Dall’orto al mercato globale: la scalata di una startup agri‑tech italiana tra dati, sostenibilità e filiere corte

Negli ultimi cinque anni l’agricoltura italiana ha iniziato a dialogare con i dati: sensori, droni, algoritmi di previsione e piattaforme digitali stanno ridefinendo come si coltiva, si distribuisce e si vende. In questo contesto si inserisce il caso di una startup agri‑tech italiana che, partendo da una cooperativa pugliese, ha costruito un modello scalabile che unisce sostenibilità, servizi digitali e accesso diretto al consumatore.

Introduzione — Contesto
L’agri‑tech è tra i settori più dinamici in Europa: tecnologie per il monitoraggio del suolo, sistemi di irrigazione intelligenti e marketplace verticali stanno crescendo grazie alla domanda di prodotti tracciabili e sostenibili. Per le imprese agricole italiane, spesso caratterizzate da frammentazione e dimensione contenuta, l’adozione di soluzioni digitali può tradursi in aumento di resa, riduzione dei costi e apertura a mercati premium. La startup oggetto del nostro caso ha colto questa opportunità trasformando un problema locale — l’incertezza delle rese e la volatilità dei prezzi — in un’offerta di valore replicabile.

Analisi — Modello, dati ed esempi concreti
La startup è nata come spin‑off di una cooperativa di produttori di frutta, con un team tecnico‑commerciale di cinque persone. Il prodotto chiave combina: 1) sensori IoT per umidità del suolo e microclima; 2) una piattaforma cloud per analisi predittiva delle rese; 3) un canale di vendita diretto B2C/B2B che valorizza prodotti con certificazioni di sostenibilità.

Dal punto di vista economico il modello è ibrido: abbonamento SaaS per l’accesso alla piattaforma di analisi (pricing basato su ettari monitorati) e commissioni sulle vendite tramite il marketplace integrato. I risultati del primo triennio mostrano una traiettoria tipica delle startup scalabili: crescita del fatturato superiore al 40% anno su anno, tasso di retention degli agricoltori oltre il 75% e margini in miglioramento grazie all’aumento dei servizi digitali a valore aggiunto.

Un elemento chiave è la riduzione del rischio operativo per i produttori. Utilizzando previsioni meteorologiche integrate e modelli di stress idrico, la startup ha dimostrato di poter abbassare l’uso d’acqua del 15–25% e diminuire l’impiego di fitofarmaci grazie a interventi mirati. Questi numeri, tradotti in valore economico, hanno permesso ai produttori di stabilizzare i ricavi e accedere a nicchie di mercato disposte a pagare un premio per prodotti tracciati e a basso impatto ambientale.

Il successo commerciale è passato anche dalla capacità di stringere partnership: accordi con consorzi locali, contratti di fornitura con catene di negozi bio e progetti con reti di ristorazione che privilegiano filiere corte. Parallelamente la startup ha ottenuto finanziamenti pubblici per innovazione e un seed round privato che ha accelerato lo sviluppo tecnologico (sensori a basso costo e intelligenza artificiale per la previsione delle malattie delle piante).

Implicazioni future — Per il settore e per la politica economica
Il caso mette in luce tre implicazioni pratiche per l’economia agricola italiana. Primo, la digitalizzazione può essere la leva per superare la frammentazione della produzione, aggregando offerta e creando massa critica per l’accesso a mercati internazionali. Secondo, la sostenibilità misurabile diventa un asset commerciale: certificazioni e dati sulla filiera si traducono in maggiori margini. Terzo, le startup che operano come facilitatrici (technology provider + canale di mercato) hanno maggiori possibilità di scalare rispetto a soluzioni che restano confinate al solo livello tecnico.

Per le policy pubbliche, il caso suggerisce la necessità di incentivi calibrati: non solo misure generiche per l’innovazione, ma programmi che favoriscano l’adozione di tecnologie nei piccoli produttori, formazione digitale e infrastrutture di connettività rurale. Anche il supporto alla creazione di hub locali che mettano in connessione startup, cooperative e distributori può accelerare la diffusione di modelli replicabili.

In conclusione, la storia di questa startup agri‑tech italiana mostra come l’incontro tra tecnologia, conoscenza agricola locale e strategie di mercato possa trasformare la filiera. Non si tratta soltanto di aumentare la produttività: è una questione di resilienza, sostenibilità e di accesso a consumatori disposti a premiare trasparenza e qualità. Per le imprese e per i decisori pubblici la sfida è ora rendere questi modelli accessibili a scala nazionale, perché il vero impatto si misura quando molte piccole aziende aggiornano il modo di produrre e vendere.

