Facebook inizia a nascondere i “like” in Australia

Spariscono i “mi piace” da Facebook, per ora a partire dall’Australia, ma non si sa se la sperimentazione verrà estesa anche ad altri Paesi e se diventerà permanente. La “rivoluzione”, voluta da Mark Zuckerberg, è partita dall’altra parte del mondo, e per il momento rimarrà confinata all’interno del Paese in attesa di analizzarne i risultati.  Si tratta di un’iniziativa già annunciata che segue una tendenza già in corso su Instagram, e in questo caso, anche in Italia. Come per Instagram il “like” potrà ancora essere messo sotto a un post che suscita interesse, ma il totale ricevuto sarà visibile solo per chi ha pubblicato il post. “Un passo positivo che rende i social media un luogo migliore”

Julie Inman Grant, commissaria australiana per la sicurezza digitale, ha dichiarato all’ABC, l’ Australian Broadcasting Corporation, che la rimozione del numero di “mi piace” è “un passo positivo”, e che potrebbe rendere i social media un luogo migliore dove passare il proprio tempo. “Tuttavia, si può fare di più – ha aggiunto Julie Inman Grant  -. Incoraggiamo attivamente le società che hanno costruito queste piattaforme social a effettuare preventivamente valutazioni su rischi di questo tipo”. 

Obiettivo, ridurre il numero di contenuti privi di valore

L’obiettivo di Facebook, riferisce una notizia Agi, è quello di ridurre il numero di contenuti privi di valore e costruiti solo per ottenere un numero sempre maggiore di approvazioni da parte di amici o seguaci. In questo modo, in teoria, sarà possibile incrociare contenuti di maggiore spessore e limitare la pressione sociale che piattaforme di questo tipo generano. Soprattutto tra gli adolescenti.   

Quella di Menlo Park non è stata una decisione presa alla leggera, ma è il frutto di un lavoro intrapreso e condiviso con esperti del settore. La portavoce Mia Garlick, come riporta la BBC, ha riferito che sono stati consultati esperti di salute mentale, gruppi anti-bullismo ed esperti di tecnologia.

Il “pollice alzato” è un tratto caratteristico del colosso del web

Uno studio del Pew Research, uscito nel 2018, riportava come il 43% degli adolescenti americani di età compresa tra i 13 e i 17 anni, percepiva una crescente la pressione nel dover pubblicare contenuti che potessero essere apprezzati dal maggior numero di persone. 

Non è un cambiamento da poco. Il “pollice in alto” rappresenta un simbolo d’approvazione, ed è una prova per stabilire il grado di popolarità online raggiunta da una pagina o da un profilo. Ma è anche a tutti gli effetti un marchio riconoscibile, un tratto caratteristico del colosso del web. Per questo, per ora, non si conoscono ulteriori dettagli sul futuro di questo test, e sull’eventualità che questa trasformazione diventi permanente. 

Arriva il 5G. Una ricerca punta il dito sullo stress da eccesso di informazioni

La rincorsa alle nuove tecnologie diventa ogni giorno più frenetica, rendendoci sempre più sollecitati da un eccesso di stimoli e informazioni. Di conseguenza, veniamo costretti ad accumulare una mole di stress no facilmente gestibile. Il tutto sta culminando nella controversa installazione e sperimentazione di apparati e applicazioni per le reti 5G. Un aspetto, questo, che ha dato vita a una ricerca specifica sulle fonti di stress della vita moderna, curata dall’associazione Amore con il Mondo. La ricerca è stata curata da Paolo Goglio, presidente dell’associazione, che da oltre 10 anni monitora il comportamento sociale derivante dal flusso di informazioni mediatiche.

Quanto pesa la pressione mediatica?

La ricerca ha evidenziato che la sola affissione stradale ci porta a ricevere messaggi condizionanti con una frequenza che supera i 3.000 input/giorno. Si tratta di messaggi posizionati ovunque, ai semafori e agli incroci, nei punti di maggiore affluenza, stazioni, fermate dei bus e aeroporti, sempre più grandi, accattivanti e aggressivi. Insomma, un bombardamento che supera le 5.000 unità input/giorno, considerando che qualunque cosa facciamo e ovunque ci troviamo, riceviamo questo mitragliamento costante di messaggi da televisioni e monitor posizionati ormai ovunque. Le stesse vetrine dei negozi invitano ad acquisti continui, per non parlare di depliant e volantini distribuiti ovunque, o persone che cercano in ogni modo di catturare la nostra attenzione per vendere prodotti e servizi.

