Allarme per nuove applicazioni fraudolente su Google Play

I truffatori cercano costantemente soluzioni innovative per portare a termine le frodi. Si adattano velocemente alle tendenze sociali, attirando gli utenti con offerte irresistibili. Recentemente, gli esperti di Kaspersky hanno svelato una serie di applicazioni fraudolente su Google Play, che sfruttano argomenti di attualità sui media, come l’Intelligenza artificiale, i chatbot, le criptovalute e i legami con il magnate della tecnologia Elon Musk per rubare dati personali attraverso false app e siti web di phishing. Queste frodi sfruttano il desiderio degli utenti di ‘fare soldi’ facilmente. Una volta ottenute le informazioni, i criminali telefonano alla vittima e la convincono a investire denaro, promettendo guadagni particolarmente elevati.

Attirati dalla promessa di guadagni strepitosi

Le app analizzate da Kaspersky propongono guadagni strepitosi, promettendo profitti quotidiani fino a 9.000 dollari con un investimento iniziale di soli 250 dollari. Inoltre, le app sostengono che gli utenti non hanno bisogno di alcuna competenza tecnica e garantiscono un’esperienza sicura.
Tuttavia, quando le vittime installano e poi lanciano l’app, sono obbligati a inserire informazioni personali, come nome, numero di telefono ed email. Una volta inviati i propri dati, appare un messaggio in cui si comunica che la registrazione è avvenuta con successo e che riceveranno la chiamata da parte di un broker per ulteriori informazioni.

Per iniziare a guadagnare la vittima trasferisce denaro nel portafoglio del truffatore

In questo scenario fraudolento, la vittima riceve una chiamata dal truffatore che dà informazioni dettagliate sul sistema di investimento. Per iniziare a guadagnare, è necessario trasferire il denaro nel portafoglio del truffatore In questo modo la vittima perde i propri soldi e non ricava alcun profitto. Inoltre, i dati ottenuti con questi attacchi possono arrivare sui forum utilizzati per scopi illeciti.
Ma oltre alle applicazioni fasulle, i ricercatori di Kaspersky hanno identificato anche pagine di phishing che utilizzano strutture e tecniche simili. Ed è molto probabile che questi attacchi di phishing siano organizzati dallo stesso responsabile della diffusione delle app false.

Esche allettanti dal design ingannevole

Tutto questo indica che i truffatori stanno diversificando i propri metodi per ottenere profitti e stanno cercando di colpire quante più vittime possibili. Il team di Kaspersky ha quindi contattato Google per avvisare delle app fraudolente presenti nello store Google Play.
“I truffatori continuano a perfezionare le proprie tattiche per sfruttare le ultime tendenze e le nuove tecnologie – dichiara Igor Golovin, Security Expert di Kaspersky -. Da app fasulle a pagine di phishing, ricorrono a esche allettanti e design ingannevoli per colpire gli utenti. Diversificando i metodi di attacco, questi cybercriminali mirano a raggiungere il massimo delle proprie potenziali vittime. È necessario che gli utenti siano attenti, cauti e consapevoli delle minacce presenti nel panorama digitale”. 

Cos’è un chatbot? Quattro italiani su dieci non lo sanno 

Quasi la metà degli italiani non sa cos’è un chatbot, e l’86% preferisce il dialogo con un operatore umano. Inoltre, il 30% di chi non ha mai usato un chatbot ammette di non averlo trovato sui siti che ha visitato. Infatti, in Italia il chatbot è ancora poco diffuso sui siti delle aziende, che si avvalgono di tecnologie di vecchia generazione. E questo origina negli utenti una percezione negativa.
È quanto emerge dall’indagine commissionata da indigo a Dynata con l’obiettivo di analizzare la percezione che i consumatori hanno dei chatbot, il gradimento di questa tecnologia come strumento per comunicare con i brand, e i suoi sviluppi futuri.

Poco preciso e poco empatico

Secondo l’indagine, nella classifica degli strumenti più utilizzati per dialogare con le aziende il chatbot resta al terzo posto (47%), dopo email (73%) e call center (59%).
Tra gli aspetti che dissuadono maggiormente i consumatori dall’utilizzo del chatbot, oltre alla preferenza per il dialogo (46%), c’è il timore di non essere capiti (44%) e di ricevere risposte non accurate (34%). Al tempo stesso, circa il 50% degli italiani dichiara che sarebbe invogliato a utilizzare i chatbot se questi fossero più precisi, il 26% cerca nello strumento maggiore empatia, il 20% rapidità nelle risposte.