Nearshoring e la nuova mappa della manifattura globale: opportunità e rischi per le economie europee

Negli ultimi anni il concetto di globalizzazione delle catene del valore ha subito un ripensamento rapido e profondo. La combinazione di shock da pandemia, tensioni geopolitiche e aumento dei costi logistici ha spinto molte imprese a rivedere la strategia di delocalizzazione: al centro del dibattito è emerso il nearshoring, ovvero il ritorno o l’avvicinamento della produzione verso paesi vicini al mercato finale. Questo fenomeno sta ridisegnando la mappa della manifattura globale e pone sfide concrete, ma anche opportunità, per le economie europee.

Il contesto: perché il nearshoring è tornato in auge

Le interruzioni delle forniture registrate durante la pandemia del 2020-2022 hanno messo in luce la vulnerabilità di catene del valore lunghe e complesse. Aumentata incertezza geopolitica — in particolare le tensioni USA-Cina e la guerra in Ucraina — ha esacerbato il rischio di dipendenze strategiche. Parallelamente, l’incremento dei costi di trasporto e le pressioni per la sostenibilità ambientale hanno reso meno vantaggioso il modello basato esclusivamente sul costo della manodopera più bassa.

Per queste ragioni numerose imprese occidentali stanno riconsiderando la localizzazione degli stabilimenti produttivi. Studi e survey di settore indicano che una quota significativa di aziende manifatturiere sta valutando il nearshoring come leva per aumentare resilienza e reattività alle fluttuazioni della domanda. L’Europa, grazie alla prossimità geografica e alla convergenza normativa, rappresenta una destinazione naturale per questa riorganizzazione.

Analisi: dati, settori ed esempi concreti

Il fenomeno non è omogeneo: interessamento e realizzazioni variano per settore. Elettronica di consumo, automotive, componentistica meccanica e tessile sono tra i comparti più coinvolti. Nel settore automotive, ad esempio, la scarsità di semiconduttori ha evidenziato l’importanza di circuiti produttivi più corti e controllabili. Allo stesso modo, le aziende del settore moda stanno avvicinando alcune produzioni per ridurre i tempi di risposta alle tendenze.

Dal punto di vista geografico, il flusso è spesso orientato verso l’Europa dell’Est (Romania, Polonia, Paesi balcanici), ma anche verso paesi del Sud Europa che offrono competenze specifiche e costi competitivi. Per l’Italia, il nearshoring crea sia opportunità che rischi: opportunità in termini di rilancio manifatturiero e attrazione di investimenti, rischi legati alla necessità di modernizzare infrastrutture e competenze per non perdere competitività.

Alcuni esempi pratici illustrano la tendenza: aziende europee hanno annunciato la riallocazione di parti della produzione più sensibili verso stabilimenti continentali, mentre investimenti in robotica e automazione permettono di compensare il differenziale di costo del lavoro. Parallelamente, si assiste a una crescita dell’interesse per poli logistici regionali, in grado di ridurre i tempi di consegna e i costi di magazzino.

Implicazioni per le politiche pubbliche e per le imprese

Per i governi europei, il nearshoring rappresenta un’opportunità per attrarre investimenti produttivi, ma richiede politiche attive: incentivi mirati per investimenti in tecnologie avanzate, programmi di formazione per colmare il gap di competenze e miglioramento delle infrastrutture logistiche ed energetiche. La sostenibilità ambientale dovrà rimanere una priorità: la ri-localizzazione non deve tradursi in un aumento delle emissioni complessive, e pertanto l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili diventeranno fattori competitivi chiave.

Per le imprese, la scelta tra nearshoring, reshoring totale o mantenimento di fornitori lontani è una decisione strategica che dipende da costi totali, rischio e flessibilità operativa. L’automazione e l’adozione di tecnologie digitali (digital twin, monitoraggio in tempo reale delle catene) diventano leve imprescindibili per rendere sostenibile il riavvicinamento della produzione.

Prospettive future: opportunità strategiche e nodi critici

Nei prossimi anni assisteremo probabilmente a una geografia produttiva più frammentata ma più resiliente: un mix di produzione locale per beni strategici e supply chain internazionali per componenti meno sensibili al rischio geopolitico. L’Europa può guadagnare terreno se saprà creare condizioni favorevoli agli investimenti produttivi, puntando su competenze avanzate, ricerca e una rete infrastrutturale efficiente.

