L’automazione dei processi digitali: cosa succede nelle grandi aziende

Le tecnologie di automazione dei processi digitali stanno rivoluzionando il modo in cui le aziende operano, consentendo di ridurre tempi e costi e di ottimizzare le attività.

In Italia, oltre la metà delle grandi imprese ha già adottato soluzioni di automazione, ma solo una piccola parte ha implementato questi strumenti su larga scala. Attualmente, solo l’8% delle aziende ha esteso l’uso della Business Process Automation in modo trasversale a più aree operative. In ogni caso, cresce l’interesse per queste tecnologie: tra coloro che ancora non le utilizzano, il 45% prevede di introdurle nei prossimi dodici mesi. Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Intelligent Business Process Automation della School of Management del Politecnico di Milano.

Il ritardo delle PMI nell’adozione dell’automazione

Se le grandi aziende stanno già sperimentando l’automazione con un certo successo, la situazione è diversa per le piccole e medie imprese. Solo il 9% delle PMI ha implementato la Robotic Process Automation (RPA), una tecnologia che consente di eseguire attività ripetitive attraverso software intelligenti.

L’adozione di soluzioni più avanzate basate sull’intelligenza artificiale è ancora più limitata, con meno dell’1% delle imprese che ha avviato sperimentazioni in questo ambito. Tuttavia, il mercato sta evolvendo, e nuove soluzioni, sempre più accessibili e flessibili, potrebbero favorire una diffusione più ampia anche tra le PMI nei prossimi anni.

Startup e investimenti nel settore

Il panorama delle startup nel settore dell’automazione mostra una crescita veloce. A livello globale, sono state identificate 312 startup che offrono soluzioni avanzate di intelligenza artificiale per l’automazione dei processi. Queste aziende hanno già raccolto oltre 2 miliardi di dollari in finanziamenti, con una media di quasi 9 milioni di dollari per startup.

Particolarmente apprezzate dagli investitori sono le soluzioni che non si limitano a fornire applicazioni specifiche, ma che offrono piattaforme per la gestione, il monitoraggio e l’orchestrazione di agenti intelligenti, rendendo l’automazione più accessibile e scalabile.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale nella trasformazione aziendale

L’intelligenza artificiale sta diventando un elemento centrale nei processi di automazione più avanzati. Soluzioni come l’Intelligent Document Processing, che permette di estrarre informazioni da documenti non strutturati, o la RPA conversazionale, che migliora l’interazione con i clienti, stanno trovando applicazione in settori chiave come finanza, telecomunicazioni e industria manifatturiera.

L’’Italia è ancora indietro rispetto ad altri Paesi europei: solo il 23% delle grandi aziende utilizza soluzioni di Intelligent Process Automation, contro il 32% del Regno Unito e il 26% della Germania e della Spagna.

Le competenze necessarie per guidare il cambiamento

L’adozione di soluzioni di automazione richiede non solo investimenti tecnologici, ma anche un cambiamento organizzativo e culturale. Tra le aziende che hanno avviato progetti di automazione, solo il 17% si affida esclusivamente a partner esterni, mentre il 43% ha creato team interni dedicati. La formazione è fondamentale: il 54% delle aziende ha già attivato programmi per sviluppare competenze specifiche nel settore, ma rimane ancora un divario tra la necessità di esperti e la disponibilità di professionisti qualificati.

Le prospettive per l’automazione dei processi digitali sono in continua evoluzione. Il 45% delle aziende che oggi utilizzano strumenti di automazione tradizionale prevede di integrare tecnologie di intelligenza artificiale entro il prossimo anno. Tra coloro che già impiegano soluzioni avanzate, il 62% intende espandere l’uso dell’automazione a nuovi processi aziendali.

Restano però alcune criticità: solo il 12% delle aziende ha previsto un piano strutturato per la formazione del personale, e appena il 7% ha definito una roadmap strategica per l’adozione dell’automazione su larga scala.

Italia, contenuti digitali: continua la crescita 

Nel 2024, la spesa dei consumatori italiani per i contenuti digitali d’informazione e intrattenimento ha raggiunto i 3,7 miliardi di euro, registrando una crescita di circa 200 milioni rispetto all’anno precedente. Questo aumento è stato favorito sia dall’incremento dei prezzi medi sia dal maggior numero di abbonati.