Giovani più ottimisti su Intelligenza Artificiale e ChatGpt

Ma in questo quadro le nuove generazioni guardano invece con ottimismo ai chatbot, collegando questa tecnologia al progresso dell’Intelligenza Artificiale. Il 55% di chi ha meno di 24 anni ammette infatti che ChatGpt ha migliorato la percezione dei chatbot, riporta Adnkronos, mentre per il 64% degli under24 l’AI porterà progresso nella società. Insomma, “Dall’indagine di Dynata emerge un quadro in cui conoscenza, aspettativa e soddisfazione dei consumatori sono fattori strettamente connessi” sottolinea Gianluca Maruzzella, Co-founder & Ceo di indigo.ai.

La percezione negativa dell’AI applicata alla comunicazione aziendale

“Da un lato – spiega Maruzzella – c’è una fascia di consumatori che non si è ancora approcciata al chatbot o che sconta esperienze di comunicazione frustranti con i brand, dovute a chatbot di vecchia generazione poco empatici. Soprattutto quest’ultimo aspetto ha contribuito ad alimentare negli ultimi anni una percezione negativa dell’AI applicata alla comunicazione aziendale. Dall’altra – aggiunge il manager – ci sono le nuove generazioni che conoscono ChatGpt e guardano all’Intelligenza Artificiale come uno strumento parte del quotidiano: da utilizzatori già rodati di chatbot, sono maggiormente consapevoli del potenziale che può offrire un chatbot di nuova generazione che utilizza l’Intelligenza Artificiale”.

Bandiere Blu 2023: le spiagge top sono in Liguria e Puglia 

Sono le spiagge della Liguria e della Puglia le più belle d’Italia, e comandano la classifica delle Bandiere Blu 2023 stilata dalla Foundation for Environmental Education (Fee). Con riconoscimenti a 226 Comuni e 84 approdi turistici, in questa edizione 2023 si nota un trend di crescita delle località Bandiera Blu rispetto al precedente anno. I Comuni che hanno ottenuto il riconoscimento sono infatti 16 in più rispetto ai 210 dello scorso anno. Di questi, 17 sono nuovi ingressi e uno il Comune non confermato. In sintesi, 226 Comuni italiani per complessive 458 spiagge, che corrispondono a circa l’11% delle spiagge premiate a livello mondiale. 

Sedici nuovi ingressi e un’uscita: Cattolica

In particolare, la Liguria segna 2 nuovi ingressi, Laigueglia e Sori, e raggiunge 34 località. La Puglia sale a 22 riconoscimenti con 4 nuovi Comuni, Gallipoli, Isole Tremiti, Leporano, Vieste.
Alle prime due regioni seguono, con 19 Bandiere, Campania e Toscana, entrambe con un nuovo ingresso, rispettivamente San Mauro Cilento e Orbetello, e la Calabria, con due nuove Bandiere Blu, Catanzaro e Rocca Imperiale. Le Marche salgono a 18, con un nuovo ingresso, Porto San Giorgio, la Sardegna conferma le sue 15 località, l’Abruzzo resta a 14, la Sicilia a 11, il Lazio a 10. Rimangono invariate anche le 10 bandiere del Trentino Alto Adige, mentre l’Emilia Romagna vede premiate 9 località, con un’uscita, Cattolica, e un nuovo ingresso, Gatteo.

Laghi: le Bandiere sono 21

Sono riconfermate le 9 Bandiere del Veneto, e la Basilicata conferma le sue 5 località. Si registrano poi 2 nuovi ingressi in Piemonte, San Maurizio D’Opaglio e Verbania, che ottiene 5 Bandiere, il Friuli Venezia Giulia conferma le 2 dell’anno precedente, e la Lombardia sale a 3 Comuni Bandiera Blu, con due nuovi ingressi, Sirmione e Toscano Maderno. Il Molise conquista 2 Bandiere con un nuovo Comune, Termoli. Complessivamente, quest’anno le Bandiere sui laghi sono 21, con 4 nuovi ingressi.