Il principale nodo critico resterà la competitività dei costi e la disponibilità di competenze specializzate. Paesi che investiranno nella formazione tecnica e nella digitalizzazione delle PMI avranno maggiori probabilità di attrarre flussi produttivi. Per l’Italia, un approccio proattivo — che combini incentivi all’innovazione, politiche energetiche stabili e formazione — può trasformare la sfida del nearshoring in una leva di rilancio industriale, evitando però il rischio di semplici spostamenti di costi senza guadagni di qualità e sostenibilità.

In sintesi, il nearshoring non è una panacea ma una risposta strategica a un mondo più incerto. La sua efficacia dipenderà dalla capacità di integrazione tra politiche pubbliche e scelte d’impresa, e dalla velocità con cui la manifattura europea saprà modernizzarsi per essere più smart, verde e resiliente.

PMI italiane e transizione ecologica: opportunità, rischi e strategie per non restare indietro

La transizione ecologica non è più una scelta opzionale per le imprese italiane: è una condizione per restare competitive nei mercati nazionali e globali. Per le piccole e medie imprese (PMI), che costituiscono il tessuto produttivo del Paese, la sfida è duplice: ridurre l’impatto ambientale e farlo insieme a una trasformazione tecnologica e organizzativa che richiede investimenti, competenze e tempo. In questo articolo esploriamo il contesto, analizziamo dati ed esempi concreti e delineiamo le implicazioni future per imprese e policy maker.

Contesto: in Italia le PMI rappresentano la stragrande maggioranza delle imprese attive e assorbono una porzione significativa dell’occupazione privata. Questa struttura produttiva, fatta di distretti industriali e filiere complesse, ha punti di forza — flessibilità, specializzazione, competenze tecniche — ma anche fragilità: limitato accesso al credito, capitali contenuti e difficoltà ad adottare tecnologie clean su larga scala. Allo stesso tempo, normative europee e mercati richiedono standard ambientali più elevati, mentre consumatori e grandi appaltatori privilegiano fornitori sostenibili. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e gli incentivi fiscali rappresentano opportunità importanti, ma l’efficacia dipenderà dalla capacità di tradurre risorse in progetti concreti a livello locale.

Analisi — dati e criticità. Alcuni indicatori mostrano il quadro. I costi energetici restano una voce rilevante per le PMI manifatturiere: per molte imprese tradizionali le bollette incidono notevolmente sui margini, rendendo urgente l’efficienza energetica. Le imprese che hanno investito in tecnologie di efficientamento (coibentazione, cogenerazione, recupero calore) hanno recuperato parte dei costi entro pochi anni, ma servono economie di scala difficili da raggiungere per singoli operatori. Inoltre, la capacità di accedere a finanziamenti a condizioni favorevoli rimane disomogenea tra nord e sud del Paese, creando il rischio che la transizione avvantaggi ulteriormente aree già più dinamiche.

Casi ed esempi pratici aiutano a capire le variabili in gioco. In Emilia-Romagna, un produttore di componenti meccanici ha avviato un programma di efficientamento energetico che ha previsto l’installazione di pannelli solari sul tetto dello stabilimento, la sostituzione dei forni con apparecchiature a minore consumo e l’adozione di un sistema di controllo dei consumi in tempo reale. Il progetto, finanziato con una combinazione di credito bancario agevolato e incentivi regionali, ha ridotto i costi energetici del 25% in tre anni e migliorato l’immagine commerciale dell’azienda presso alcuni clienti europei. Al contrario, molte microimprese nel Mezzogiorno segnalano ostacoli nell’accesso alla consulenza tecnica e nella capacità di utilizzare i canali del PNRR, rimanendo ferme su modelli produttivi ad alta intensità energetica.

Un’altra tendenza è l’emergere di soluzioni collaborative: consorzi di imprese che aggregano domanda per ottenere servizi di efficientamento, mutualizzano investimenti in impianti rinnovabili o negoziano accordi di fornitura verdi. Questi modelli riducono il rischio individuale e permettono di sfruttare economie di scala. Infine, la digitalizzazione gioca un ruolo abilitante: sensori IoT, monitoraggio energetico e piattaforme di gestione consentono interventi mirati e misurabili.

Implicazioni future. Per le PMI italiane la transizione ecologica offre opportunità concrete di riduzione dei costi, accesso a nuovi mercati e rafforzamento delle filiere, ma è una sfida che deve essere affrontata con politiche mirate. Le priorità sono: migliorare l’accesso al credito verde tramite garanzie pubbliche e strumenti finanziari dedicati; potenziare i servizi di consulenza tecnica gratuiti o a costo ridotto, soprattutto nelle regioni meno sviluppate; incentivare forme di aggregazione territoriale e contratti di rete; promuovere la formazione di competenze green nelle PMI.

