Nomadismo digitale: è Dubai il luogo ideale per gli Executive

Gli Emirati Arabi Uniti dominano la graduatoria dei luoghi ideali per i nomadi digitali, in particolare, per chi ricopre la carica di executive. Dubai, per il secondo anno consecutivo, si conferma infatti al primo posto nell’ultima edizione del Savills Executive Nomad Index, che classifica le 25 destinazioni più adatte ai professionisti che lavorano a distanza per lunghi periodi.

La capitale degli Emirati, Abu Dhabi, è invece passata dal quarto al secondo posto. E se sia Dubai sia Abu Dhabi eccellono in diverse categorie, la prima ha un vantaggio significativo nella connettività aerea.
Il Dubai International, l’aeroporto principale della città, è il più trafficato al mondo per passeggeri internazionali. E con l’annunciata espansione dell’aeroporto Al Makhtoum, una volta completati i lavori Dubai ospiterà anche il più grande scalo del pianeta.

Infrastrutture moderne ed elevata qualità della vita

“Dubai e Abu Dhabi sono particolarmente interessanti per gli executive nomad, perché offrono tutto ciò di cui si ha bisogno per crescere a livello personale e professionali, grazie a infrastrutture moderne e a un’elevata qualità della vita”, afferma Andrew Cummings, Head of Residential Agency – Middle East di Savills.

Sebbene queste due città siano rinomate per le loro attrazioni turistiche e hotel di lusso, offrono molto di più. “Abbiamo assistito a un forte impegno nel creare un ambiente imprenditoriale dinamico, con numerose opportunità per crescere, costruire reti e stabilire connessioni durature”, aggiunge Cummings.

L’importanza degli aspetti legati alla qualità della vita

Sebbene la figura del nomade digitale più diffusa sia rappresentata dal giovane viaggiatore con zaino in spalla, gli executive nomad tendono ad avere un’età più avanzata, ed è più probabile che si spostino con la famiglia al seguito.

“Ciò aumenta l’importanza degli aspetti legati alla qualità della vita, come sicurezza e accesso a servizi sanitari ed educativi, che queste primarie località internazionali possono offrire – spiega Kelcie Sellers, Associate Director di Savills World Research -. Per questi professionisti, sia il networking di persona sia la connettività digitale sono essenziali”.
Inoltre, gli executive nomad danno molta importanza a spazi ampi e alla prossimità dei servizi. “Nell’ultimo anno – continua Sellers -, gli affitti nelle 25 località monitorate dall’indice Savills sono aumentati in media del 5%, con alcune città che hanno registrato aumenti superiori al 15%”.

Al 22° posto l’italiana Palermo

In generale, sono le città costiere a primeggiare nella top 10, con Malaga (3°), Miami (4°), Lisbona (5°), Barcellona (6°) e Palma (7°).
Tra i nuovi ingressi nella classifica 2024 figurano poi l’isola caraibica di Grenada (11°), Bali (12°) e la capitale costaricana San José, prima destinazione centroamericana a essere inclusa nell’indice Savills, al 13° posto, l’italiana Palermo (22°) e Città del Capo (17°).
La capitale siciliana, ricca di storia e cultura, offre infatti il mercato degli affitti di lusso più conveniente in Italia, con canoni fino al 70% inferiori rispetto a Firenze. Mentre Città del Capo beneficerà del programma di Digital Nomad Visa, introdotto dal Sudafrica nel maggio 2024.

Vacanze: sono 36 milioni le valige smarrite dagli italiani

È l’incubo di chi si sposta in aereo: perdere i bagagli. Nel 2023 più di 36 milioni di valigie sono state smarrite, danneggiate o consegnate in ritardo.
Non sorprende quindi che anche in Italia sempre più vacanzieri cerchino di tutelarsi con una polizza viaggio.

L’assicurazione smarrimento bagagli normalmente viene proposta come estensione della tradizionale polizza viaggio, e tutela l’assicurato in caso di smarrimento, danneggiamento o ritardata consegna delle valigie da parte del vettore aereo, o furto delle stesse durante la vacanza.
Secondo l’analisi di Facile.it a giugno 2024 la richiesta di questi prodotti assicurativi è aumentata del 10% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Cosa coprono le polizze?