Circa un quarto di tutte le spiagge italiane

“Anche quest’anno registriamo un notevole incremento dei Comuni che hanno ottenuto il riconoscimento della Bandiera Blu, ben 226 con 17 nuovi ingressi. Una progressione che cresce di anno in anno: basti pensare che nel 1987, primo anno, i Comuni Bandiera Blu in Italia sono 37, nel 1997 arrivano a 48, nel 2007 a 97, nel 2017 diventano 164, fino ad arrivare a oggi, con sempre più località che si avvicinano al percorso facendo una chiara scelta di campo per la sostenibilità – commenta Claudio Mazza, presidente della Fondazione Fee Italia -. I Comuni Bandiere Blu rappresentano circa un quarto di tutte le spiagge italiane. Parliamo di eccellenze del turismo nazionale che possono contare su una strategia articolata e una visione che non tralascia alcun elemento presente sul territorio”.

Nel 2023 gli europei viaggeranno di più, anche gli italiani 

La conferma arriva dai dati raccolti dall’Osservatorio EY Future Travel Behaviours: il 2023 si annuncia come anno record per i viaggi. Che sia all’interno del proprio Paese, in un altro Paese del Vecchio Continente oppure oltre i confini europei, dopo due anni di restrizioni tra gli europei torna il desiderio di viaggiare. L’89% dei cittadini di Spagna, Germania, Francia, e Regno Unito prevede infatti di fare almeno una vacanza nell’anno in corso, mentre un cittadino su cinque dichiara di voler aumentare il numero dei viaggi rispetto al passato.  E gli italiani? La percentuale di italiani che dichiara di voler mantenere o aumentare la frequenza dei propri viaggi è pari all’88%.

Spagna, Italia e Francia mete preferite, ma occhio al portafoglio

Tra i dati più significativi, quelli sulle destinazioni di viaggio: 3 europei su 4 si muoveranno all’interno del proprio Paese, 3 europei su 5 prevedono di viaggiare in un Paese del Vecchio Continente, e circa il 20% oltre i confini europei. La Spagna è al primo posto tra le mete preferiste per le vacanze in Europa, seguita da Italia e Francia.
Ma quali sono i fattori che influiscono maggiormente sulle scelte di viaggio? Al primo posto la spesa, specie con riferimento al diminuito potere d’acquisto dovuto alla crescita dell’inflazione. Emerge infatti una propensione al risparmio, al punto che 2 persone su 3 sarebbero disposte a cambiare le proprie abitudini di viaggio a causa di una riduzione del potere di acquisto. Ma c’è anche un 19% che pur in condizione di recessione economica non rinuncerebbe a viaggiare, sacrificando piuttosto altre voci di spesa.

L’impatto ambientale incide sulle scelte dei più giovani

Un altro fattore che influenza i comportamenti e le intenzioni di viaggio è l’impatto ambientale. Dai test impliciti emerge che per 1 persona su 2 l’impatto ambientale è un fattore importante per le proprie scelte. Una sensibilità verso i viaggi green dimostrata anche dal fatto che 6 viaggiatori su 10 sarebbero disposti a pagare costi aggiuntivi per compensare le emissioni di CO2.
E se sono i giovani della Generazione Z a dimostrare una spiccata propensione a viaggiare, sono anche quelli maggiormente influenzati dalla sostenibilità nelle loro scelte. E per questo, ad avere necessità di informazioni sulle opzioni di viaggio sostenibili. Inoltre, la maggioranza dei giovani viaggiatori si dichiara disponibile a pagare un extra per compensare le emissioni.

Parole d’ordine workation ed esperienza su misura

Tra le altre tendenze rilevate dall’Osservatorio cresce l’interesse nei confronti dei viaggi di natura ibrida, che uniscono motivi di lavoro e vacanza in forme differenti, in particolare il fenomeno workation. Quanto ai trend del futuro per il settore, riporta Adnkronos, l’Osservatorio evidenzia la personalizzazione dell’esperienza di viaggio, che rappresenta un importante fattore di scelta per 2 interpellati su 3. Dunque, appare sempre più indicata per gli operatori del settore poter garantire un’offerta quanto più possibile su misura per tipologia di viaggiatore.

Sostenibilità, i 5 consigli per rendere più green gli edifici

In occasione della Giornata Mondiale della Terra (che cade ogni anno il 22 aprile), Cisco ricorda l’importanza di rendere più sostenibili gli edifici delle nostre città. Infatti, gli edifici sono responsabili di circa il 30% del totale delle emissioni di anidride carbonica. Ciò è dovuto a una somma di fattori, quali l’illuminazione, il riscaldamento e l’utilizzo di computer e device elettronici Per contribuire a ridurre tali emissioni, Cisco suggerisce alcune regole – cinque per la precisione – da seguire. 