Per gli imprenditori, la strategia suggerita è pragmatica: valutare interventi con ritorno economico rapido (efficientamento energetico, monitoraggio consumi), esplorare partnership per investimenti condivisi e aggiornare il posizionamento commerciale verso clienti che premiano la sostenibilità. Per il sistema Paese, la sfida è trasformare risorse pubbliche e incentivi in progetti diffusi e misurabili, evitando che la transizione diventi un fattore di disomogeneità territoriale.

In conclusione, le PMI italiane possono essere protagoniste della transizione ecologica, ma per farlo serve un mix di investimenti privati, strumenti finanziari adeguati e politiche locali che riducano barriere e disuguaglianze. L’esito influenzerà non solo la competitività delle singole imprese, ma la resilienza dell’intero sistema produttivo italiano nei prossimi dieci anni.

Agricoltura 4.0: il 42% delle aziende agricole in Italia utilizza soluzioni smart

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano e dell’Università di Brescia, nel 2025 il 42% delle aziende agricole italiane utilizza almeno una soluzione smart, e la superficie agricola coltivata con tecnologie digitali raggiunge il 10% del totale, in lieve aumento rispetto al 2024 (9,5%).

Dopo la flessione del’8% registrata nel 2024 il mercato italiano dell’Agricoltura 4.0 torna a crescere, e nel 2025 raggiunge un valore complessivo di 2,5 miliardi di euro (+9%), riallineandosi ai livelli record del 2023.
In un contesto globale segnato da instabilità geopolitica, crisi climatica e tensioni economiche, il settore agroalimentare italiano continua a investire in innovazione digitale. La crescita è trainata principalmente dalle soluzioni software, con i Farm Management Information System che registrano un +17% e i Decision Support System +26%.

Un livello di maturità digitale eterogeneo tra le imprese

Tornano positivi, in linea con i dati europei, anche gli investimenti in macchinari connessi (+2%) e in soluzioni di telemetria e controllo (+3%).
Nonostante l’Agricoltura 4.0 segnali una fase di crescita, i livelli di adozione tra le imprese rimangono stabili. L’impulso arriva soprattutto da aziende agricole che già utilizzano soluzioni digitali, mentre le altre faticano a vincere l’iniziale reticenza.

Il livello di maturità digitale nel settore, infatti, resta molto eterogeneo: solo il 9% delle aziende agricole oggi è “digitalmente maturo”, il 33% è “in cammino” verso una maggiore digitalizzazione, il 58% è in ritardo.
Il ruolo degli incentivi pubblici rimane centrale, tanto che solo il 21% delle aziende investirebbe in soluzioni digitali anche in assenza di agevolazioni.

Gli agricoltori tornano a investire nell’innovazione

È necessario però supportare e accompagnare le aziende, soprattutto le più piccole, evitando che alcune filiere perdano terreno e conseguentemente competitività.
I segnali di ripresa degli investimenti in innovazione, non solo digitale, fanno ben sperare per il prossimo futuro.

Del resto, il mercato dell’Agricoltura 4.0 in Italia non ha esaurito la fase di crescita. Il 37% degli agricoltori ha intenzione di investire in futuro su macchinari connessi e il 34% su sistemi di monitoraggio.
Anche il Quaderno di Campagna digitale, nonostante la sua obbligatorietà sia stata prorogata al 2027, contribuirà a dare una spinta verso una maggiore digitalizzazione nei campi della penisola.

AI accelera l’evoluzione ma può incrementare il digital divide

“L’AI è entrata nel settore agrifood e può rappresentare un acceleratore per l’evoluzione, ma la sua piena affermazione dipenderà dalla capacità di affrontare con visione e responsabilità temi cruciali, come la governance dei dati e il rischio di concentrazione tecnologica, con l’incremento del digital divide – dichiara Chiara Corbo, Direttrice dell’Osservatorio -. Sarà fondamentale porre attenzione al possibile disallineamento tra la velocità di innovazione dei provider tecnologici e la capacità di investimento delle imprese, promuovendo programmi di inclusione digitale, in particolare a favore di agricoltori e Pmi, adottando, inoltre, strategie che riconoscano nel dato una leva competitiva centrale lungo tutta la filiera, a partire dagli attori a monte”.

Intelligenza Artificiale: l’algoritmo mal governato “promuove” il gender-gap

L’Intelligenza artificiale non è solo un’evoluzione tecnologica: può essere considerata una vera e propria “infrastruttura civile” in grado di influire sul capitale di fiducia del patto sociale.
In un contesto in cui il lavoro resta la soglia decisiva della cittadinanza, l’ingresso degli algoritmi nei processi di selezione può consolidare asimmetrie esistenti o, al contrario, contribuire ad abbattere barriere storiche.