La telefonia mobile ha deformato la nostra vita

L’avvento della telefonia mobile e ha saturato ogni minuscolo spazio di vita, “portando questi input su un piano talmente elevato da deformare completamente la nostra vita – spiega Goglio -. La nostra percezione della realtà, le nostre esigenze, i gusti e le abitudini sono deformate, non c’è quasi più nulla di autentico”.

Inoltre, mentre da una parte si grida il proprio diritto alla privacy dall’altra si postano sui social immagini private visibili da tutti in tutto il mondo. Secondo la ricerca il 12,5% di italiani soffre per i danni della quantità abnorme di informazioni negative ricevute su tutti i fronti.

Il passaggio al 5G non può essere sottovalutato

Ecco perché l’avvento di ulteriori tecnologie per aumentare la potenza e la portata del volume di input/giorno non può essere sottovalutata. “Con il passaggio al 5G tutto questo si moltiplicherà esponenzialmente e se da una parte è doveroso prestare ascolto alle numerose voci che allertano sui possibili rischi che milioni di antenne inevitabilmente porteranno con la relativa overdose di emissioni elettromagnetiche e i conseguenti rischi di danno biologico, dall’altra è necessario, anche solo per un istante, fare una pausa”, commenta ancora Goglio.

Se non c’è mai tempo per fare una pausa, è chiaro che saremo sempre più sommersi dalla tecnologia. Basti pensare che in Finlandia stanno già sperimentando il 6G. E se dal punto di vista strettamente tecnologico il progresso è stupefacente, esiste anche un progresso sociale e individuale di cui è necessario prendere coscienza.

Il decalogo dell’head hunter per affrontare il primo giorno di lavoro

Il primo giorno di lavoro è sempre una sfida difficile da affrontare. Paura di non risultare all’altezza del compito, ansia, tensione, sono i sentimenti che affliggono i neo assunti, ma che è bene superare per riuscire a fare una buona impressione e non commettere errori. E in questi mesi sono decine di migliaia i ragazzi coinvolti in questa sfida, e che si chiedono come poterla affrontare al meglio. La risposta arriva da Carola Adami, l’head hunter di Adami & Associati, che ha compilato una lista di 10 consigli per aiutarli ad affrontare al meglio il primo giorno di lavoro. E superare la prova con successo.

Arrivare presto, presentarsi rilassati e ascoltare

Primo consiglio, arrivare in anticipo di almeno 15 minuti. Sicuramente è un buon inizio e dà un ottima prima impressione. Presentarsi rilassati e riposati, inoltre, rende più energici e produttivi, ed essere al proprio meglio aiuta a creare una buona prima impressione. E poi, “ascolta, ascolta, ascolta – consiglia Adami -. Spendi gran parte del primo giorno di lavoro all’ascolto, e cerca di fare domande intelligenti quando necessario”..

Terzo consiglio, ricordarsi che l’occhio vuole (sempre) la sua parte. Presentarsi vestito come richiesto dai codici aziendali e dal buon gusto è importante. Se si hanno dubbi in merito conviene informarsi prima riguardo eventuali regole interne sull’abbigliamento.

Sorridere, fare amicizia, non strafare

La prima impressione è quella che conta, si sa. Quando si incontrano nuove persone è bene sorridere e presentarsi stringendo la mano. Un modo per rendersi piacevoli e interessanti agli occhi dei nuovi colleghi. Magari cercando di fare amicizia con almeno un collega, perché  aiuta ad ambientarsi e a capire le dinamiche interne al team e all’azienda. Rendersi sempre disponibile a dare una mano, mostrando buona volontà, sarà contagioso, e in cambio si riceverà aiuto quando se ne avrà bisogno.  Importante però è non essere impaziente, “L’impulso a voler fare troppo il primo giorno può venir fuori, ma consiglio di tenerlo a bada perché a esagerare in certe situazioni si provoca l’effetto contrario, e potrebbe creare antipatie nel nuovo ambiente di lavoro”, ricorda l’head hunter.

