Dall’orto al mercato globale: la scalata di una startup agri‑tech italiana tra dati, sostenibilità e filiere corte

Negli ultimi cinque anni l’agricoltura italiana ha iniziato a dialogare con i dati: sensori, droni, algoritmi di previsione e piattaforme digitali stanno ridefinendo come si coltiva, si distribuisce e si vende. In questo contesto si inserisce il caso di una startup agri‑tech italiana che, partendo da una cooperativa pugliese, ha costruito un modello scalabile che unisce sostenibilità, servizi digitali e accesso diretto al consumatore.

Introduzione — Contesto
L’agri‑tech è tra i settori più dinamici in Europa: tecnologie per il monitoraggio del suolo, sistemi di irrigazione intelligenti e marketplace verticali stanno crescendo grazie alla domanda di prodotti tracciabili e sostenibili. Per le imprese agricole italiane, spesso caratterizzate da frammentazione e dimensione contenuta, l’adozione di soluzioni digitali può tradursi in aumento di resa, riduzione dei costi e apertura a mercati premium. La startup oggetto del nostro caso ha colto questa opportunità trasformando un problema locale — l’incertezza delle rese e la volatilità dei prezzi — in un’offerta di valore replicabile.

Analisi — Modello, dati ed esempi concreti
La startup è nata come spin‑off di una cooperativa di produttori di frutta, con un team tecnico‑commerciale di cinque persone. Il prodotto chiave combina: 1) sensori IoT per umidità del suolo e microclima; 2) una piattaforma cloud per analisi predittiva delle rese; 3) un canale di vendita diretto B2C/B2B che valorizza prodotti con certificazioni di sostenibilità.

Dal punto di vista economico il modello è ibrido: abbonamento SaaS per l’accesso alla piattaforma di analisi (pricing basato su ettari monitorati) e commissioni sulle vendite tramite il marketplace integrato. I risultati del primo triennio mostrano una traiettoria tipica delle startup scalabili: crescita del fatturato superiore al 40% anno su anno, tasso di retention degli agricoltori oltre il 75% e margini in miglioramento grazie all’aumento dei servizi digitali a valore aggiunto.

Un elemento chiave è la riduzione del rischio operativo per i produttori. Utilizzando previsioni meteorologiche integrate e modelli di stress idrico, la startup ha dimostrato di poter abbassare l’uso d’acqua del 15–25% e diminuire l’impiego di fitofarmaci grazie a interventi mirati. Questi numeri, tradotti in valore economico, hanno permesso ai produttori di stabilizzare i ricavi e accedere a nicchie di mercato disposte a pagare un premio per prodotti tracciati e a basso impatto ambientale.

Il successo commerciale è passato anche dalla capacità di stringere partnership: accordi con consorzi locali, contratti di fornitura con catene di negozi bio e progetti con reti di ristorazione che privilegiano filiere corte. Parallelamente la startup ha ottenuto finanziamenti pubblici per innovazione e un seed round privato che ha accelerato lo sviluppo tecnologico (sensori a basso costo e intelligenza artificiale per la previsione delle malattie delle piante).

Implicazioni future — Per il settore e per la politica economica
Il caso mette in luce tre implicazioni pratiche per l’economia agricola italiana. Primo, la digitalizzazione può essere la leva per superare la frammentazione della produzione, aggregando offerta e creando massa critica per l’accesso a mercati internazionali. Secondo, la sostenibilità misurabile diventa un asset commerciale: certificazioni e dati sulla filiera si traducono in maggiori margini. Terzo, le startup che operano come facilitatrici (technology provider + canale di mercato) hanno maggiori possibilità di scalare rispetto a soluzioni che restano confinate al solo livello tecnico.

Per le policy pubbliche, il caso suggerisce la necessità di incentivi calibrati: non solo misure generiche per l’innovazione, ma programmi che favoriscano l’adozione di tecnologie nei piccoli produttori, formazione digitale e infrastrutture di connettività rurale. Anche il supporto alla creazione di hub locali che mettano in connessione startup, cooperative e distributori può accelerare la diffusione di modelli replicabili.

In conclusione, la storia di questa startup agri‑tech italiana mostra come l’incontro tra tecnologia, conoscenza agricola locale e strategie di mercato possa trasformare la filiera. Non si tratta soltanto di aumentare la produttività: è una questione di resilienza, sostenibilità e di accesso a consumatori disposti a premiare trasparenza e qualità. Per le imprese e per i decisori pubblici la sfida è ora rendere questi modelli accessibili a scala nazionale, perché il vero impatto si misura quando molte piccole aziende aggiornano il modo di produrre e vendere.