È quanto emerge dallo studio “Intelligenza artificiale e bias di genere nel reclutamento del personale”, curato dall’Università della Calabria e dal Politecnico di Bari. L’AI, se non adeguatamente governata, rischia di rafforzare e amplificare discriminazioni già presenti, in particolare quelle di genere. 

Un’innovazione radicale e pervasiva troppo facile da usare

L’AI sta ridefinendo in modo sempre più strutturale i confini dei processi della selezione del personale, introducendo nuove opportunità di efficienza e innovazione, ma solleva interrogativi sul piano della trasparenza, dell’equità e della responsabilità. Potrebbe infatti riprodurre i pregiudizi (bias) già presenti nei dataset e nei processi organizzativi.
“L’AI non è un decisore neutrale, ma uno strumento che riflette le scelte di chi lo progetta e lo utilizza”, spiega Salvatore Ammirato, responsabile scientifico della ricerca.

Inoltre, poiché da un lato si tratta di “un’innovazione radicale e pervasiva, quindi estremamente impattante – aggiunge Pierpaolo Pontrandolfo, professore presso il Politecnico di Bari -, dall’altro è connotata da una grande semplicità di utilizzo, che aumenta il rischio di un uso improprio”.

Basso livello di consapevolezza tra gli HR

Un dato significativo riguarda il livello di consapevolezza sull’uso di questa tecnologia: solo il 13% dei partecipanti allo studio utilizza concretamente strumenti di AI nei processi di selezione, dimostrando la scarsa percezione della presenza di algoritmi già oggi integrati nei software Hr.

Non stupisce, allora, un altro aspetto da tenere in considerazione nelle decisioni, il cosiddetto “bias blind spot”, ovvero, la tendenza, da parte dei selezionatori, a riconoscere l’esistenza di pregiudizi nei processi di valutazione, senza però individuarli nelle proprie scelte.
In pratica, si ammette l’esistenza di discriminazioni di genere, ma risulta difficile riconoscere come elementi quali aspetto fisico, tono di voce o rigidità biografiche continuino a influenzare, anche in modo indiretto, le decisioni di selezione.

Il futuro del lavoro si gioca nell’equilibrio tra tecnologia e responsabilità 

“L’innovazione – sottolinea Nino Foti, presidente della Fondazione Magna Grecia – per essere davvero tale deve essere adottabile perché verificabile, e verificabile perché governata. Non si tratta di nutrire una fiducia acritica nella presunta neutralità della tecnologia, ma di contribuire alla costruzione di criteri minimi di trasparenza e pratiche di controllo che permettano a imprese e istituzioni di usare questi strumenti senza scaricare i rischi sulle persone. In questo equilibrio tra tecnologia e responsabilità si gioca il futuro del lavoro. È quantomai necessario immaginare percorsi di governance e trasparenza, puntando a modelli che consentano ai professionisti di comprendere le motivazioni dietro ogni decisione automatizzata, mantenendo però sempre una supervisione umana”.

Contract Logistics: un mercato da 112,4 miliardi, +1,9%

Nella Contract Logistics in Italia oggi si contano circa 79.000 aziende, con una sostanziale stabilizzazione dopo le contrazioni degli anni precedenti. Ma il quadro è solo apparentemente stabile, perché il settore è in piena evoluzione. I manager della Logistica e della Supply Chain sono quindi chiamati a rivedere le strategie, consapevoli che il mondo a cui erano abituati non esiste più

Dopo la contrazione registrata nel 2023, dovuta in larga parte alle dinamiche delle tariffe di trasporto internazionale, nel 2024 il fatturato della Logistica conto terzi in Italia è tornato a crescere del +1,7% in termini nominali.
Secondo le previsioni dell’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano, nel 2025 dovrebbe toccare un valore di 112,4 miliardi di euro (+1,9%).

Prosegue l’integrazione verticale degli operatori

Nel 2025 si verifica però un ulteriore aumento dei costi dei fattori produttivi. La manodopera cresce del +4,4%, l’energia elettrica del +7,9%, e i canoni di affitto del +3,5%. Al contrario, calano i costi del diesel (-3,7%) e del denaro (-22%).
Continuano inoltre le operazioni straordinarie, con 24 casi di M&A di aziende italiane, che ricercano il posizionamento in mercati strategici e l’acquisizione di competenze specifiche.

Prosegue poi l’integrazione verticale degli operatori logistici. Crescono i dipendenti diretti e si accorcia la filiera di fornitura, con la quota del costo dei servizi (voce in cui rientrano l’acquisto di attività di magazzino e trasporto da altri operatori) che scende dal 71,9% al 68,9% del fatturato.