Andare a pranzo con i colleghi, attenzione al linguaggio del corpo, silenziare lo smartphone

Se viene offerto di andare a pranzare con il nuovo capo o i nuovi colleghi conviene accettare. Questo dimostra la volontà di fare squadra, e servirà per allacciare relazioni e comprendere il nuovo ambiente. Ma soprattutto il nuovo compito: per svolgerlo in modo eccellente prestare molta attenzione alle “istruzioni” relative alla nuova mansione. Il primo passo verso il successo professionale.

“Il linguaggio del corpo costituisce buona parte della nostra comunicazione – commenta Adami -. Valuta quindi quello che stai comunicando ai colleghi, cerca di capire come gli altri possono percepirti e regolati di conseguenza”.

Last but not least, silenziare il cellulare. Messaggiare o sbirciare il telefono non permette di essere presente sul lavoro al 100%. In particolare, il primo giorno.

Non solo social, ma anche cinema: arriva in Italia Facebook Film

Lanciata per la prima volta negli Stati Uniti, e più recentemente nel Regno Unito e in Canada, ora arriva anche in Italia Facebook Film, la nuova funzionalità dedicata agli appassionati di cinema. Facebook Film consente infatti di visualizzare tutti gli spettacoli cinematografici in programmazione nelle vicinanze, ovunque ci si trovi, e di condividere l’esperienza sul social network. Ma non solo. Perché oltre a fornire una guida ai film in programmazione nelle sale la nuova funzione permette anche di acquistare il biglietto sul sito del cinema prescelto. Per provare Facebook Film è sufficiente accedere al menu generale di Facebook e selezionare l’icona con l’immagine di una bobina cinematografica.

Acquistare i biglietti direttamente su Facebook

Una volta cliccato sull’icona della bobina appariranno due sezioni, “Film”, che contiene l’elenco degli spettacoli in programmazione, la descrizione, il trailer, e tutte le informazioni su cast e regista, e “Cinema”, che include la lista delle sale, gli orari degli spettacoli e i link per acquistare il biglietto online. Una volta selezionati film e sala, i biglietti possono essere acquistati con un solo clic direttamente sul sito del cinema (nel caso sia disponibile l’e-commerce), sul quale viene effettuato il pagamento e completata la transazione. A fine procedura, il cinema invia all’acquirente una conferma via email con il codice a barre o il QR code dell’e-ticket, a seconda di quanto previsto dal sistema di e-commerce utilizzato.

Opportunità anche per le major cinematografiche

La nuova funzione di Facebook, riporta Askanews, offre però opportunità anche alle major cinematografiche. Tanto che il lancio di Film nel nostro Paese si accompagna a una serie di nuove opzioni, che dal 3 giugno sono disponibili a tutte le major per rendere più interattiva l’esperienza cinematografica per ciascuno dei loro titoli. Warner Bros. Entertainment Italia è stata la prima major a testare le nuove funzionalità il 30 maggio, in occasione dell’uscita nelle sale italiane di Godzilla II King of the Monsters, il nuovo capitolo dell’universo monsterverse.

Il pulsante Mi interessa permette di rimanere aggiornati sull’uscita dei film nelle sale

Per tutti coloro che metteranno un like alla pagina del film preferito in uscita o anche in programmazione, saranno poi disponibili altri due pulsanti, “Mi interessa” e “Controlla Orari”. Il primo pulsante permette di rimanere aggiornati sull’uscita del film nelle sale, e il secondo di acquistare il biglietto. Naturalmente con un solo clic, e direttamente sul sito del cinema.

Arrivano le pagelle del fisco con gli Indici sintetici di affidabilità

Con un provvedimento l’Agenzia definisce le regole di applicazione dei nuovi Indici sintetici di affidabilità (Isa). E per i contribuenti soggetti ai nuovi strumenti vengono definiti i diversi punteggi in base ai quali è possibile accedere alle agevolazioni previste dalla legge. Per il periodo d’imposta 2018 gli Indici sintetici di affidabilità dell’Agenzia delle entrate prevedono infatti l’attribuzione di un grado di affidabilità fiscale riconosciuto a ciascun contribuente, che viene espresso in una scala che varia da 1 a 10. Per essere promossi dal fisco, e ottenere vantaggi burocratici, sarà necessario prendere almeno un 8.