Integrare con la rete IT i sistemi dell’edificio

Innanzitutto, è necessario integrare i vari sistemi degli edificio con la rete IT in modo da monitorare le prestazioni e adattarle dinamicamente a riscaldamento, ventilazione, condizionamento dell’aria e illuminazione.

Gli sprechi si possono abbattere fino al 50%

Inoltre, si raccomanda di aggiornare la rete alla tecnologia Power over Ethernet (PoE) per eliminare le perdite energetiche e avere un migliore controllo sull’impiego dell’energia. Il terzo consiglio prevede di abilitare i punti di accesso wireless e i sensori IoT fornirà una visione completa dello stato dell’edificio come occupazione degli spazi, qualità dell’aria interna, temperatura e umidità. Gli edifici che implementano tali soluzioni possono ridurre gli sprechi energetici fino al 30-50%.

Capire quali sono le apparecchiature di rete che consumano di più 

La quarta dritta prevede di comprendere quali siano le apparecchiature di rete che incidono di più sui consumi. Lo si può fare implementando sensori che permettono di individuare gli sprechi e attivare strategie semplici ma efficaci – come spegnere o accendere i dispositivi in base al loro utilizzo – che cumulate possono ridurre i consumi tra il 5 e il 15%. Ad esempio, un telefono IP messo in modalità “sospensione” può ridurre il consumo energetico del 30%, poiché lo schermo si accende solo quando c’è una chiamata in arrivo.

Tecnologie di collaborazione

Infine, il quinto e ultimo consiglio è quello di sfruttare le tecnologie di collaboration. Un uso esteso delle soluzioni di videoconferenza, sistemi di connessione sicura come le VPN per lavorare da remoto, la telepresenza, aiutano concretamente a ridurre le emissioni correlate a viaggi e spostamenti. Convertendo in modalità virtuale fino al 30% delle riunioni fuori sede, ogni anno si potrebbero ridurre di 550.000 tonnellate le emissioni di CO2 in tutto il mondo.

Pasqua 2023: tutti a tavola in agriturismo

Per le festività di Pasqua e Pasquetta 2023 si stima un vero e proprio pienone negli agriturismi italiani. Un’autentica boccata d’ossigeno rispetto all’impennata dei costi di produzione e all’effetto del cambiamento climatico sui campi. Sono infatti oltre 1,5 milioni le persone che nel 2023 per il pranzo di Pasqua e Pasquetta hanno scelto un agriturismo, spendendo mediamente 40-50 euro per un menu à la carte o fisso. Si è trattato, per lo più, di famiglie con bambini e comitive, buona parte di quei 12 milioni di italiani in viaggio per il week-end pasquale. La Pasqua in agriturismo ‘a tavola’ si conferma quindi il binomio perfetto. Lo confermano la Cia, agricoltori italiani e Turismo Verde, l’associazione di Cia per la promozione agrituristica.

Tutto esaurito anche nelle strutture agrituristiche con camere

Si registra quindi il tutto esaurito nelle 25.400 strutture agrituristiche diffuse in tutta Italia, che hanno beneficiato dell’arrivo di tanti connazionali. Soprattutto di quelli che hanno scelto di passare il week-end di Pasqua in montagna (17,6%), ma anche nel segno del relax (64,8%) o facendo trekking e gite (51,4%), senza però rinunciare a momenti gastronomici (10,6%). Cia e la sua associazione per la promozione agrituristica registrano inoltre il tutto esaurito anche nelle strutture con camere per soggiorni di almeno due giorni, soprattutto da parte di turisti stranieri. Con Pasqua e Lunedì dell’Angelo, nelle aziende agricole con cucina e possibilità di soggiorno il turismo è quindi pronto a segnare un +20%.

Tornano i numeri pre-Covid, ma con meno confusione e sprechi

Secondo l’analisi effettuata da Coldiretti/Ixèono sono oltre mezzo milione le persone che hanno scelto di alloggiare negli agriturismi nel weekend di Pasqua. 
A spingere gli italiani a scegliere queste strutture è la voglia di stare all’aria aperta alla ricerca del buon cibo, con la possibilità di protezione in caso di maltempo.
Delle prenotazioni in agriturismo, specie al nord Italia, almeno il 10% è da parte degli stranieri, in particolare americani, tedeschi e svizzeri, ma tornano negli agriturismi italiani anche da Belgio, Germania, Norvegia e Svezia. Si percepisce, riporta Adnkronos, il ritmo delle festività pre-Covid, ma con meno confusione e sprechi.