Per gestire l’incertezza cambiano le relazioni tra clienti e fornitori

L’analisi di 14.000 contratti evidenzia che nel 74% di quelli relativi ai servizi di trasporto e nel 68% di quelli di magazzino aumentano gli elementi indicizzati, come l’adeguamento agli indici ISTAT e ai minimi salariali del CCNL.

Nel frattempo, prosegue la transizione green. Oggi le aziende sono concentrate soprattutto nel misurare con maggiore accuratezza il proprio impatto climatico (68% dei casi), cercando di conciliare sostenibilità ambientale ed economica. Ma il 78% ha messo in stand-by l’adozione di soluzioni che richiedono maggiori investimenti
In questo scenario, la rivoluzione dell’AI è già una realtà.

Le nuove tecnologie digitali si sviluppano a ritmi senza precedenti

Il 30% delle aziende italiane committenti ha attivi progetti di AI nella Logistica, e nei prossimi tre anni l’adozione aumenterà al 44%.
L’AI è utilizzata maggiormente in attività logistiche per i white collar (26%) rispetto a quelle per i blue collar (16%). Tra le aziende che la adottano, l’81% riscontra benefici, con una soddisfazione media di 7,7 su una scala da 1 a 10.

“Il contesto della Logistica oggi appare in continua evoluzione. Da un lato, l’incertezza geopolitica crea una forte volatilità dei volumi e dei costi, che variano a velocità mai viste prima. Dall’altro, si conferma la difficoltà nel reperire manodopera – afferma Marco Melacini, Responsabile scientifico dell’Osservatorio -. Le filiere stanno cambiando profondamente e, con queste, le abitudini e le modalità operative”.

Intelligenza artificiale: preparazione, fiducia e utilizzo nel mondo

Come viene percepita e accettata l’Intelligenza artificiale dalle persone nei diversi contesti culturali e sociali del pianeta?
Frequenza d’uso, fiducia, efficienza, interesse, comfort, usabilità e accettazione complessiva dell’AI sono i sette indicatori individuati dal sondaggio WIN World AI Index 2025 WIN ha presentato, in collaborazione con ESOMAR e Doxa per l’Italia, il primo WIN World AI Index. 

Sebbene il 62% delle persone a livello globale riferisca un certo livello di utilizzo dell’AI, la sua adozione varia notevolmente.
India (93%) e Cina (91%) sono in testa per l’uso, mentre Pakistan (18%) e Giappone (35%) riportano i livelli più bassi.
Solo il 14% degli intervistati globali dichiara di utilizzare l’AI frequentemente o quotidianamente, mentre il 38% non la usa affatto.

Accettazione e usabilità elevate, basso utilizzo effettivo

Il punteggio globale dell’Indice AI è 51,6 punti (su 100). Anche  se l’accettazione dell’AI (62,1 punti) e l’usabilità (57,9 punti) risultano elevate, non sempre si traducono in un utilizzo effettivo, che si attesta solo a 38,8 punti.
La regione APAC è in testa alla maggior parte degli indicatori, riflettendo una fiducia, un utilizzo e un’accettazione generalmente più elevati.

Al contrario, l’Europa adotta un atteggiamento più cauto, con il 62% degli intervistati che teme che l’AI possa diffondere disinformazione. Nelle Americhe, il 56% teme la perdita di posti di lavoro e violazioni dei dati, mentre la regione Africa-MENA registra il livello di preoccupazione più basso in assoluto.

Come prevedibile, i giovani sono i principali motori dell’adozione

Il 23% di coloro tra 18 e 34 anni la utilizza frequentemente, contro appena il 7% della popolazione over55.
L’Indice mostra una correlazione positiva (+0,52) tra età e punteggi AI, con le popolazioni più giovani che abbracciano l’AI in modo più deciso. Ad esempio, i paesi dell’APAC con popolazioni giovani, come India, Malesia e Vietnam, ottengono punteggi complessivi più alti rispetto ai paesi europei con popolazioni più anziane.

Tuttavia, anche fattori come la penetrazione IT e l’urbanizzazione giocano un ruolo. Uno dei contrasti generazionali più evidenti si registra nel Regno Unito, dove c’è un divario di 18,4 punti nei punteggi AI tra giovani e anziani, suggerendo un maggiore disallineamento e preoccupazione tra gli utenti più anziani.

E l’Italia?

Per poco più di 1 italiano su 10 l’AI è già entrata nella quotidianità. L’11% degli italiani usa abitualmente strumenti basati sull’Intelligenza artificiale, tra cui Chat GPT. 
A questa porzione, ancora piuttosto contenuta, si aggiunge una grande fetta di utilizzatori saltuari (27% la usa qualche volta) o molto sporadici (26% raramente).