I vantaggi previsti per chi raggiunge un punteggio almeno pari a 8

Per coloro che raggiungono un punteggio almeno pari a 8 i vantaggi previsti sono, ad esempio, l’esonero dall’apposizione del visto di conformità per la compensazione dei crediti fino a 50 mila euro all’anno, e quello per la compensazione del credito Iva infrannuale fino a 50mila euro all’anno (maturato nei primi tre trimestri del periodo di imposta 2020). Inoltre, con lo stesso punteggio è previsto l’esonero dall’apposizione del visto di conformità per la compensazione dei crediti fino a 20 mila euro all’anno, e l’anticipazione di un anno dei termini di decadenza per l’attività di accertamento. Uno strumento che mira a rafforzare la collaborazione con l’amministrazione finanziaria

I contribuenti che superano l’8 (e arrivano almeno all’8,5) sono esclusi dagli accertamenti basati sulle presunzioni semplici. E i contribuenti con livelli di affidabilità almeno pari a 9 sono altresì esclusi dall’applicazione della disciplina delle società non operative e dalla determinazione sintetica del reddito complessivo, a condizione però che il reddito complessivo accertabile non ecceda di due terzi il reddito dichiarato, riporta Adnkronos. Gli indici sintetici Isa, spiega l’Agenzia, sono uno strumento che mira a favorire la compliance e a rafforzare la collaborazione con l’amministrazione finanziaria.

Individuare i livelli minimi di affidabilità fiscale

Il provvedimento individua i livelli minimi di affidabilità fiscale dei quali l’Agenzia delle entrate tiene conto ai fini della definizione delle specifiche strategie di controllo basate su analisi del rischio di evasione fiscale. Per i periodi d’imposta per i quali trovano applicazione gli Isa, i contribuenti possono indicare nelle dichiarazioni fiscali ulteriori componenti positivi per migliorare il proprio profilo di affidabilità, nonché per accedere al regime premiale. Tali ulteriori componenti positivi determinano, tra l’altro, un corrispondente maggior volume di affari ai fini Iva. Nel documento, oltre ai punteggi e ai relativi vantaggi premiali, vengono definite le modalità di gestione delle deleghe di consultazione per gli intermediari, con riferimento ai dati che l’amministrazione mette a disposizione dei contribuenti per l’applicazione degli Isa

Cambiare lavoro? Si, se lo stipendio è troppo basso

Cosa spinge i dipendenti a desiderare di cambiare lavoro? Al primo posto nella classifica delle motivazioni che spingono gli italiani a cercare un altro datore di lavoro c’è lo stipendio troppo basso. Un motivo indicato dal 47% del campione intervistato dalla ricerca globale Randstad Employer Brand, dedicata all’employer branding. Secondo la ricerca in seconda posizione si trova lo squilibrio fra la vita privata e quella professionale (38%), e al terzo posto, le scarse opportunità di carriera (36%). La classifica continua con la mancanza di premi o di riconoscimento professionale al quarto posto, indicata dal 34% degli intervistati, e al quinto, la carenza di sfide (30%).

Generazioni a confronto: mancanza di stimoli vs impossibilità di fare carriera

Se l’assenza di stimoli e sfide professionali è il primo motivo che induce i lavoratori 55-64enni a cambiare lavoro, la generazione successiva, quella dei 35-54enni, vorrebbe andarsene più per la mancanza di riconoscimenti, e i Millennials (25-34 anni) si mettono alla ricerca di nuove opportunità se si accorgono di non avere un buon rapporto con il proprio diretto superiore. I giovanissimi, quelli fra i 18 e i 24 anni, lasciano invece il posto se non intravedono opportunità di carriera.