Nearshoring e la nuova mappa della manifattura globale: opportunità e rischi per le economie europee

Negli ultimi anni il concetto di globalizzazione delle catene del valore ha subito un ripensamento rapido e profondo. La combinazione di shock da pandemia, tensioni geopolitiche e aumento dei costi logistici ha spinto molte imprese a rivedere la strategia di delocalizzazione: al centro del dibattito è emerso il nearshoring, ovvero il ritorno o l’avvicinamento della produzione verso paesi vicini al mercato finale. Questo fenomeno sta ridisegnando la mappa della manifattura globale e pone sfide concrete, ma anche opportunità, per le economie europee.

Il contesto: perché il nearshoring è tornato in auge

Le interruzioni delle forniture registrate durante la pandemia del 2020-2022 hanno messo in luce la vulnerabilità di catene del valore lunghe e complesse. Aumentata incertezza geopolitica — in particolare le tensioni USA-Cina e la guerra in Ucraina — ha esacerbato il rischio di dipendenze strategiche. Parallelamente, l’incremento dei costi di trasporto e le pressioni per la sostenibilità ambientale hanno reso meno vantaggioso il modello basato esclusivamente sul costo della manodopera più bassa.

Per queste ragioni numerose imprese occidentali stanno riconsiderando la localizzazione degli stabilimenti produttivi. Studi e survey di settore indicano che una quota significativa di aziende manifatturiere sta valutando il nearshoring come leva per aumentare resilienza e reattività alle fluttuazioni della domanda. L’Europa, grazie alla prossimità geografica e alla convergenza normativa, rappresenta una destinazione naturale per questa riorganizzazione.

Analisi: dati, settori ed esempi concreti

Il fenomeno non è omogeneo: interessamento e realizzazioni variano per settore. Elettronica di consumo, automotive, componentistica meccanica e tessile sono tra i comparti più coinvolti. Nel settore automotive, ad esempio, la scarsità di semiconduttori ha evidenziato l’importanza di circuiti produttivi più corti e controllabili. Allo stesso modo, le aziende del settore moda stanno avvicinando alcune produzioni per ridurre i tempi di risposta alle tendenze.

Dal punto di vista geografico, il flusso è spesso orientato verso l’Europa dell’Est (Romania, Polonia, Paesi balcanici), ma anche verso paesi del Sud Europa che offrono competenze specifiche e costi competitivi. Per l’Italia, il nearshoring crea sia opportunità che rischi: opportunità in termini di rilancio manifatturiero e attrazione di investimenti, rischi legati alla necessità di modernizzare infrastrutture e competenze per non perdere competitività.

Alcuni esempi pratici illustrano la tendenza: aziende europee hanno annunciato la riallocazione di parti della produzione più sensibili verso stabilimenti continentali, mentre investimenti in robotica e automazione permettono di compensare il differenziale di costo del lavoro. Parallelamente, si assiste a una crescita dell’interesse per poli logistici regionali, in grado di ridurre i tempi di consegna e i costi di magazzino.

Implicazioni per le politiche pubbliche e per le imprese

Per i governi europei, il nearshoring rappresenta un’opportunità per attrarre investimenti produttivi, ma richiede politiche attive: incentivi mirati per investimenti in tecnologie avanzate, programmi di formazione per colmare il gap di competenze e miglioramento delle infrastrutture logistiche ed energetiche. La sostenibilità ambientale dovrà rimanere una priorità: la ri-localizzazione non deve tradursi in un aumento delle emissioni complessive, e pertanto l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili diventeranno fattori competitivi chiave.

Per le imprese, la scelta tra nearshoring, reshoring totale o mantenimento di fornitori lontani è una decisione strategica che dipende da costi totali, rischio e flessibilità operativa. L’automazione e l’adozione di tecnologie digitali (digital twin, monitoraggio in tempo reale delle catene) diventano leve imprescindibili per rendere sostenibile il riavvicinamento della produzione.

Prospettive future: opportunità strategiche e nodi critici

Nei prossimi anni assisteremo probabilmente a una geografia produttiva più frammentata ma più resiliente: un mix di produzione locale per beni strategici e supply chain internazionali per componenti meno sensibili al rischio geopolitico. L’Europa può guadagnare terreno se saprà creare condizioni favorevoli agli investimenti produttivi, puntando su competenze avanzate, ricerca e una rete infrastrutturale efficiente.

Il principale nodo critico resterà la competitività dei costi e la disponibilità di competenze specializzate. Paesi che investiranno nella formazione tecnica e nella digitalizzazione delle PMI avranno maggiori probabilità di attrarre flussi produttivi. Per l’Italia, un approccio proattivo — che combini incentivi all’innovazione, politiche energetiche stabili e formazione — può trasformare la sfida del nearshoring in una leva di rilancio industriale, evitando però il rischio di semplici spostamenti di costi senza guadagni di qualità e sostenibilità.