Parallelamente, il mercato pubblicitario ha mostrato segnali di crescita, trainato dalla diffusione di modelli ibridi ASVOD, dalla centralità della Smart TV e dallo sviluppo dell’audio advertising.

L’evoluzione del mercato e le nuove dinamiche

Secondo il report dell’Osservatorio Digital Content del Politecnico di Milano, il settore dei contenuti digitali in Italia sta attraversando una fase di consolidamento, dopo la crescita esponenziale avvenuta durante la pandemia. Sebbene il consumo multi-contenuto sia stato razionalizzato, il futuro del settore dipenderà fortemente dall’evoluzione tecnologica e dalla capacità di innovare i modelli di business.

I settori chiave: video, gaming e audio

Il video intrattenimento continua a rappresentare la fetta più ampia della spesa dei consumatori, con 1,7 miliardi di euro nel 2024, pari al 45% del totale. Nonostante una crescita più moderata rispetto al passato (+3%), le piattaforme stanno adottando modelli ibridi per rendere i propri cataloghi più accessibili. Anche il gaming ha registrato un incremento del 5%, raggiungendo 1,5 miliardi di euro. Dopo una contrazione nel 2023, i consumatori sono tornati ad acquistare titoli di gioco in misura maggiore.

L’audio digitale è il segmento con la crescita più significativa (+20%), totalizzando 380 milioni di euro. La musica resta il settore trainante, mentre gli audiolibri mostrano segnali di espansione grazie all’interesse crescente e all’ingresso di nuovi player. I podcast, invece, faticano ancora a trovare un modello di business sostenibile.

Informazione digitale, bene gli eBook 

La spesa per contenuti informativi e eBook ha visto una crescita limitata (+3%), raggiungendo i 185 milioni di euro. I modelli di abbonamento digitale ai quotidiani sono in crescita, ma non sufficienti a compensare il calo delle vendite cartacee. Al contrario, il mercato degli eBook continua a crescere grazie alla preferenza per l’acquisto singolo.

Il problema della pirateria

L’intelligenza artificiale sta trasformando il settore, migliorando la produzione e la personalizzazione dei contenuti. Tuttavia, permangono criticità legate alla gestione del copyright e all’impatto occupazionale.

La pirateria digitale rimane un problema rilevante, con il 39% degli adulti e il 45% degli adolescenti che hanno usufruito di contenuti da fonti illegali nell’ultimo anno, con perdite stimate in 2 miliardi di euro. Affrontare queste sfide sarà cruciale per il futuro del settore.

HR, AI, big data: la rivoluzione tecnologica fa crescere l’azienda e semplifica il lavoro

Emerge dal ‘McKinsey 2024 Global Survey on AI’, riportato all’interno della ricerca ‘Com’è cambiato e come sta cambiando il ruolo dell’HR’, condotta da TeamSystem: il 65% delle imprese ha adottato l’Intelligenza artificiale in almeno un ambito operativo, quasi il doppio rispetto al 33% del 2023. 
In pratica, oggi l’Intelligenza artificiale non è più solo una promessa tecnologica, ma sta ridefinendo le funzioni aziendali, in particolare, il ruolo delle Risorse Umane.

Le HR poi si stanno trasformando in un motore strategico per il successo aziendale grazie alle potenzialità dell’Intelligenza artificiale. Non si tratta più solo di snellire attività amministrative, ma utilizzare strumenti avanzati per prevenire il turnover, migliorare la retention dei talenti e garantire processi di selezione più equi e inclusivi.

“Concentrarsi su ciò che davvero conta”

Secondo Donatella Isaia, Group Chief People & Culture Officer di TeamSystem, sintetizza così l’importanza di questa rivoluzione tecnologica: “I big data ci aiutano a comprendere fenomeni complessi e a semplificare il lavoro, favorendo relazioni più autentiche e sostenibili all’interno dell’azienda”.

Di fatto, l’Intelligenza artificiale libera i professionisti HR dalle incombenze ripetitive, consentendo loro di focalizzarsi su aspetti fondamentali come la costruzione di ambienti di lavoro inclusivi e lo sviluppo delle persone.
“L’Intelligenza artificiale non è un sostituto del tocco umano – aggiunge Donatella Isaia -. È uno strumento che consente di ottimizzare il tempo e le risorse, così da concentrarsi su ciò che davvero conta: il benessere e la crescita delle persone”.