Nel caso di smarrimento definitivo o furto, la polizza rimborsa, nei limiti dei massimali, il valore dei beni perduti.
Alcune assicurazioni però non coprono oggetti come smartphone, tablet, pc e fotocamere, altre, invece, applicano massimali ridotti.

Denaro contante, assegni e oggetti d’arte normalmente non vengono rimborsati. E se la valigia conteneva anche documenti come passaporto, carta di identità o patente, nella maggior parte dei casi l’assicurazione viaggio fornisce un contributo economico per rifarli.
Se il sinistro è stato causato dal vettore e questi risarcisce, l’assicurato è indennizzato dalla propria società assicurativa solo dopo aver dedotto l’importo liquidato dalla compagnia aerea.

Rimborsi per bagaglio consegnato in ritardo

Nel caso di bagaglio consegnato in ritardo, invece, l’assicurazione rimborsa all’assicurato le spese sostenute per acquisti di beni di prima necessità.

Attenzione, perché la definizione di ritardo può variare da compagnia a compagnia, ma normalmente devono trascorrere almeno 12 ore dall’orario di arrivo previsto.
Le polizze smarrimento bagagli non coprono mai i danni agevolati da dolo o colpa grave dell’assicurato, ovvero, nel caso in cui gli oggetti vengano lasciati incustoditi in qualsiasi momento, in caso di dimenticanza, incuria o perdita da parte dell’assicurato.
La garanzia è inoltre operante non solo per valigie e borse, ma anche, ad esempio, per carrozzine e passeggini

Confrontare le offerte prima di scegliere

Per quanto riguarda i prezzi, una polizza viaggio con garanzia smarrimento bagagli costa, in media, 45 euro per una settimana di viaggio in Europa.
“Quando compriamo un biglietto aereo capita che il vettore stesso ci proponga la propria polizza viaggio – spiega Andrea Ghizzoni, Managing Director assicurazioni di Facile.it -. Si tratta, a tutti gli effetti, di coperture offerte da compagnie assicurative e quindi, in termini di affidabilità, sono al pari delle soluzioni acquistabili direttamente sul mercato, ma attenzione perché spesso forniscono una copertura meno ampia, sia in termini di garanzie sia in termini di personalizzazione sia di massimali. Il consiglio, prima di scegliere, è capire quali sono le proprie esigenze, e sulla base di queste confrontare l’offerta di diverse compagnie assicurative per identificare la soluzione più adatta”.

e-commerce e compliance: come rispettare il decreto 70/2003 e la Direttiva Omnibus?

Il D.lgs. 70/2003, richiamato dall’art. 49 comma 1, lett. b) e c) del Codice del Consumo stabilisce un requisito normativo che impone alla società o ai professionisti che vendono online di fornire informazioni generali in modo chiaro e comprensibile.

In particolare, il merchant deve fornire il nome, la denominazione o la ragione sociale, l’indirizzo geografico del domicilio o della sede legale, i recapiti di contatto, oltre a il numero di partita IVA, il numero di iscrizione REA o al registro imprese, eventuali dati di iscrizione in un pubblico registro, eventuali autorizzazioni, concessioni o licenze rilasciate da autorità, ed eventuali dati di iscrizione a ordini professionali.
Questo, è il primo obbligo informativo precontrattuale per chiunque voglia vendere online, mentre la Direttiva Omnibus impone anche l’indicazione del numero di telefono e l’e-mail.

Il venditore deve essere identificabile dal consumatore che stipulerà il contratto

Come spiega Netcomm, punto di riferimento in materia di e-commerce e retail digitale nel panorama nazionale e internazionale, tali informazioni svolgono una precisa funzione, quella di identificare la parte contrattuale, ovvero il venditore, con cui il consumatore andrà a stipulare il contratto di compravendita a distanza.