In sintesi, il nearshoring non è una panacea ma una risposta strategica a un mondo più incerto. La sua efficacia dipenderà dalla capacità di integrazione tra politiche pubbliche e scelte d’impresa, e dalla velocità con cui la manifattura europea saprà modernizzarsi per essere più smart, verde e resiliente.

PMI italiane e transizione ecologica: opportunità, rischi e strategie per non restare indietro

La transizione ecologica non è più una scelta opzionale per le imprese italiane: è una condizione per restare competitive nei mercati nazionali e globali. Per le piccole e medie imprese (PMI), che costituiscono il tessuto produttivo del Paese, la sfida è duplice: ridurre l’impatto ambientale e farlo insieme a una trasformazione tecnologica e organizzativa che richiede investimenti, competenze e tempo. In questo articolo esploriamo il contesto, analizziamo dati ed esempi concreti e delineiamo le implicazioni future per imprese e policy maker.

Contesto: in Italia le PMI rappresentano la stragrande maggioranza delle imprese attive e assorbono una porzione significativa dell’occupazione privata. Questa struttura produttiva, fatta di distretti industriali e filiere complesse, ha punti di forza — flessibilità, specializzazione, competenze tecniche — ma anche fragilità: limitato accesso al credito, capitali contenuti e difficoltà ad adottare tecnologie clean su larga scala. Allo stesso tempo, normative europee e mercati richiedono standard ambientali più elevati, mentre consumatori e grandi appaltatori privilegiano fornitori sostenibili. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e gli incentivi fiscali rappresentano opportunità importanti, ma l’efficacia dipenderà dalla capacità di tradurre risorse in progetti concreti a livello locale.

Analisi — dati e criticità. Alcuni indicatori mostrano il quadro. I costi energetici restano una voce rilevante per le PMI manifatturiere: per molte imprese tradizionali le bollette incidono notevolmente sui margini, rendendo urgente l’efficienza energetica. Le imprese che hanno investito in tecnologie di efficientamento (coibentazione, cogenerazione, recupero calore) hanno recuperato parte dei costi entro pochi anni, ma servono economie di scala difficili da raggiungere per singoli operatori. Inoltre, la capacità di accedere a finanziamenti a condizioni favorevoli rimane disomogenea tra nord e sud del Paese, creando il rischio che la transizione avvantaggi ulteriormente aree già più dinamiche.

Casi ed esempi pratici aiutano a capire le variabili in gioco. In Emilia-Romagna, un produttore di componenti meccanici ha avviato un programma di efficientamento energetico che ha previsto l’installazione di pannelli solari sul tetto dello stabilimento, la sostituzione dei forni con apparecchiature a minore consumo e l’adozione di un sistema di controllo dei consumi in tempo reale. Il progetto, finanziato con una combinazione di credito bancario agevolato e incentivi regionali, ha ridotto i costi energetici del 25% in tre anni e migliorato l’immagine commerciale dell’azienda presso alcuni clienti europei. Al contrario, molte microimprese nel Mezzogiorno segnalano ostacoli nell’accesso alla consulenza tecnica e nella capacità di utilizzare i canali del PNRR, rimanendo ferme su modelli produttivi ad alta intensità energetica.

Un’altra tendenza è l’emergere di soluzioni collaborative: consorzi di imprese che aggregano domanda per ottenere servizi di efficientamento, mutualizzano investimenti in impianti rinnovabili o negoziano accordi di fornitura verdi. Questi modelli riducono il rischio individuale e permettono di sfruttare economie di scala. Infine, la digitalizzazione gioca un ruolo abilitante: sensori IoT, monitoraggio energetico e piattaforme di gestione consentono interventi mirati e misurabili.

Implicazioni future. Per le PMI italiane la transizione ecologica offre opportunità concrete di riduzione dei costi, accesso a nuovi mercati e rafforzamento delle filiere, ma è una sfida che deve essere affrontata con politiche mirate. Le priorità sono: migliorare l’accesso al credito verde tramite garanzie pubbliche e strumenti finanziari dedicati; potenziare i servizi di consulenza tecnica gratuiti o a costo ridotto, soprattutto nelle regioni meno sviluppate; incentivare forme di aggregazione territoriale e contratti di rete; promuovere la formazione di competenze green nelle PMI.