Perché scegliere di continuare a lavorare nella stessa azienda

Gli italiani che invece hanno scelto di continuare a lavorare per la stessa azienda sono stati attratti soprattutto dalle politiche di work-life balance (45%), dalla sicurezza del posto (41%), dall’atmosfera di lavoro piacevole (41%), dalla solidità finanziaria (38%) e dalla vicinanza dell’azienda (36%). Ma, anche in questo caso, le ragioni che legano i dipendenti all’azienda variano a seconda della fascia di età. E in qualche caso sono contrari e speculari ai motivi per cui gli stessi dipendenti scelgono di andarsene. Il 34% dei più giovani (under 25) infatti sceglie di restare se ci sono opportunità di carriera, il 29% dei 25-34enni resta se il datore di lavoro offre programmi formativi, il 39% dei lavoratori fra i 35 e i 54 anni invece rimane fedele all’azienda se si trova in una posizione conveniente. E il 46% degli over 55 mette al primo posto tra i motivi per rimanere la sicurezza del posto di lavoro, riporta Adnkronos.

Il 72% degli intervistati rinuncerebbe a parte dello stipendio in cambio di maggiore sicurezza

In ogni caso, la sicurezza del posto di lavoro è in cima ai pensieri della maggior parte del campione. Il 72% degli intervistati, infatti, sarebbe disposto a rinunciare a una parte del proprio stipendio in cambio di una maggiore sicurezza. E se il 17% rinuncerebbe a oltre il 10% del salario quasi uno su cinque, il 19%, farebbe a meno di una cifra compresa fra il 6% e il 10% della paga. Per un 24% poi la sicurezza “vale” una parte di stipendio compresa fra l’1% e il 5%.

Coppie e social, taggare il partner salva la relazione

Protagonisti della quotidianità i social esercitano una grande influenza sulla vita sociale di chi li utilizza, tanto più sulle relazioni di coppia. La conferma arriva da uno studio condotto da due atenei americani, la Carnegie Mellon University di Pittsburgh (Pennsylvania), e l’Università del Kansas. Nello studio sono stati coinvolti 692 partecipanti ai quali è stato richiesto se, e quanto, la pubblicazione di un contenuto o un gruppo di post abbia influito sulla loro relazione amorosa. I ricercatori hanno deciso di contattare anche il partner attivo sui social media, per verificare eventuali distorsioni nelle informazioni fornite dagli intervistati.

Una conclusione prevedibile: i social influenzano la vita di coppia

Lo studio è stato condotto su 5 differenti test, ognuno dei quali volto a valutare l’effetto di un particolare tipo di interazione sul web. Un test, ad esempio, ha riguardato il caso in cui il partner pubblica contenuti solo su di sé, mentre un altro ha considerato il caso in cui il partner interagisce direttamente con amici e parenti. Dall’analisi dei dati è emersa una conclusione decisamente prevedibile: i social media esercitano una forte influenza sulla vita di coppia. Resta però da capire se questo porterebbe a un rafforzamento della relazione o a un allontanamento dei due partner.

Includere il partner nell’interazione sul web fa bene alla relazione

La joint research fornisce risposte anche in merito a questa domanda. La conclusione alla quale sono giunti i ricercatori è che la condivisione di contenuti sui social media può rafforzare la relazione, a patto però che il partner sia incluso nei post e nelle interazioni.

“Sembra che il motivo per il quale alcune relazioni risultino compromesse dalle attività social sul web sia che uno dei due partner presta eccessiva attenzione solo alla propria figura, cercando di mettere in mostra una parte della propria vita nella quale il compagno o la compagna non è inclusa”, spiegano gli esperti del portale di psicologia PsicologiOnline.

“Essere protagonisti di una dedica d’amore in pubblico”

“Un post in cui il partner è presente, anche se non è l’assoluto protagonista, fa sentire quest’ultimo importante e significativo, quasi come se fosse protagonista di una dedica d’amore in pubblico”, aggiungono gli esperti del portale. La ricerca è tra le prime che analizzano con un approccio scientifico le interazioni tra social media e vita sentimentale. Non è da escludere che grazie a risultati ottenuti si indaghi ulteriormente in merito.

Personale disabile, impatto positivo per l’88% dei manager

Per l’88% dei manager italiani la presenza di personale con disabilità all’interno dell’organizzazione aziendale produce un impatto positivo su tutti i dipendenti, ma anche e soprattutto, sulle capacità manageriali. Secondo una ricerca condotta da AstraRicerche per Manageritalia, ciò porterebbe i dirigenti a organizzare le attività in maniera più efficiente, a semplificare i processi e a valutare meglio le persone. Per i due terzi dei manager (65,2%), inoltre, le imprese con dipendenti disabili hanno organizzazioni di lavoro più innovative, processi più semplici, e luoghi di lavoro più razionali.