Per questo motivo, le informazioni devono essere sempre facilmente accessibili e costantemente aggiornate dal professionista.
Queste informazioni devono essere collocate nel footer del sito o nelle Condizioni Generali di Vendita per garantire la loro accessibilità

È richiesta l’indicazione anche di numero di telefono ed e-mail

Con il recepimento della Direttiva UE 2019/2161, c.d. Direttiva Omnibus, a opera del D.lgs. n. 26 del 2023, ora viene richiesto all’art. 49 comma 1, lett. c) del Codice del Consumo che il professionista indichi il numero di telefono e l’e-mail, così da consentire al consumatore di contattarlo rapidamente e di comunicare efficacemente con lui.

Non solo. Se il merchant utilizza altri mezzi di contatto con il consumatore è tenuto a garantire la conservazione dei messaggi su un supporto durevole, con indicazione di data e ora di ricezione e invio.
Inoltre, il professionista deve fornire anche le informazioni relative sull’utilizzo di tale altro mezzo.

Conservare i dati di chat e modulo telematico di contatto e assistenza

Un esempio comune è il modulo telematico di assistenza e contatto, sempre più diffuso tra i siti di e-commerce.
Tramite questo strumento di contatto, l’utente-consumatore, dopo aver inserito i propri dati e la descrizione della richiesta, trasmette la comunicazione (previo rilascio del consenso sul trattamento dei dati) e riceve una conferma di ricezione con data e ora via e-mail, assicurando così la conservazione del messaggio.

Un altro strumento spesso presente sui portali e-commerce è la chat. Anche in questo caso, una volta terminata la conversazione con il cliente, il sito dovrebbe consentire di conservare lo scambio di messaggi (ad esempio, tramite un tasto di ‘salva la chat’), sia che si sia svolto interamente con un sistema automatizzato, oppure anche con l’intervento di un operatore fisico.

Gestione rifiuti, aumentano i comuni italiani “virtuosi” 

Nel 2023, il numero dei comuni virtuosi nella gestione dei rifiuti urbani è salito a 698, registrando un incremento dell’11% rispetto alla scorsa edizione. Questi comuni sono caratterizzati da una produzione pro capite di rifiuti indifferenziati avviati a smaltimento inferiore a 75 kg/ab/anno. Inoltre, i cittadini serviti da un efficiente servizio di gestione dei rifiuti sono aumentati a 4.058.542, con un incremento di 539.590 rispetto al 2022, rappresentando il 6,9% della popolazione totale, rispetto al 6% dell’anno precedente.

Il Nord Italia guida la classifica dei “bravi”

Il Nord Italia si conferma al vertice con 434 comuni virtuosi, ma il Sud mostra una crescita significativa con 231 comuni, segnando un aumento del 23,8% rispetto al 2022. Il Centro Italia rimane stabile con 33 comuni, rispetto ai 30 dell’anno scorso. Questi dati emergono dalla XXXI edizione del dossier “Comuni Ricicloni” di Legambiente, che premia l’impegno dei comuni italiani nella raccolta differenziata e nella corretta gestione dei rifiuti.

I fuoriclasse sono i comuni sotto  i 5.000 abitanti

I comuni sotto i 5.000 abitanti si confermano i più virtuosi nella gestione dei rifiuti urbani, con 450 comuni su un totale di 698. Seguono 196 comuni con popolazione tra i 5.000 e i 15.000 abitanti, e 48 comuni con oltre 15.000 abitanti, inclusi i capoluoghi. I comuni del Nord-Est, come Treviso, Belluno, Trento e Pordenone, sono in testa anche in questa edizione.

Il Veneto vince a livello regionale

A livello regionale, il Veneto si conferma al primo posto con 173 comuni virtuosi, seguito dalla Lombardia con 101 comuni (+27 rispetto alla scorsa edizione) e dalla Campania con 83 comuni (+22 rispetto alla scorsa edizione). Crescono anche Sardegna (+18) e Abruzzo (+9), mentre Trentino-Alto Adige (-9) e Piemonte (-10) registrano un calo.

L’evoluzione dei comuni “Ricicloni”

Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, sottolinea che in 31 anni di “Comuni Ricicloni” sono state premiate le amministrazioni virtuose e promossi percorsi di partecipazione e confronto per migliorare la differenziata e il riciclo dei rifiuti urbani. Zampetti evidenzia l’importanza di puntare sulle grandi città, dove i sistemi di raccolta come il porta a porta sono ancora poco diffusi, e di rafforzare l’organizzazione consortile per una rete impiantistica adeguata al riciclo e al trattamento dei rifiuti.