Per gli imprenditori, la strategia suggerita è pragmatica: valutare interventi con ritorno economico rapido (efficientamento energetico, monitoraggio consumi), esplorare partnership per investimenti condivisi e aggiornare il posizionamento commerciale verso clienti che premiano la sostenibilità. Per il sistema Paese, la sfida è trasformare risorse pubbliche e incentivi in progetti diffusi e misurabili, evitando che la transizione diventi un fattore di disomogeneità territoriale.

In conclusione, le PMI italiane possono essere protagoniste della transizione ecologica, ma per farlo serve un mix di investimenti privati, strumenti finanziari adeguati e politiche locali che riducano barriere e disuguaglianze. L’esito influenzerà non solo la competitività delle singole imprese, ma la resilienza dell’intero sistema produttivo italiano nei prossimi dieci anni.

Agricoltura 4.0: il 42% delle aziende agricole in Italia utilizza soluzioni smart

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano e dell’Università di Brescia, nel 2025 il 42% delle aziende agricole italiane utilizza almeno una soluzione smart, e la superficie agricola coltivata con tecnologie digitali raggiunge il 10% del totale, in lieve aumento rispetto al 2024 (9,5%).

Dopo la flessione del’8% registrata nel 2024 il mercato italiano dell’Agricoltura 4.0 torna a crescere, e nel 2025 raggiunge un valore complessivo di 2,5 miliardi di euro (+9%), riallineandosi ai livelli record del 2023.
In un contesto globale segnato da instabilità geopolitica, crisi climatica e tensioni economiche, il settore agroalimentare italiano continua a investire in innovazione digitale. La crescita è trainata principalmente dalle soluzioni software, con i Farm Management Information System che registrano un +17% e i Decision Support System +26%.

Un livello di maturità digitale eterogeneo tra le imprese

Tornano positivi, in linea con i dati europei, anche gli investimenti in macchinari connessi (+2%) e in soluzioni di telemetria e controllo (+3%).
Nonostante l’Agricoltura 4.0 segnali una fase di crescita, i livelli di adozione tra le imprese rimangono stabili. L’impulso arriva soprattutto da aziende agricole che già utilizzano soluzioni digitali, mentre le altre faticano a vincere l’iniziale reticenza.

Il livello di maturità digitale nel settore, infatti, resta molto eterogeneo: solo il 9% delle aziende agricole oggi è “digitalmente maturo”, il 33% è “in cammino” verso una maggiore digitalizzazione, il 58% è in ritardo.
Il ruolo degli incentivi pubblici rimane centrale, tanto che solo il 21% delle aziende investirebbe in soluzioni digitali anche in assenza di agevolazioni.

Gli agricoltori tornano a investire nell’innovazione

È necessario però supportare e accompagnare le aziende, soprattutto le più piccole, evitando che alcune filiere perdano terreno e conseguentemente competitività.
I segnali di ripresa degli investimenti in innovazione, non solo digitale, fanno ben sperare per il prossimo futuro.

Del resto, il mercato dell’Agricoltura 4.0 in Italia non ha esaurito la fase di crescita. Il 37% degli agricoltori ha intenzione di investire in futuro su macchinari connessi e il 34% su sistemi di monitoraggio.
Anche il Quaderno di Campagna digitale, nonostante la sua obbligatorietà sia stata prorogata al 2027, contribuirà a dare una spinta verso una maggiore digitalizzazione nei campi della penisola.

AI accelera l’evoluzione ma può incrementare il digital divide

“L’AI è entrata nel settore agrifood e può rappresentare un acceleratore per l’evoluzione, ma la sua piena affermazione dipenderà dalla capacità di affrontare con visione e responsabilità temi cruciali, come la governance dei dati e il rischio di concentrazione tecnologica, con l’incremento del digital divide – dichiara Chiara Corbo, Direttrice dell’Osservatorio -. Sarà fondamentale porre attenzione al possibile disallineamento tra la velocità di innovazione dei provider tecnologici e la capacità di investimento delle imprese, promuovendo programmi di inclusione digitale, in particolare a favore di agricoltori e Pmi, adottando, inoltre, strategie che riconoscano nel dato una leva competitiva centrale lungo tutta la filiera, a partire dagli attori a monte”.

Difesa digitale, l’Italia scommette sull’intelligenza artificiale

Le aziende italiane non vogliono restare indietro in materia di sicurezza informatica. E a sentire i numeri diffusi da Kaspersky, l’intelligenza artificiale è diventata la carta su cui puntano praticamente tutte.

Lo studio internazionale realizzato dal gruppo per capire come le imprese gestiscono i propri Security Operation Center (Soc) – le centrali operative che sorvegliano reti e sistemi – racconta una cosa chiara: l’interesse non è più teorico, è una decisione già presa.