“La promozione autentica di una ruralità lenta e sostenibile”

“Un tripudio di cultura enogastronomica italiana come solo le piccole comunità, in montagna e in collina, dove tra l’altro si trovano l’84% degli agriturismi italiani, sanno raccontare e portare a tavola – commenta il presidente nazionale di Turismo Verde Cia, Mario Grillo -. Insieme alla promozione autentica di una ruralità lenta e sostenibile questo è il valore che dobbiamo difendere con determinazione, affrontando la crisi economica senza intaccare l’identità delle aziende agricole multifunzionali. Abbiamo dimezzato i coperti pur di non far pagare ai nostri ospiti il peso del caro-bollette. Siamo ottimisti, da nord a sud le nostre strutture stanno andando verso il tutto esaurito anche per il ponte del 25 Aprile e 1° Maggio”.

Acquisti online, 1 prodotto su 5 viene restituito

Lo sappiamo bene, dato che ci siamo passati tutti. Quando si fa shopping online, non è raro cambiare idea una volta che il prodotto viene recapitato a casa. E la moda è il settore in cui i resi degli acquisti online sono più significativi. Questa è una delle evidenze che emerge dal nuovo rapporto “Guida ai resi nel mondo dell’ecommerce” di Yocabè. In media, nel mondo, 1 prodotto acquistato su 5 viene restituito. La percentuale è già abbastanza significativa, ma per il comparto moda questo valore è decisamente più alto. Nella moda il tasso di reso raggiunge il 56%. Solo in Europa, il valore di tutti i resi globali è di circa 550 miliardi di dollari. L’Europa genera il 23% di questo importo, pari a circa 126 miliardi di dollari. 

Il fenomeno dei resi è in forte crescita

I resi sono destinati a crescere vertiginosamente considerando che i resi nel Vecchio Continente aumentano del 63% all’anno. Secondo l’analisi di Yocabè, il 16% degli acquisti di moda online effettuati in Italia viene restituito, una percentuale che è la più bassa d’Europa. L’indagine traccia una mappa dei prodotti più restituiti in Europa, con un focus su Italia, Francia, Svizzera e Germania, e offre una lista di consigli utili a tutte le aziende ecommerce che si trovano costrette a gestire un numero sempre crescente di resi. L’abbigliamento è la categoria più restituita a livello europeo, seguita dalle scarpe e dagli accessori. 

In Italia si rende meno rispetto gli altri Paesi

Per quanto riguarda il nostro Paese, in Italia si restituisce in media il 25% dell’abbigliamento comprato online, il 15% delle scarpe e il 10% degli accessori. I prodotti fashion che gli italiani restituiscono più frequentemente sono vestiti, pantaloni e gonne.

La modalità di reso “facile” incentiva gli acquisti online

La possibilità di effettuare un reso è fra gli incentivi che spingono un consumatore a comprare online, ma per le aziende, i resi rappresentano una spesa da sostenere. La “logistica inversa” è il processo di restituzione dei prodotti da parte del cliente verso il produttore o venditore, che include tutte le attività che riguardano la gestione dei prodotti restituiti. Secondo una recente indagine Nielsen, il 72% dei consumatori italiani verifica sempre quale sia la politica di reso di un sito e-commerce prima di effettuare un acquisto, e il 52% dei consumatori rinuncia ad acquistare se il periodo di reso è inferiore ai 30 giorni.

Felicità e lavoro: un sogno impossibile?

Nell’arco della vita si trascorrono oltre 90 mila ore lavorando. È un dato rilevato dall’Osservatorio Glickon, che ha condotto una survey per scoprire se durante il tempo passato a lavorare si è davvero felici. E dallo studio emerge che la relazione tra lavoro e felicità è necessaria per l’80% degli intervistati, e per la quasi totalità (97%) essere felici rende anche più produttivi.
Inoltre, più del 66% si dichiara contento della posizione che occupa, e per il 34% quella posizione rappresenta effettivamente ciò che sognava di fare, mentre il 37% si è adattato, ma si ritiene comunque soddisfatto e sereno.