L’uso abituale è molto più diffuso tra gli under25 (27%,), e seppur in minor misura, tra i giovani adulti di 25-34 anni (18%). 
La segmentazione territoriale evidenzia una discrepanza tra le macroaree. Nel Nord-Ovest i frequent user rappresentano il 13%, contro il 9% del Sud e delle Isole. Una differenza lieve, ma significativa.

Food&Grocery: l’e-commerce si consolida nel retail e cresce dell’8,5%

A quanto emerge dalla ricerca NetRetail 2025 Focus Food&Grocery e dall’Osservatorio Netcomm, svolto in collaborazione con NIQ, nel 2025 per il Food&Grocery si prevede un aumento del valore degli acquisti online dell’8,5% rispetto al 2024, una performance superiore alla crescita media dell’e-commerce di prodotto (+6%).

Il settore dell’e-commerce alimentare in Italia sta attraversando una fase di consolidamento, tuttavia, ‘solo’ il 6,5% delle vendite nel settore Food è rappresentato da acquisti online, una quota ancora limitata rispetto al totale del commercio B2c di prodotto (12% vendite online).

L’80% degli operatori investe in digitalizzazione, ma solo il 26% adotta modelli realmente omnicanale

“L’e-commerce Food&Grocery italiano si conferma un comparto dinamico – commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm -. Oggi l’80% degli operatori investe in digitalizzazione, ma solo il 26% ha adottato modelli realmente omnicanale, segno che il settore ha ancora margini importanti di sviluppo. Le imprese del Food&Grocery sono chiamate a valorizzare il capitale umano, innovare i processi, personalizzare l’offerta e integrare sempre più efficacemente fisico e digitale.
In questo scenario il Retail Media, sia online sia in-store, si sta affermando come leva utile a supportare il percorso d’acquisto e la creazione di una sinergia tra contenuti, esperienza e promozione”.

I costi logistici alzano i prezzi medi del canale online

Nel canale online si osserva in particolare una tendenza al mantenimento di prezzi medi superiori rispetto ai negozi fisici. A dicembre 2024 il differenziale era pari al +5% contro il +3,5% di inizio anno.
Questa dinamica è legata soprattutto ai costi logistici, ancora rilevanti per la redditività degli operatori digitali.

Per i consumatori online il prezzo non è il fattore più determinante: il 35% (+8%) degli acquirenti Food&Grocery online dichiara di acquistare per abitudine consolidata, mentre cresce l’importanza dell’ampia scelta (29,6%, +8% vs 2024) della qualità del servizio di consegna (29,4%) e dell’efficienza complessiva nell’esperienza d’acquisto (25,3%), che deve soddisfare le esigenze e le aspettative dei consumatori in termini di servizi offerti.

I comparatori guidano le scelte dei consumatori

Nel comparto Food&Grocery gli utenti impiegano mediamente 3,6 touchpoint per concludere un ordine, meno rispetto ai 3,9 rilevati in altri settori, a conferma di un processo decisionale più rapido e abitudinario.

In questo contesto, cresce l’importanza di strumenti come i suggerimenti da Chatbot e AI, recensioni, riviste, blog e social media, oltre ai comparatori, che guidano in modo sempre più rilevante le scelte dei consumatori.
A confermare la centralità della consuetudine e della fidelizzazione nel customer journey, l’analisi indica che in più di 7 casi su 10 si tratta di riacquisti, un dato superiore a quello rilevato nel processo di acquisto online di qualsiasi altro tipo di prodotto.

Competenze green: richiesti dalle imprese 8 profili su 10

Nel 2024 la domanda di lavoratori con attitudine al risparmio energetico e formati alla sostenibilità ambientale è aumentata di 1,2 punti percentuali rispetto all’anno precedente, arrivando a oltre 4,4 milioni di assunzioni. L’80,6% del totale delle entrate programmate.
Per il 42,9% dei profili ricercati la competenza green è ritenuta necessaria con un grado elevato. E oggi interessa 8 assunzioni su 10. 

Lo evidenzia l’ultima edizione del volume ‘Le competenze green’, a cura del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, realizzato in collaborazione con il Centro Studi delle Camere di commercio G. Tagliacarne.
Lo studio fa parte del Programma nazionale Giovani, donne e lavoro, cofinanziato dall’Unione europea in occasione della Giornata mondiale della Terra.