Tutti vogliono l’IA, almeno… a parole

Secondo l’indagine, il 100% delle aziende italiane coinvolte ha intenzione di integrare l’intelligenza artificiale nelle attività di sicurezza. Più della metà pensa di farlo a breve, mentre oltre un terzo è già pronto al passo definitivo.
Il motivo è semplice: le imprese vedono in questi strumenti la possibilità di individuare minacce informatiche più in fretta, analizzare incidenti con maggiore precisione e alleggerire il lavoro umano nelle operazioni più ripetitive.

Cosa si aspettano davvero i responsabili sicurezza

Quando si entra nei dettagli, emerge che quasi un’azienda su due punta sull’IA per analizzare grandi quantità di dati e scoprire anomalie sospette prima che diventino problemi seri. Subito dopo viene l’automazione delle risposte agli attacchi, cioè la capacità di reagire in automatico a un incidente senza perdere minuti preziosi.

Non è difficile capirne il fascino: meno falsi allarmi, meno attività manuali e più tempo per concentrarsi sulle minacce reali.

Dove iniziano le difficoltà

Fin qui sembra tutto lineare, ma la realtà è meno semplice. Molte aziende raccontano che integrare davvero l’intelligenza artificiale nei SOC è più complicato di quanto sembri nei piani strategici. Il primo ostacolo è la qualità dei dati necessari ad addestrare i sistemi: senza informazioni affidabili, anche l’algoritmo migliore rischia di sbagliare. Poi c’è la carenza di specialisti, un problema segnalato da diverse imprese, e naturalmente i costi, che non sono trascurabili.

A questo si aggiunge un paradosso: le stesse tecnologie intelligenti possono aprire nuove vulnerabilità se non vengono gestite con attenzione.

Strumenti sempre più evoluti

Come spiega Anton Ivanov, molte organizzazioni sono convinte del valore dell’IA, ma trasformare i progetti pilota in soluzioni operative è la vera sfida, soprattutto perché trovare professionisti esperti sia di sicurezza sia di intelligenza artificiale non è affatto facile.

È anche per questo che le aziende del settore stanno inserendo funzioni intelligenti direttamente nei loro prodotti, così da offrire strumenti pronti e più semplici da usare.

Smart Home: il mercato italiano cresce dell’11% e tocca il miliardo di euro 

Nel 2025 il mercato della Smart Home continua a crescere (+11% sul 2024) raggiungendo per la prima volta quota 1 miliardo di euro, in linea con i principali mercati europei, dove la crescita si colloca tra l’8% e il 12%.
La spesa pro-capite italiana resta però inferiore alla media UE (16,9 euro pro-capite contro 34,2).

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, il mercato è trainato soprattutto dalle soluzioni per la sicurezza: videocamere, sensori per porte e finestre, videocitofoni e serrature connesse valgono 305 milioni di euro (30% del mercato, +22%).
Seguono elettrodomestici connessi (195 milioni, 20%), dispositivi per il risparmio energetico (14%, 142 milioni) e smart speaker (11%, 112 milioni).

Una domanda più matura

La restante quota del mercato è costituita da casse audio (7%), dimmer & serie civili connesse (6%), lampadine smart (6%), soluzioni di Assisted Living per la salute degli utenti fragili (2%), dispositivi per gestire tende e tapparelle da remoto (2%) e smart plug (2%).
Il 2025 poi segna una svolta sul fronte dell’offerta, con l’AI che diventa un elemento centrale nelle soluzioni Smart Home, abilitando automazione domestica, manutenzione predittiva e ottimizzazione dei consumi energetici.

Si registra un passo avanti anche nella maturità della domanda. Il 63% degli italiani possiede almeno un dispositivo smart (+4% rispetto al 2024) e oltre metà degli utenti (51%) ha effettivamente connesso i dispositivi acquistati. Segnale di una percezione sempre più concreta del valore generato dalle soluzioni smart.

I canali di vendita

Il 2025 si conferma un anno positivo per molti attori dei canali di vendita, a eccezione della filiera tradizionale. che dopo la contrazione del fatturato nel 2024 chiude sugli stessi numeri dei dodici mesi precedenti (345 milioni di euro), principalmente a causa della rimodulazione degli incentivi post-Superbonus.

La forte spinta agli acquisti online favorisce, invece, la crescita degli e-Retailer, che raggiungono quota 465 milioni, registrando +25% nei prodotti smart home, superiore alla media dei prodotti venduti online (+5%).
Bene anche i retailer multicanale (+20%, 160 milioni). Per il secondo anno consecutivo il mondo del fai-da-te registra performance migliori rispetto ai rivenditori di elettronica di consumo. Al contrario, rimangono limitate le vendite di utility, assicurazioni e telco.