Gli effetti positivi dell’inclusione in azienda

Le ricadute di questa inclusione, affermano i manager intervistati, hanno effetti positivi su tutti i lavoratori, sul rafforzamento di una cultura di gestione e valorizzazione delle diversità e sulla competitività aziendale.

“Il percorso per la non discriminazione è ancora lungo – commenta Roberto Beccari, presidente Manageritalia Lombardia – ma per fortuna molta strada è già stata fatta. Come evidenzia la nostra indagine, la consapevolezza dei manager sul valore aggiunto dato dalla disabilità, come più in generale dalle diversità, per le imprese è ormai totale”.

Creare un comune senso di appartenenza aiuta a sfidare i mercati

Ma la sensibilità alle differenze da sola non basta a creare questa evoluzione. “Occorre – suggerisce Beccari – l’applicazione di un approccio manageriale che consenta di identificare e realizzare cambiamenti organizzativi e di processo che generino un clima di fiducia, di accettazione, di accoglienza e di apprezzamento”. Si tratta di un cambio, quindi, non solo culturale, ma soprattutto concreto, “che possa consentire all’impresa di sfidare con successo i mercati attraverso l’innovazione e la competitività – aggiunge il presidente di Manageritalia Lombardia – prodotta da un lavoro di team variegato e coeso in un comune senso di appartenenza”.

Promuovere anche sul territorio i benefici della diversità

“La valorizzazione delle diversità è un impegno che noi manager non vogliamo realizzare solo nelle aziende – sottolinea Beccari – ma anche condividere e portare sul territorio, consapevoli delle responsabilità e della dimensione sociale del nostro ruolo di manager”.

Secondo il 74,8% dei manager, per promuovere sul territorio i benefici della diversità serve fare informazione, cultura e costruire le specifiche competenze, anche attraverso la promozione di momenti formativi di tutto il personale. E l’82,6% degli intervistati, riporta Adnkronos, pensa che servano le competenze e le esperienze di associazioni no profit che possano contribuire a una maggiore conoscenza sulla gestione della disabilità in azienda

Ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri: il divario si allarga

Nel 2018 26 ultramiliardari detenevano da soli l’equivalente in termini di ricchezza della metà più povera del pianeta. Una concentrazione di enormi fortune nelle mani di pochissimi che evidenzia l’iniquità sociale e l’insostenibilità dell’attuale sistema economico. Nel 2018 i super-ricchi hanno accresciuto le proprie fortune del 12% al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno, mentre i più poveri hanno visto diminire quel che avevano dell’11%. I dati sull’Olimpo della ricchezza di Oxfam rappresentano in modo drammatico il divario registrato lo scorso anno: a metà 2018 l’1% più ricco possedeva poco meno della metà (47,2%) della ricchezza aggregata netta, contro un magro 0,4% assegnato a 3,8 miliardi di persone.

In Italia il 20% detiene il 72% dell’intera ricchezza nazionale

Il Rapporto di Oxfam rivela come il persistente divario tra ricchi e poveri comprometta i progressi nella lotta alla povertà, danneggi le nostre economie e alimenti la rabbia sociale in tutto il mondo.

In Italia il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il 5% più ricco degli italiani era titolare da solo della stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% più povero. Allo stesso tempo, se la quota della ricchezza globale nelle mani dell’1% più ricco dal 2011 è in crescita, il trend opposto caratterizza la riduzione della povertà estrema, riferisce Adnkronos.

Sanità e istruzione sotto-finanziati, le grandi corporation non contribuiscono fiscalmente

Dopo la drastica diminuzione del numero di persone che vivono con un reddito di meno di 1,90 dollari al giorno avvenuta tra il 1990 e il 2015, dallo stesso anno fino al 2018 il tasso annuo di riduzione della povertà estrema è rallentato di più del 40%. Un aumento che colpisce i contesti più vulnerabili, come l’Africa subsahariana. Lo studio mette in evidenza le responsabilità dei governi nel non adottare misure efficaci per contrastare la disuguaglianza. Servizi essenziali come sanità e istruzione continuano a essere sotto-finanziati, la lotta all’elusione fiscale ristagna, mentre le grandi corporation e i super-ricchi contribuiscono fiscalmente meno di quanto potrebbero.