I comuni rifiuti free svolgono un ruolo cruciale, ma è necessario l’impegno di tutti gli attori della filiera per raggiungere gli obiettivi di riduzione dei rifiuti, sviluppo di settori strategici e realizzazione degli impianti necessari per la rivoluzione circolare del Paese.

I cittadini attenti 

Dei 4.058.542 cittadini rifiuti free, il 40% vive in comuni con popolazione tra i 5.000 e i 15.000 abitanti, il 29% in comuni di 15.000 abitanti, il 23% in piccoli comuni e l’8% nei capoluoghi. Il Veneto contribuisce con il 33,8% dei cittadini virtuosi, seguito dalla Lombardia (15,5%), Campania (8%) e Toscana (7,3%). La Sicilia fornisce un contributo del 5,9%.

Anche i comuni oltre 30mila abitanti diventano “rifiuti free”

Si conferma la crescita dei comuni virtuosi oltre i 30.000 abitanti. Tra i nuovi ingressi ci sono i comuni siciliani di Misilmeri (33.290) e Castelvetrano (30.711), oltre a Capannori (46.343) e Fonte Nuova (32.752) al Centro, e Montebelluna (31.281), Conegliano (34.445), Castelfranco Veneto (33.103), Mira (37.618) e San Donà di Piave (41.883) al Nord. Tra i comuni oltre i 50.000 abitanti si segnalano Mazara del Vallo (55.129) e Carpi (72.525), oltre ai capoluoghi Belluno (35.487), Pordenone (51.725), Treviso (98.074) e Trento (136.719), quest’ultima unica città oltre i 100.000 abitanti.

Addio al mercato tutelato dell’energia elettrica, ma 1 italiano su 4 non lo sa

Con la scadenza del mercato tutelato dell’energia elettrica, emerge una situazione di disinformazione tra gli italiani. Secondo un’indagine commissionata da Facile.it e condotta da mUp Research e Bilendi, un quarto dei consumatori, ovvero circa 11 milioni di persone, non è consapevole della fine del regime di maggior tutela.

C’è informazione sul cambiamento?

I risultati dell’indagine mostrano che ben 4,5 milioni di italiani non sanno nemmeno se il loro contratto energetico rientri nel regime tutelato o nel mercato libero. I meno informati sono gli under 34, con una percentuale di disinformazione che supera il 36%, e i residenti del Centro Italia, con il 33%.

Curiosamente, i residenti nei centri di medie dimensioni (comuni tra 30mila e 100mila abitanti) sono meno consapevoli di questa scadenza (29%) rispetto a quelli delle grandi città (26%). I più informati sono i cittadini dei piccoli comuni, dove solo il 23% dichiara di non essere a conoscenza della fine del regime tutelato.

Le intenzioni degli italiani

Molti italiani hanno già fatto il passaggio al mercato libero, ma quasi 3 milioni di persone ancora nel mercato tutelato, pur essendo consapevoli della scadenza, non hanno deciso come comportarsi. La fascia di età più confusa è quella dei 55-64enni, con il 16% incerto rispetto alla media nazionale del 10%.

Le scelte per il futuro 

Guardando al futuro, tra chi è ancora nel mercato tutelato, il 23% ha intenzione di passare al mercato libero, mentre poco più della metà preferisce rimanere nel regime di maggior tutela per entrare automaticamente nel nuovo sistema di tutele graduali. Questo regime temporaneo, della durata di poco meno di tre anni, offrirà una tariffa indicizzata legata al prezzo delle materie prime e uno sconto di circa 100 euro rispetto all’attuale prezzo del mercato tutelato.

Ci sono anche oltre 2 milioni di italiani che hanno dichiarato di voler tornare al mercato tutelato prima della sua fine per usufruire delle tariffe del servizio a tutele graduali.