I settori con maggiore richiesta

L’attitudine green è necessaria per gran parte dei mestieri legati al comparto dell’edilizia, quali, ad esempio i tecnici delle costruzioni civili (competenze richieste con elevata importanza al 66,6% delle entrate) e i tecnici della gestione dei cantieri edili (65,7%).
Ma non solo: questa competenza è decisiva ai fini dell’assunzione anche di tecnici meccanici (67,1%), specialisti in scienze economiche (66,4%), ingegneri energetici e meccanici (65,6%).

I risultati del Sistema Informativo Excelsior mostrano però che le difficoltà di reperimento delle imprese sono in costante aumento, e nel 2024 hanno riguardato il 47,8% del totale delle assunzioni programmate.
Inoltre, crescono all’intensificarsi dell’importanza con cui sono richieste le competenze green.

Cresce la difficoltà di reperimento

Quando è richiesta l’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale si rileva una difficoltà di reperimento pari al 49,4% delle entrate, quota che arriva al 51,5% nel caso siano necessarie con elevato grado di importanza.

In particolare, il possesso dell’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale è considerata fondamentale per l’assunzione a prescindere dal livello di istruzione. Le richieste maggiori si osservano per il personale con una formazione tecnologica superiore, dove è necessaria per il 90,2% delle entrate con un titolo ITS Academy, ma la domanda rimane elevata anche per chi è in possesso di qualifica o diploma professionale (85,3%), laurea (84,3%) o diploma di livello secondario (82,7%).

Lauree e diplomi associati a un’attitudine green più elevata

Tra gli indirizzi di laurea cui è associata una più elevata domanda di attitudine green si evidenziano gli altri indirizzi di ingegneria, scienze biologiche e biotecnologie, ingegneria industriale, ingegneria civile e architettura, agrario, agroalimentare e zootecnico e scienze della terra.

Tra gli ITS sono più richieste le competenze green negli ambiti dell’energia, sistema casa e ambiente costruito, sistema moda, chimica e nuove tecnologie della vita.

Paradisi fiscali: quattro Paesi della top five sono in Europa

Non servono viaggi oltreoceano per trovare i principali paradisi fiscali: sono molto più vicini di quanto si pensi. Uno studio del World Inequality Lab evidenzia che Monaco, Lussemburgo, Liechtenstein e le Isole del Canale della Manica dominano la lista dei primi cinque, seguiti dalle Bermuda, l’unica località extraeuropea.

Questi territori, nonostante la scarsa popolazione, vantano livelli di ricchezza pro capite che non hanno uguali, come conferma l’Ufficio studi della CGIA di Mestre.

Gli italiani scelgono Montecarlo e Lussemburgo

Molti italiani, tra cui imprenditori e celebrità, hanno trasferito la loro residenza in paradisi fiscali, attratti da regimi estremamente vantaggiosi. Montecarlo è la meta più gettonata: circa 8.000 nostri connazionali vivono lì, grazie all’assenza di tasse sui redditi e sugli immobili. Lussemburgo, invece, ospita sei banche italiane, numerosi fondi d’investimento, istituti assicurativi e multinazionali, italiane e straniere, che operano nel nostro Paese.
Si calcola che queste dinamiche privino ogni anno il fisco italiano di circa 10 miliardi di euro.

Conseguenze per l’economia italiana

Quando i più ricchi e le grandi imprese non pagano le tasse in Italia, i costi ricadono sulla collettività. Le multinazionali che operano in Italia sfruttano infrastrutture pubbliche – come strade, scuole, ospedali e reti informatiche – senza contribuire equamente attraverso le imposte. Spesso ricevono incentivi statali per investire nel Paese e ricorrono a fondi pubblici nei momenti di difficoltà, senza compensare adeguatamente con i contributi fiscali. Questa situazione riduce la base imponibile, costringendo i cittadini e le piccole imprese a colmare il divario fiscale.

Il risultato? Una crescente disuguaglianza, servizi pubblici meno efficienti e un aggravio fiscale per chi paga regolarmente le tasse. Se tutti contribuissero equamente, lo Stato potrebbe ridurre la pressione fiscale e destinare maggiori risorse a chi è in reale difficoltà.

L’esempio delle big tech

Un caso esemplare riguarda le grandi aziende tecnologiche. Secondo Mediobanca, nel 2022 le prime 25 multinazionali del settore digitale attive in Italia hanno registrato un fatturato complessivo di 9,3 miliardi di euro, versando però solo 206 milioni di euro in tasse. Inoltre, i dati Istat rivelano che oltre 18.400 multinazionali estere operano nel nostro Paese attraverso società controllate.

Questo fenomeno solleva interrogativi sull’equità fiscale e sull’urgenza di politiche più incisive per garantire una distribuzione più giusta degli oneri tributari.