La svolta verso soluzioni AI-based

Guardando al futuro, l’interesse dei consumatori resta elevato, in particolare verso applicazioni in grado di migliorare l’efficienza energetica e il comfort abitativo. Il 71% degli utenti è infatti interessato a soluzioni per ottimizzare i consumi energetici della propria abitazione.

“Il 2025 segna un punto di svolta per la Smart Home, sempre più orientata a soluzioni AI-based – spiega Angela Tumino, Direttrice dell’Osservatorio -. L’AI diventa un elemento centrale non solo per l’automazione domestica, la manutenzione predittiva e l’ottimizzazione dei consumi energetici, ma anche la leva principale di differenziazione tra funzionalità di base gratuite e servizi avanzati ad alto valore aggiunto, sempre più spesso offerti tramite modelli di abbonamento ricorrenti”.

Intelligenza Artificiale: l’algoritmo mal governato “promuove” il gender-gap

L’Intelligenza artificiale non è solo un’evoluzione tecnologica: può essere considerata una vera e propria “infrastruttura civile” in grado di influire sul capitale di fiducia del patto sociale.
In un contesto in cui il lavoro resta la soglia decisiva della cittadinanza, l’ingresso degli algoritmi nei processi di selezione può consolidare asimmetrie esistenti o, al contrario, contribuire ad abbattere barriere storiche.

È quanto emerge dallo studio “Intelligenza artificiale e bias di genere nel reclutamento del personale”, curato dall’Università della Calabria e dal Politecnico di Bari. L’AI, se non adeguatamente governata, rischia di rafforzare e amplificare discriminazioni già presenti, in particolare quelle di genere. 

Un’innovazione radicale e pervasiva troppo facile da usare

L’AI sta ridefinendo in modo sempre più strutturale i confini dei processi della selezione del personale, introducendo nuove opportunità di efficienza e innovazione, ma solleva interrogativi sul piano della trasparenza, dell’equità e della responsabilità. Potrebbe infatti riprodurre i pregiudizi (bias) già presenti nei dataset e nei processi organizzativi.
“L’AI non è un decisore neutrale, ma uno strumento che riflette le scelte di chi lo progetta e lo utilizza”, spiega Salvatore Ammirato, responsabile scientifico della ricerca.

Inoltre, poiché da un lato si tratta di “un’innovazione radicale e pervasiva, quindi estremamente impattante – aggiunge Pierpaolo Pontrandolfo, professore presso il Politecnico di Bari -, dall’altro è connotata da una grande semplicità di utilizzo, che aumenta il rischio di un uso improprio”.

Basso livello di consapevolezza tra gli HR

Un dato significativo riguarda il livello di consapevolezza sull’uso di questa tecnologia: solo il 13% dei partecipanti allo studio utilizza concretamente strumenti di AI nei processi di selezione, dimostrando la scarsa percezione della presenza di algoritmi già oggi integrati nei software Hr.

Non stupisce, allora, un altro aspetto da tenere in considerazione nelle decisioni, il cosiddetto “bias blind spot”, ovvero, la tendenza, da parte dei selezionatori, a riconoscere l’esistenza di pregiudizi nei processi di valutazione, senza però individuarli nelle proprie scelte.
In pratica, si ammette l’esistenza di discriminazioni di genere, ma risulta difficile riconoscere come elementi quali aspetto fisico, tono di voce o rigidità biografiche continuino a influenzare, anche in modo indiretto, le decisioni di selezione.

Il futuro del lavoro si gioca nell’equilibrio tra tecnologia e responsabilità 

“L’innovazione – sottolinea Nino Foti, presidente della Fondazione Magna Grecia – per essere davvero tale deve essere adottabile perché verificabile, e verificabile perché governata. Non si tratta di nutrire una fiducia acritica nella presunta neutralità della tecnologia, ma di contribuire alla costruzione di criteri minimi di trasparenza e pratiche di controllo che permettano a imprese e istituzioni di usare questi strumenti senza scaricare i rischi sulle persone. In questo equilibrio tra tecnologia e responsabilità si gioca il futuro del lavoro. È quantomai necessario immaginare percorsi di governance e trasparenza, puntando a modelli che consentano ai professionisti di comprendere le motivazioni dietro ogni decisione automatizzata, mantenendo però sempre una supervisione umana”.