Cosa accadrà ai clienti non vulnerabili

Dopo il 30 giugno, i clienti vulnerabili (over 75, percettori di bonus elettrico o 104, utenti di apparecchiature medicali salvavita, residenti in zone colpite da calamità o in isole minori non interconnesse) continueranno a rimanere nel regime di tutela. Tutti gli altri saranno assegnati automaticamente a un nuovo fornitore in base alle aste tenutesi a gennaio, entrando nel nuovo sistema di tutele graduali.

Il futuro del lavoro è la formazione professionale: vale più del titolo di studio 

La maggioranza dei lavoratori italiani (55%) concorda sul fatto che le università non forniscono le competenze necessarie per crescere professionalmente.  E un lavoratore su due (51%) ritiene che la formazione sul posto di lavoro sia più utile al fine di preparare le persone rispetto ai tradizionali titoli di studio universitari.

Fra coloro che hanno completato un percorso di studi aggiuntivo, due su cinque (42%) ammettono che il lavoro che svolgono attualmente non è legato al proprio percorso accademico.
È quanto emerge da un nuovo studio italiano sulle tendenze di carriera e sul posto di lavoro, ‘Il futuro del lavoro e lo sviluppo professionale’, commissionato da Amazon e condotto da Ipsos a livello europeo. 

Acquisire nuove competenze è essenziale per lo sviluppo della carriera

La grande maggioranza dei lavoratori dipendenti italiani (91%) ritiene però ugualmente importante acquisire una nuova competenza, sia per poter migliorare il proprio percorso di carriera nel giro di un anno, sia con l’obiettivo di ricevere una promozione (87%).

Quando si valuta un cambio di lavoro o di ruolo, l’89% delle persone intervistate afferma che la formazione per lo sviluppo della carriera è per loro essenziale, molto o abbastanza importante. E che i programmi di formazione offerti da un potenziale datore di lavoro sono più o ugualmente importanti rispetto alla flessibilità del lavoro (84%) e alla cultura aziendale (82%).

Motivati a lavorare per un’azienda che offra programmi formativi

Una possibile spiegazione di questa situazione è riconducibile al fatto che molti intervistati hanno dichiarato che si sentirebbero motivati (39%), incoraggiati (35%) e ottimisti (29%) a lavorare per un’azienda che offra accesso a programmi per l’acquisizione di nuove competenze utili allo sviluppo della carriera.
Ma in Italia circa una persona su cinque (19%) ammette di non potersi permettere di pagare corsi di formazione in modo autonomo.

Amazon, che ha investito più di 100 milioni di euro in programmi di formazione in Europa, nel 2014 ha lanciato Career choice, il programma che provvede al pagamento del 95% delle spese scolastiche fino a 8.000 euro per quattro anni consecutivi per corsi riconosciuti a livello nazionale in 11 scuole e università italiane.

Anche chi è occupato deve continuare a studiare e aggiornarsi

Nel futuro la formazione rappresenterà un asset fondamentale per mitigare le preoccupazioni dei lavoratori. Il 46% degli intervistati teme infatti di non avere le competenze necessarie per continuare a svolgere il proprio lavoro nei prossimi anni.

Inoltre, circa sette intervistati su dieci (71%) ritengono che le persone attualmente occupate dovranno continuare a studiare e aggiornarsi per mantenere il proprio ruolo professionale anche in futuro.
Tuttavia, riporta Adnkronos, solo il 14% dei dipendenti afferma di avere accesso a corsi di formazione in grado di supportarli in un eventuale cambio di percorso professionale. Mentre due dipendenti su dieci (22%) dichiarano che presso il loro datore di lavoro non esiste tale possibilità.

Salute, gli italiani vorrebbero lo “psicologo di base”

Per quasi un italiano su due (48%), la salute rappresenta un equilibrio complesso da raggiungere, che coinvolge non solo il corpo ma anche la mente. Oggi, più della metà della popolazione (52%) si dichiara soddisfatta del proprio stato di salute, sia fisico che psicologico, mostrando una grande attenzione alla prevenzione.

Questo è il quadro emerso dalla IV edizione dell’Osservatorio “Change Lab, Italia 2030” realizzato da Groupama Assicurazioni, in collaborazione con l’istituto di ricerca BVA Doxa.

La prevenzione è quasi un’abitudine

Secondo il report, il 66% del campione intervistato effettua periodicamente analisi del sangue e delle urine, il 47% segue percorsi di screening, e il 44% pratica regolarmente attività fisica.