Lo stipendio resta un parametro importante

Sono dati rassicuranti, perché se rapportati allo scenario del mercato del lavoro, coinvolto da grandi fenomeni sociali, culturali ed economici come Great Resignation, Quite Quitting, Hope Fatigue, risultano positivi e incoraggianti. Non c’è quindi da stupirsi se il 46% afferma di essere disposto a cambiare il proprio lavoro in nome della felicità, anche se dovesse rinunciare a qualcosa in termini economici o di benefit. Trova così spiegazione il 65% che ha ammesso di aver vissuto ‘con felicità’ le proprie dimissioni o il proprio licenziamento. Ma nonostante il detto ‘i soldi non fanno la felicità’ sia sempre valido, lo stipendio resta un parametro di felicità importante per il 62% degli intervistati.

Le relazioni con i colleghi e l’ambiente lavorativo

Ma cosa ci rende davvero felici del nostro lavoro? In cima a tutto, le relazioni con i colleghi e l’ambiente lavorativo (30%), seguite dalle attività specifiche di cui ci si occupa (28%), e da flessibilità, benefit e stipendio (23%), ma anche la valorizzazione del talento e l’attenzione verso il proprio percorso di crescita (19%). Un ambito, questo, che denota però un ampio margine di miglioramento, soprattutto con l’odierna corsa ai talenti. Le aziende, quindi, dovranno essere sempre più attente non solo ad acquisire, ma anche a saper trattenere i lavoratori.

Il confronto tra generazioni

Per la GenerazioneZ e i Millenial la qualità delle relazioni e la qualità del tempo è più importante (16%) rispetto alla GenerazioneX e ai Boomer (12%), così come la trasparenza e l’etica della realtà per cui si lavora (15% vs 12%), mentre per gli over 40 contano il benessere psico-fisico (25% vs 20%), la valorizzazione economica e i benefit (19% vs 17%).
Quasi cross-generazionali sono invece crescita e sviluppo personale (24% per under 40 vs 22% over 40), e condivisione dei valori del brand o società per cui si lavora (6%). 
‘Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare nemmeno un giorno della tua vita’ resta il mantra per il 67% degli intervistati, riporta Ansa. Ma alla domanda ‘Riesci ad avere un buon work-life-balance tanto da renderti felice e serena/o?’ il panel si divide quasi a metà, con una leggera maggioranza di ‘no’ (51%).

Giovani e lavoro: per 6 su 10 è fonte di ansia e stress 

Circa sei under 35 italiani su dieci lamentano stress, burn out, e ripercussioni fisiche come effetti del lavoro. Inoltre, a causa del proprio impiego, più di uno su due ha sofferto di problemi emotivi, e il 13%i, fisici. Sono alcune evidenze tratte dall’Osservatorio WellFare, promosso dal Consiglio Nazionale dei Giovani (Cng), e svolto su un campione di circa 300 lavoratori dai 15 ai 35 anni con diversi livelli di scolarizzazione e diverse professionalità. L’Osservatorio è stato discusso all’interno del primo incontro dal titolo I Giorni del Benessere, un progetto del Cng volto a favorire percorsi di prevenzione, informazione e sensibilizzazione per il benessere delle giovani generazioni. Si tratta di una piattaforma di ascolto diretto creata dal Cng per offrire alle istituzioni una riflessione sulle criticità legate alla salute mentale, relazionale, sociale, fisica e creativa degli under 35 italiani.

Esaurimento emotivo e pressione sociale

I giovani occupati lamentano quindi esaurimento emotivo, ansia e molta pressione per il carico di richieste di lavoro che arriva sui dispositivi mobili personali, evidenziando quindi anche problematiche legate al diritto alla disconnessione. Sono varie le motivazioni dietro questo forte disagio. Sostanzialmente riconducibili, spiega Maria Cristina Pisani, presidente Cng, alla “pressione sociale dovuta alle aspettative degli altri”, ambito su cui i social media hanno avuto un “impatto estremo e una grande responsabilità”, e alle caratteristiche della “società dei record straordinari, raccontati come ordinari, che crea una pericolosa distopia tra il reale e il percepito, che può portare a una serie di problematicità di salute mentale”.