La soluzione? Rendere più equo il fisco

“Non dovrebbe essere il conto in banca a decidere per quanto tempo si potrà andare a scuola o quanto a lungo si vivrà”, sottolinea Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International. Eppure è questa la realtà in gran parte del mondo. Per potenziare il finanziamento dei sistemi di welfare nazionali sarebbe necessario rendere più equo il fisco, invertendo la tendenza che ha portato alla graduale erosione di progressività dei sistemi fiscali, e a un marcato spostamento del carico fiscale dalla tassazione dei redditi da capitale a quella sui redditi da lavoro e sui consumi. Se I’1% dei più ricchi pagasse appena lo 0,5% in più di imposte sul patrimonio nel prossimo decennio si avrebbero risorse sufficienti per mandare a scuola 262 milioni di bambini e salvare la vita a 100 milioni di persone.

Natale con i tuoi e con…il riciclo: 1 italiano su 3 ha riciclato i doni nel 2018

Doni non graditi? Oppure doppioni? O ancora “stufi” di avere troppi pacchi sotto l’albero? Qualunque sia la ragione, gli italiani si confermano più che mai dei veri artisti del riciclo. Soprattutto a Natale. In base ai dati più recenti, infatti, più di un italiano su tre è pronto a riciclare i regali scartati sotto l’albero: ben 21 milioni rispetto ai 20 milioni dello scorso anno. Grandi numeri, insomma: grazie a questa attività “circolare”, si prevede un risparmio pari a 3 miliardi di euro per quanti ricicleranno i regali. Quella del riciclo si conferma essere una tendenza in crescita costante negli ultimi anni.

Regali rimessi in circolo e tredicesime per sé

L’aumento delle tredicesime, quindi, è stato utilizzato per rimpinguare i risparmi o per le spese personali. Egoismo e paura per il domani, oltre all’aumento della povertà, determinano la dinamica dei consumi e la propensione alla spesa degli italiani. Lo rivela in questi giorni una ricerca condotta dal Centro Studi di Confcooperative.

Tutte le forme del riciclo

Gli italiani anche nell’ambito del ciclo dimostrano di avere incredibili dosi di inventiva e originalità. L’analisi ha anche messo in evidenza le forme e modalità più creative e gettonate. Tre quelle più seguite: 4 nostri connazionali su 10 ricicleranno i doni ricevuti (58% donne e 42% uomini); 4 su 10 quanti renderanno i doni ricevuti nei negozi di acquisto per trasformarli in buoni da spendere (52% uomini – 48% donne), infine, 2 su 10 proveranno a rivendere i regali sui canali online. L’identikit vede 9 “riciclatori seriali” online su 10 under 30 a dimostrazione della propensione all’utilizzo della rete da parte dei giovani (71% uomini – 29% donne).

Cosa si ricicla? Generi alimentari innanzitutto

In pole position tra i beni riciclati si collocano i generi alimentari per il 49,7% (vini, spumanti, prosecchi e dolci, tra questi, in primis, panettoni, pandori e torroni). In seconda battuta si trovano al 26,8% i libri e i buoni acquisto. In terza posizione, al 23,5% abbigliamento e accessori, con sciarpe, guanti, cappelli, cosmetici e profumi. Questa hit del riciclo è probabilmente una diretta conseguenza della tipologia di regalo maggiormente fatta per il Natale 2018:  i generi alimentari sono stati ancora la tipologia di regalo più diffusa ( il 74,2% contro il 73,5% del 2017); poi seguono i giocattoli per i bambini (51,1% contro il 48,7% del 2017), i libri e gli e-book (44,8% contro il 43,5%), i trattamenti estetici al 37,9%, biglietti per concerti e spettacoli al 32,3%, vini e liquori (29,3% contro il 27,7%), carte regalo e/o buoni digitali al 28,7% (nuovi prodotti), smartphone (17,7% contro il 16,1%), giochi elettronici (16,6% contro il 14,1%), musica e film digitali al 15,9%.