Però, solo il 16% degli intervistati considera il medico di base come l’unico punto di riferimento per la salute, mentre il 36% lo vede come una figura centrale ma non esclusiva. Quasi 9 italiani su 10 (88%) hanno infatti consultato medici specialistici negli ultimi anni, come fisioterapisti, osteopati, nutrizionisti e psicologi.

Il SSN mantiene consensi

Nonostante la fiducia nel sistema sanitario nazionale, emergono carenze in alcuni servizi ritenuti essenziali: il 60% degli italiani chiede maggiore accesso alle prestazioni sanitarie digitali, il 38% desidera migliori servizi di assistenza nelle scuole, e il 35% vorrebbe la disponibilità di uno psicologo di base.

Il ruolo delle assicurazioni

Guardando al futuro, oltre 4 italiani su 10 (42%) temono di vedere peggiorare le proprie condizioni fisiche senza poter ricorrere alle cure necessarie. Questo timore influenza il 59% degli intervistati, che hanno già sottoscritto o pensano di sottoscrivere un’assicurazione sanitaria.

Per molti, avere un’assicurazione sanitaria è così importante che sarebbero disposti a rinunciare a cene fuori o vacanze pur di averne una.

Il futuro della salute

Secondo l’indagine, il 64% degli italiani ritiene che adottare un sistema alimentare più sano sia fondamentale per mantenere un buono stato di salute, e il 63% riconosce l’importanza dell’attività fisica regolare.

Tuttavia, persistono paure come il peggioramento delle condizioni fisiche senza poter accedere alle cure necessarie (42%), l’impossibilità di prenotare visite ed esami in tempi corretti (40%) e le difficoltà economiche nel fronteggiare le spese sanitarie (35%).

Nuove figure professionali

Gli italiani prevedono che nel prossimo decennio figure come lo psicologo, il nutrizionista e il fisioterapista/osteopata assumeranno un ruolo sempre più importante. In particolare, si immaginano il tele-chirurgo, un medico capace di eseguire operazioni a distanza, e il personal wellness trainer, un professionista che sviluppa programmi di allenamento e coaching personalizzati.

Conclusione

“L’indagine conferma come negli ultimi anni si sia verificata un’evoluzione del concetto di salute, in direzione di un equilibrio tra mente e corpo”, afferma Pierre Cordier, amministratore delegato di Groupama Assicurazioni. Oggi, il benessere psicologico è considerato essenziale quanto la salute fisica, portando alla valorizzazione di nuove figure professionali. Groupama risponde a questi bisogni emergenti con soluzioni assicurative personalizzate, come “Groupama Benessere InSalute”, che integra servizi di supporto psicologico e telemedicina.

Aperitivo, perchè è diventato un rito per gli italiani? 

Gli italiani non perdono occasione per concedersi l’aperitivo: infatti, l’appuntamento con l’happy hour è almeno una volta a settimana. Il 48% dei nostri connazionali dichiara di uscire per questa occasione, una percentuale in crescita di 3 punti rispetto all’anno precedente. Il dato riflette una forte passione per l’aperitivo, con 1 consumatore su 2 (43%) che lo vive almeno una volta alla settimana e il 98% almeno una volta al mese.

I giovani e l’aperitivo

Le giovani generazioni, in particolare i Millennials e la Generazione Z (fascia 25-34 anni), sono i maggiori fan dell’aperitivo, specialmente nelle aree urbane. Federico Gordini, fondatore di MWW Group e ideatore del World Aperitivo Day, sottolinea l’importanza economica di questo rito, che non solo arricchisce il settore della ristorazione e dell’ospitalità, ma anche l’industria agroalimentare e turistica italiana.

Un fenomeno a livello mondiale

L’aperitivo è sinonimo di piacere, condivisione e divertimento. Eventi come l’Aperitivo Festival e il World Aperitivo Day, giunti rispettivamente alla seconda e terza edizione, promuovono la cultura enogastronomica italiana e il marchio Made in Italy a livello globale. Matteo Fortarezza di CGA by NielsenIQ ha presentato una ricerca durante l’inaugurazione dell’Aperitivo Festival 2024, evidenziando l’impatto del consumo On Premise.