Audiolibri: gli italiani ne ascoltano più di 3 al mese

Secondo i dati della ricerca Audible Compass nel 2025 il 73% degli intervistati in Italia, Francia, Germania e Spagna ascolta contenuti audio, e quasi 6 su 10 hanno aumentato la frequenza di ascolto rispetto al 2024.
In Italia in media si ascoltano 3,2 audiolibri al mese. Il motivo? Perché ascoltare audiolibri rilassa (70%) e aiuta a non pensare alle preoccupazioni quotidiane (68%) contribuendo a migliorare la salute mentale (60%).

Insomma, si preme play e ci si lascia trasportare dalle storie in cuffia in base al genere (86%), al tema (83%) e alla voce narrante (82%).
L’audiolibro più ascoltato in Italia? “L’anniversario” di Andrea Bajani, vincitore del Premio Strega.

Il genere è il principale criterio di scelta

Le preferenze generali si concentrano sui titoli di mistero e thriller (44%), seguiti da fantasy e fantascienza (40%), crime e romance (entrambi al 37%) e commedia (36%).
L’Italia è l’unico Paese dove l’ascolto di narrativa letteraria è pari a quello di thriller e mistero (entrambi 46%).

Per oltre il 90% degli intervistati gli audiolibri sono una forma di intrattenimento di qualità e un buon alleato del relax quotidiano. Ancora, il 90% ritiene che siano un buon modo per imparare cose nuove.
In generale, si ascolta per lo più a casa (72% vs 45% fuori casa). In Germania e Spagna lo si fa per addormentarsi (34%, 25%), in Francia perché è un valido intrattenimento lontano dagli schermi (24%) e in Italia l’ascolto accompagna tutta la giornata (25%).

Una relazione sinergica con la lettura

In Italia più che altrove chi ha ascoltato un audiolibro negli ultimi dodici mesi ha letto anche almeno un libro (86%, Spagna 85%, Germania 78%, Francia 72%).
E non solo chi ascolta legge, ma spesso legge di più. Per 7  intervistati su 10 gli audiolibri incrementano la lettura dei libri, sia cartacei sia digitali.

Dopo aver ascoltato un audiolibro, la maggior parte degli intervistati (66%) si reca infatti in libreria per acquistare la versione cartacea del titolo. Tanto che per l’87% (Spagna 94%) l’ascolto è finalizzato a conoscere titoli e generi altrimenti non letti.

Un supporto educativo

Parallelamente, chi ascolta audiolibri si dimostra attivo anche su altri formati culturali. L’84% guarda film e serie tv in streaming, l’81% fruisce di social network in video, il 70% ascolta podcast e il 43% serie audio.
Il 79% poi dichiara di aver ascoltato un contenuto audio perché lo aveva apprezzato precedentemente in un altro formato: serie tv, film o graphic novel.

Quasi 1 su 2 afferma, inoltre, di provare un senso di amicizia nei confronti dei narratori o degli host preferiti. E tra i genitori italiani con figli sotto i 18 anni, l’ascolto viene percepito come un supporto prezioso per l’intrattenimento (44%), l’educazione (38%), il tempo lontano dallo schermo (36%) e l’arricchimento del vocabolario (35%).

Turismo slow: viaggiare in treno favorisce il dialogo tra familiari

Tra le famiglie italiane che negli ultimi due anni hanno viaggiato in treno insieme ai bambini il 35% afferma che i propri figli sono visibilmente più calmi a bordo, mentre per il 37% in treno si comunica di più rispetto alla quotidianità.
E ancora, l’82% delle famiglie descrive il viaggio come piacevole e il 59% dichiara che viaggiare in treno è più rilassante rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Tutto ciò si traduce in esperienze estremamente positive per le famiglie in viaggio. Lo ha scoperto una nuova ricerca condotta da Trainline in collaborazione con Doxa su un campione di 500 persone.
Il treno si è ormai trasformato in uno dei pochi luoghi dove le famiglie italiane riescono a trovare calma, rallentare e riconnettersi davvero.

Ai bambini piace guardare il paesaggio “in movimento”

Le famiglie attribuiscono questo senso di benessere alla unicità dell’atmosfera che si ‘respira’ sul treno.
Il 49% degli intervistati afferma infatti che ai bambini piace soprattutto guardare il paesaggio, spesso descritto come un ‘cinema in movimento’, mentre il 28% ritiene che l’ambiente tranquillo migliori l’umore di tutta la famiglia.

Accanto ai benefici emotivi, le famiglie riscontrano anche vantaggi pratici.
I più apprezzati di viaggiare in treno? La libertà di non dover guidare (52%) e l’accesso diretto ai centro città (38%).

Più conversazione, meno tempo sugli schermi

Per molte famiglie il treno diventa uno spazio dove il tempo rallenta. Il 37% afferma di parlare di più con i propri figli, il 23% nota una naturale riduzione nell’uso degli schermi, e il 34% considera il viaggio stesso come una piccola avventura che i bambini non vedono l’ora di vivere.

