tutta l’organizzazione.

Il sales del  futuro legge i numeri, interpreta KPI e metriche e orienta le proprie azioni per ottenere i risultati migliori.
Non è un caso che nel 2025 le figure commerciali più richieste in Italia si concentrino su competenze digitali avanzate, marketing strategico e gestione delle vendite in ambito tecnologico.

Le 3 figure commerciali più richieste nel 2025

Le prime tre posizioni sono occupate da e-commerce manager, technical sales specialist e marketing and communication specialist.
Con l’espansione del commercio online, l’e-commerce manager è fondamentale per gestire piattaforme di vendita digitali, sviluppare strategie di marketing online e ottimizzare l’esperienza utente.

Il technical sales specialist, un professionista con competenze tecniche e commerciali in grado di vendere prodotti e servizi complessi, combina conoscenze tecniche con abilità di vendita. Una figura sempre più richiesta per la vendita di prodotti e servizi complessi.
Il marketing and communication specialist è invece uno specialista fondamentale per gran parte delle aziende, poiché in grado di sviluppare e implementare strategie comunicative per promuovere prodotti, servizi e l’immagine dell’azienda.

Giovani italiani all’estero: 2 su 3 sono pronti a tornare

La mobilità giovanile all’estero è in aumento, ma è sempre più consapevole, progettuale e spesso temporanea.
I giovani italiani partono per formarsi, crescere e sperimentare nuovi contesti professionali, ma due giovani su tre considerano possibile un ritorno in Italia, a patto che si creino condizioni più favorevoli.

Secondo i risultati del dossier realizzato dalla Fondazione studi consulenti del lavoro, dal titolo Giovani all’estero: tra opportunità di lavoro e voglia di crescita, non si tratta solo di ottenere salari più competitivi (91,5%), ma anche una valorizzazione del merito (78%), reali opportunità di crescita professionale (71,2%) e una maggiore cultura manageriale nelle imprese (42,9%). 

Non è solo una fuga di cervelli

Nel 2024, secondo i dati Istat diffusi ad aprile 2025, oltre 93.000 giovani tra 18 e 39 anni hanno trasferito la propria residenza all’estero, segnando un incremento del 107,2% rispetto al 2014 (45.000).
Nello stesso anno, però, sono rientrati quasi 22.00 giovani italiani su un totale di quasi 53.000 rientri, una cifra percentualmente in aumento rispetto al passato. Un dato che fotografa l’espansione di un fenomeno che, alla luce dei dati, non può più essere letto solo in termini di ‘fuga di cervelli’.

Solo il 26,5% dei giovani intervistati ha indicato la mancanza di lavoro in Italia come motivo principale della partenza.
Più spesso a motivare la scelta sono il desiderio di fare un’esperienza diversa (40,5%), la disponibilità di una buona opportunità (22,5%) e la volontà di arricchire il proprio curriculum in chiave internazionale (18,5%).

Una generazione orientata verso la carriera globale

Si tratta di un fenomeno trasversale che interessa tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud, e che riflette l’evoluzione di una generazione sempre più orientata verso carriere globali.

Ma vivere all’estero non sempre si traduce in un miglioramento della qualità della vita. L’indagine, condotta su un campione significativo di giovani italiani espatriati o rientrati negli ultimi cinque anni, evidenzia numerose criticità. Sebbene il 57,9% si dichiari molto soddisfatto dell’esperienza fatta, solo il 19,4% valuta molto positivamente la qualità delle relazioni personali, il 21,4% esprime giudizi negativi sulla meritocrazia e il 64,8% segnala l’elevato costo della vita come fattore penalizzante.

“È tempo di costruire un Paese in grado di competere e attrarre talento”

“Oggi – commenta Rosario De Luca, presidente del Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, come riferisce Adnkronos – la sfida non è solo trattenere i giovani, ma creare le condizioni perché abbiano voglia di restare, o di tornare. È tempo di costruire un Paese in grado di competere e attrarre talento. Per riuscirci, dobbiamo continuare a investire sull’attrattività del sistema Italia: creando le condizioni per un lavoro sicuro e di qualità, accrescendo il potere di acquisto dei salari e aumentando i servizi per favorire la conciliazione vita/lavoro”.

Libri: i canali online aiutano a scoprire e acquistare nuovi titoli

Secondo i lettori italiani i negozi online in Italia e all’estero avvicinano la lettura, soprattutto coloro che vivono in aree con poche librerie.
All’estero, tre quarti degli acquirenti di libri in italiano (71,8%) acquista online, mentre in Italia uno su due legge di più grazie all’e-commerce e il 65% degli acquirenti offline consulta almeno una fonte online (70%all’estero).

Per chi vive in aree con difficile accesso alle librerie fisiche, pari al 26% della popolazione italiana, i motori di ricerca risultano il canale più utilizzato per scoprire nuovi titoli (37,2%), seguito da consigli di amici e conoscenti, vetrine dei punti vendita, contenuti sui social e siti di e-cmmerce.
Sono alcuni risultati del NetRetail Books relativo al 2024 realizzato da Netcomm.

Un ruolo complementare alle librerie

Il 56,3% del campione, che rappresenta 24,9 milioni di individui, acquista almeno un libro in negozio online o offline. Di questi, più della metà, il 57%, compra sia online sia offline, con solo il 20,6% e il 20,3% che acquista esclusivamente online e offline.

Anche per i lettori che acquistano solo in negozi fisici, i canali online rappresentano un punto di riferimento importante per la scelta del libro, svolgendo un ruolo complementare e di supporto alle librerie.
Il 65% di questa categoria, prima dell’acquisto in libreria, consulta almeno una fonte online, in particolare, motori di ricerca (24,7%), recensioni su social e blog (19,3%), i siti di e-commerce (12,9%).

L’evidenza è percepita con il crescere dell’età

Circa 8 lettori su 10 concordano sul fatto che i negozi online avvicinano la lettura alle persone che vivono in aree con poche librerie. Si tratta di un’opinione più diffusa col crescere dell’età. Questo dato tocca infatti percentuali superiori all’85% tra i lettori over55 e dell’87,5% over64.

Gli under25 sono la fascia di età con maggiore propensione all’acquisto di libri in generale: l’65,9% ha acquistato almeno un libro nell’ultimo anno.
Seguono i 35-44enni (64,1%) e i 25-34enni (62,8%), che vivono il digitale come un mezzo che consente di leggere di più.

L’e-commerce agevola la scoperta di titoli di nicchia

Mentre tra i generi più apprezzati dai lettori figurano i gialli (19,3%), la narrativa italiana (12,8%) e i fumetti (10,7%), tra i lettori online primeggiano generi più di nicchia.

Il genere più acquistato, infatti, è ‘Altro’, ovvero saggi, libri su religione, filosofia, crescita personale, formazione e viaggi, che raggiungono complessivamente il 17,2%. E dopo gli immancabili gialli e thriller, si posizionano al terzo e quarto posto la letteratura italiana e quella straniera.
Per quanto riguarda gli italiani all’estero, il genere più letto è la narrativa italiana, con un incremento del 29% rispetto all’Italia.