Cosa si beve e quanto si spende?

Gli italiani spendono in media oltre 120 euro al mese per l’aperitivo. Le bevande più popolari includono l’aperitivo classico (48%), le bollicine (32%) e i cocktail (26%). Gen Z e Millennials apprezzano particolarmente drink come il Gin&Tonic, che ha guadagnato 5 punti percentuali rispetto al 2022. Le scelte di consumo sono influenzate dal prezzo (44%), dai consigli dei professionisti (31%) e dalle preferenze degli amici (24%).

Consumo sì, ma consapevole

Cresce l’attenzione verso un consumo consapevole, con 1 giovane su 10 che sceglie bevande analcoliche o poco alcoliche. Il mercato offre una gamma sempre più ampia di prodotti in questa categoria.

Mix con il food

Durante l’aperitivo, 1 italiano su 3 (33%) ha un appetizer preferito, come stuzzichini misti, pizzette e patatine. I consumatori di vino prestano particolare attenzione agli abbinamenti culinari. L’analisi di TradeLab per Federvini conferma che, nonostante le difficoltà del mercato, il consumo di vino e bollicine è in crescita: 1% per il vino e 7% per gli spumanti. Nel 2023, vino e bollicine hanno raggiunto 147 milioni di consumazioni durante l’aperitivo serale, apprezzati soprattutto da baby boomers e generazione X.

Conclusione

L’aperitivo è un rito irrinunciabile per gli italiani, che ne fanno un momento di piacere e socializzazione. La sua popolarità continua a crescere, contribuendo alla promozione della cultura e delle eccellenze enogastronomiche italiane nel mondo.

Cybersecurity: relazioni di fiducia come principale vettore di attacchi prolungati

Le compromissioni basate sulle relazioni di fiducia non sono una novità, ma nel 2023 la loro frequenza è aumentata, rappresentando il 6,78% del numero totale di attacchi.

Secondo il report Kaspersky Incident Response 2023 i cyberattacchi che persistono per più di un mese hanno costituito il 21,85% del totale, con un aumento del 5,55% rispetto al 2022. E una tendenza significativa osservata negli attacchi prolungati è lo sfruttamento delle relazioni di fiducia. Oltre un quinto dei cyberattacchi di lunga durata ha infatti le relazioni di fiducia come uno dei principali vettori.

Spesso le aziende inizialmente prese di mira sono riluttanti a collaborare

Dal momento che questo metodo di attacco consente agli attori delle minacce di colpire più vittime grazie alla compromissione di una sola organizzazione, i team investigativi devono affrontare diverse sfide aggiuntive.
In primo luogo, le aziende inizialmente prese di mira non sempre riconoscono l’importanza di indagini approfondite e possono essere riluttanti a collaborare.

In secondo luogo, gli attacchi avviati attraverso relazioni di fiducia spesso richiedono più tempo per passare dall’intrusione iniziale alla fase finale di violazione. Per questo motivo, il 50% di questi attacchi è durato più di un mese. Una percentuale simile di attacchi di durata superiore a un mese è stata registrata esclusivamente nell’ambito dei vettori insider e phishing.

Restare vigili e dare priorità alle misure di sicurezza

“Le minacce alla sicurezza informatica sono in continua evoluzione e i nostri risultati sottolineano il ruolo critico della fiducia negli attacchi informatici – commenta Konstantin Sapronov, Head of Global Emergency Response Team di Kaspersky -. Nel 2023, e per la prima volta negli ultimi anni, gli attacchi basati su relazioni di fiducia sono stati tra i tre vettori più utilizzati. La metà di questi incidenti è stata rilevata solo dopo la scoperta di una fuga di dati. Sfruttando le relazioni di fiducia, i criminali informatici possono prolungare gli attacchi e infiltrarsi nelle reti per periodi più lunghi con rischi significativi per le organizzazioni. È indispensabile che le aziende rimangano vigili e diano priorità alle misure di sicurezza per proteggersi da tattiche così sofisticate”.