“I bambini ricordano la connessione, non la perfezione, e il viaggio diventa un momento educativo inestimabile – spiega Elena Cortinovis, pedagogista esperta in genitorialità -. Coinvolgere i bambini in piccole decisioni, creare rituali di partenza o semplicemente accogliere i momenti di noia sono strategie che aiutano a ridurre l’agitazione e a rafforzare il legame familiare. Non servono giochi elaborati o tecnologie avanzate: la vostra presenza, l’ascolto e la capacità di meravigliarvi insieme a loro possono trasformare anche un viaggio in un ricordo felice e un’opportunità di crescita”.

Le mete natalizie preferite? Mercatini e città d’arte

Durante queste ultime festività natalizie, molte famiglie hanno scelto il treno per i loro viaggi, soprattutto con l’obiettivo di visitare i mercatini di Natale (46%), andare a trovare i parenti (36%) ed esplorare le città d’arte (31%).

“Ciò che le famiglie raccontano è quanto apprezzano il tempo trascorso insieme – aggiunge Andrea Saviane, Country Manager di Trainline Italia -. Siamo felici di vedere che le famiglie considerano il viaggio in treno come un momento per riconnettersi, qualcosa di sempre più raro nella vita quotidiana”.

Shopping natalizio: nel 2025 regali digitali per un terzo degli italiani

Regali digitali e auguri personalizzati saranno molto popolari durante le festività natalizie 2025/2026, con abbonamenti ai servizi streaming e crediti di gioco che occupano le prime posizioni nelle wishlist.

Durante la corsa stagionale agli acquisti natalizi Kaspersky ha condotto un sondaggio per scoprire la reale popolarità dei regali digitali. E se in Italia il 41% degli intervistati preferisce i regali fisici, circa un quinto ha già acquistato in passato regali digitali e il 32% pianifica di farlo anche quest’anno.
Con la vita quotidiana sempre più digitale, anche il modo di fare i regali sta cambiando. I doni virtuali non sono più una novità, ma una scelta sempre più diffusa

Meglio un abbonamento Netflix che un maglione

In Italia il 55% degli intervistati che considerato l’acquisto di regali digitali ha indicato i servizi e le piattaforme di streaming, come Netflix e Spotify, confermando l’intrattenimento come il regalo digitale per eccellenza.
Al secondo posto si collocano i crediti e gli abbonamenti per i giochi, che raccolgono il 38% delle preferenze degli italiani, seguiti da abbonamenti a e-book (32%) e iscrizioni a corsi online (22%).

Accanto agli abbonamenti per l’intrattenimento, sta registrando una crescente popolarità anche il benessere fisico, come abbonamenti alle palestre (29%), mentre i servizi dedicati al benessere mentale risultano meno diffusi, con solo l’11% degli intervistati che dichiara interesse per questa tipologia di offerta.

Babbo Natale diventa virtuale

I saluti personalizzati in formato video o audio, provenienti da Babbo Natale o da personaggi famosi, e le cartoline digitali stanno diventando sempre più popolari. Questi regali innovativi offrono l’opportunità di creare messaggi unici e personali, distinguendosi dai doni più generici.
Tuttavia, gli esperti di Kaspersky ricordano che alcuni di questi servizi richiedono un’eccessiva quantità di dati personali, mettendo in discussione la loro affidabilità.
Tanto che il 24% dei consumatori in Italia vorrebbero regalare o ricevere un software di sicurezza.

In ogni caso, per rendere più sicuri gli acquisti, è sempre fondamentale utilizzare soluzioni di sicurezza dotate di un componente anti-phishing basato sull’AI, in grado di bloccare link dannosi e proteggere i pagamenti.

Attenzione ai negozi online falsi

Nonostante la crescente diffusione dei regali digitali e i numerosi vantaggi dei doni virtuali, esistono infatti anche i rischi per la sicurezza, come la presenza di negozi online falsi o link di phishing.

Sebbene gli abbonamenti siano diventati l’opzione regalo digitale più popolare, il periodo degli acquisti natalizi comporta rischi significativi. Con l’aumento delle persone che acquistano all’ultimo minuto servizi di streaming, crediti di gioco e corsi online, i criminali informatici ne approfittano con sofisticati schemi di phishing. Sfruttando l’urgenza e l’entusiasmo tipici degli acquisti natalizi, grazie all’AI, i truffatori possono creare siti web falsi molto convincenti, e-mail fraudolente e pop-up ingannevoli che imitano servizi di abbonamento legittimi.