Incertezze per il futuro e scadenze impellenti 

Infatti, “la paura del giudizio, le aspettative e il senso di inadeguatezza sono tra i principali motivi riportati come cause legate al senso di ansia, così come le incertezze per il proprio futuro e le scadenze impellenti nello studio e nel lavoro”, specifica la presidente Cng.
“Purtroppo – sottolinea Pisani – i recenti casi di cronaca ne sono una drammatica testimonianza. Dalla nostra indagine risulta che negli ultimi anni ben quattro giovani su dieci si sono rivolti a uno psicologo e altri due stanno pensando di contattarlo. Un segnale positivo che ci spinge ancora di più a non lasciare sole le nuove generazioni e costruire insieme a loro delle strategie di supporto integrato”.

Maggiore flessibilità sugli orari, supporto e prevenzione

Dall’Osservatorio emergono quindi anche alcune indicazioni che potranno essere tradotte in proposte. Il 20% degli intervistati, riporta Adnkronos, chiede infatti una maggiore flessibilità sugli orari lavorativi e una gestione del lavoro orientata agli obiettivi piuttosto che al numero di ore. Inoltre, il 19% vorrebbe attività di supporto alla gestione delle pressioni quotidiane, il 14,1% misure di prevenzione per il benessere psicofisico e il 13,9% suggerisce il supporto alla maternità.

Privacy: i rischi della riparazione dei device e i trend-security del 2023 

Secondo un’indagine condotta dall’Università di Guelph (Canada) portare il proprio device a riparare comporta rischi per la privacy. Le violazioni della privacy rilevate dalla ricerca riguardano dati privati, che quasi mai hanno a che fare con il problema del pc. Spesso infatti i tecnici guardano i file e i dati personali dei clienti, e a volte li copiano su dispositivi esterni. Nella maggior parte dei casi, la violazione viene compiuta per cercare video e foto di contenuti intimi, specialmente nel caso in cui l’utente sia donna. Si tratta di violazioni avvenute con la stessa frequenza nei negozi locali e nelle grandi catene. Ma poiché condotte da tecnici specializzati, spesso è anche difficile rilevare segnali di tale attività criminale.

I consigli per proteggere i propri dati

Per proteggere i dati personali sul computer Panda Security consiglia innanzitutto di verificare in rete la reputazione del tecnico, valutando opinioni e recensioni del negozio. Se è ancora possibile accedere ai dati, e utilizzare il computer prima di portarlo a riparare, fare un backup e rimuovere i file più critici. Rimuovere anche i dispositivi di archiviazione esterna, e utilizzare un software di crittografia per protegge i file Nei casi più estremi, dopo aver fatto il backup, utilizzare un software di cancellazione sicura per eliminare tutti i dati personali dal computer e le tracce delle ultime attività online. E non condividere le password se non è necessario a effettuare la riparazione.

Tutelare la vita digitale degli utenti sarà un obiettivo dei governi

Tutelare la privacy della vita digitale degli utenti inizia a rappresentare un obiettivo concreto per i governi di tutto il mondo. Nel 2023 entreranno in vigore nuove leggi nazionali e internazionali a tutela della privacy del consumatore e relative al trattamento dei dati personali, come il GDPR europeo o il CCSA californiano. Inoltre, Google ha annunciato che ad aprile 2023 lancerà Privacy Sandbox per Android, un insieme di tecnologie proprietarie per sostituire i cookie (che verranno ritirati nel 2024) e raccogliere dati basati sui modelli di previsione dell’AI. Ma è anche possibile prevedere che nel 2023 le compagnie di assicurazioni inizieranno a offrire soluzioni pensate per tutelare i singoli utenti online, e non solo le aziende.

Aziende italiane e PA più attente alla cybersicurezza di clienti e cittadini

Sono due le novità nel nostro paese: lo sviluppo delle certificazioni di cybersecurity e gli aiuti per la digitalizzazione provenienti dal PNRR. Nel 2023 le aziende italiane avranno quindi più strumenti per proteggere i dati personali dei clienti nel rispetto del GDPR e delle normative nazionali. Ma anche il settore pubblico dovrà difendere meglio i dati dei cittadini, altrimenti le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. L’aumento delle interconnessioni tra sistemi informatici personali, reti pubbliche, dispositivi IoT e identità digitali comporta nuovi rischi per le persone. Per questo la PA dovrà intensificare i propri sforzi per proteggere i dati personali, e garantire la continuità dei servizi in caso di cyberattacco.