Promuovere una cultura della consapevolezza

Per mitigare i rischi evidenziati nel report, Kaspersky consiglia di promuovere una cultura di consapevolezza della sicurezza tra i dipendenti e limitare l’accesso pubblico alle interfacce di gestione.

Inoltre, consiglia di applicare una policy a tolleranza zero per la gestione delle patch o implementare misure di compensazione per le applicazioni accessibili al pubblico. Ma è importante anche eseguire il backup dei dati critici per ridurre al minimo i danni e implementare robusti criteri per le password e l’autenticazione a più fattori.
E per migliorare la protezione delle aziende contro gli attacchi avanzati e rilevarli nelle fasi iniziali, è fondamentale adottare servizi di sicurezza gestiti.

L’Europa va al voto: perchè è allarme declassamento sociale?

Sono 359 milioni gli elettori che a giugno 2024 andranno al voto per il rinnovo del Parlamento europeo. Ma quale Europa, e che Italia, si recherà alle urne?
Nel corso degli ultimi anni l’Unione europea ha conosciuto un progressivo ridimensionamento del proprio peso demografico ed economico (quindi politico) sul piano internazionale.

Se quindici anni fa all’Unione a 27 Stati era riferibile una quota del Pil del mondo pari al 17,7% del totale, oggi la percentuale si è ridotta al 14,5%, a vantaggio soprattutto dei Paesi asiatici. Secondo il report ‘Lo stato dell’Unione. Geografia sociale dell’Europa al voto’ del Censis, oggi un terzo dei cittadini europei si sente minacciato dal declassamento sociale.

Oggi peggio di ieri

Con la crisi del 2008 è cominciato il lungo ciclo del declassamento storico e sociale europeo. Molti cittadini si sono persi nelle pieghe della deindustrializzazione di tanti territori, di cui 4 su 10 sono italiani (39,1%). Sono poi 75 le regioni e le province dei Paesi in cui si è verificata una variazione negativa del reddito disponibile netto pro-capite, e 151 milioni di cittadini (34% della popolazione europea, 121 milioni di elettori) hanno subito una flessione del tenore di vita familiare.

I dati più preoccupanti riguardano l’Attica in Grecia (-35,6% reddito pro-capite vs 2007), ma questo avviene anche in alcune regioni italiane (Lazio,-16,0%, Umbria -14,7%, Provincia autonoma di Trento -14,6%) Toscana -14,6%). 

Persistenti disuguaglianze interne agli Stati

In quindici anni si sono accentuate forti disomogeneità sociali nei diversi contesti territoriali all’interno dei singoli Stati, che possono minare la coesione delle comunità nazionali. Ad esempio, in Irlanda si osserva l’oscillazione vertiginosa tra i 36.556 euro di Pil pro-capite del Northern and Western (-55,4% vs media nazionale) e i 99.750 euro del Southern (+21,8%).
La regione irlandese con il Pil pro-capite più alto dell’Unione registra un valore pari a 7 volte quello della regione bulgara con il valore più basso della Ue.

In Italia si oscilla dal valore minimo del Pil pro-capite della Calabria (-40,9% vs dato medio nazionale) al valore massimo di Bolzano (+65,4%), e sono 6 le regioni italiane in cui ancora si misura un Pil pro-capite, a parità di potere d’acquisto, inferiore alla soglia del 75% del valore medio europeo (Calabria, Sicilia, Campania, Puglia, Sardegna, Molise).

Allarme astensionismo

Il tasso di astensionismo alle ultime elezioni europee del 2019 si è attestato al 49,3% nella media dell’Unione. (Italia 45,5%).
In Italia la tendenza all’astensionismo elettorale, intensa e prolungata nel tempo, mostra dati più allarmanti alle votazioni europee (45,5% astenuti nel 2019) rispetto alle elezioni politiche (36,1% astenuti nel 2022). D’altronde, oggi solo il 49% degli italiani ha fiducia nel Parlamento europeo, il 46% nella Commissione europea.

Il declassamento storico e sociale che ha investito l’Europa a partire dal 2008 si manifesta nel malessere dei perdenti e nella percezione di aver perso posizioni sul terreno del proprio benessere. E può insidiare gli stessi meccanismi di funzionamento delle democrazie liberali.