L’evoluzione delle Risorse Umane verso una funzione più strategica

Ma con l’adozione crescente dell’Intelligenza artificiale, le Risorse Umane stanno anche evolvendo verso una funzione sempre più strategica. Gli strumenti tecnologici permettono di monitorare costantemente il clima aziendale, migliorare il benessere dei dipendenti e ottimizzarne la gestione, rafforzando la competitività delle imprese.

Guardando al 2025, l’integrazione tra Intelligenza artificiale e HR rappresenta una direzione chiave per le aziende che vogliono massimizzare efficienza e risultati, senza mai perdere di vista l’importanza della persona come pilastro del successo organizzativo.

Un ecosistema tecnologico che supporta processi come recruiting e formazione

TeamSystem è una realtà all’avanguardia nell’adozione di Intelligenza artificiale e big data per trasformare il settore delle Risorse Umane. Il suo ecosistema tecnologico supporta infatti processi fondamentali come il recruiting e la formazione, ponendo grande attenzione allo sviluppo delle competenze digitali.

Attraverso iniziative come il programma ‘Digital Matters’, l’azienda promuove l’apprendimento continuo, preparando i propri collaboratori ad affrontare le sfide del futuro con un approccio consapevole e proattivo.

Blockchain e web3: 298 progetti nel mondo nel 2024, +3,5%

Le startup che sviluppano prodotti o servizi basati nativamente sulla tecnologia blockchain nel 2024 hanno costruito infrastrutture di base sperimentando nuovi modelli di business e interazione con gli utenti.
Da parte loro, le aziende hanno sviluppato nuovi progetti, con 298 nuovi casi (+3,5% rispetto al 2023), che portano a 1576 quelli complessivamente censiti dal 2016 a oggi.

Di contro, calano del 43% le sperimentazioni a favore dei progetti operativi.
Un andamento che indica una chiara maturazione, ma anche un rallentamento nell’avvio di nuovi progetti innovativi. Il 2024 potrebbe apparire un anno di stasi per la blockchain e il web3, ma sotto la calma apparente si registra un’attività frenetica. 
Sono alcuni risultati dell’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano.

Aumentano i progetti business, stabile l’Internet of Value 

Una crescita generale si riscontra anche tra le iniziative delle grandi imprese internazionali della lista Fortune Global 500, dove il numero di aziende attive è passato da 153 nel 2023 (31%) a 204 (41%) nel 2024.
Aumentano, in particolare, i progetti Blockchain for business (+43%), la maggioranza del totale, con 149 nuovi casi tra soluzioni di token e smart contract per ottimizzare i processi aziendali.

Stabili i nuovi progetti Internet of Value (criptovalute, stablecoin e Central Bank Digital Currency): nel 2024 si contano 88 casi, il 28% del totale.
Leggermente in calo i progetti di Decentralized web, in cui la Blockchain serve a sviluppare servizi vicini al paradigma del Web3 (61 nuovi casi, 21%).

In Italia mercato a 40 milioni di euro

In Italia, il 2024 del Blockchain & Web3 vede una sostanziale stabilità, con un mercato pari a 40 milioni di euro (+5% ).
Il 49% degli investimenti riguarda il settore finanziario e assicurativo, che si conferma predominante, mentre aumenta la rilevanza della PA al 22%. Si registra poi un interesse per real estate (9%), logistica (4%), automotive (4%) e un drastico calo per l’agrifood (2% vs 10% 2023).

Nonostante il forte fermento degli ultimi anni, il nostro Paese rischia di rimanere indietro rispetto a molti altri Paesi europei. Le aziende investono poco in queste tecnologie e le startup italiane tendono a preferire contesti più favorevoli per l’avvio.

Circa 13 milioni di italiani investono in criptovalute

Da una ricerca svolta in collaborazione con BVA Doxa emerge che nel 2024 circa 2,7 milioni di italiani (7% utenti internet tra 18-75 anni) possiedono crypto-asset, in calo rispetto ai 3,6 milioni del 2023 (-11%).
La grande maggioranza (85%) possiede meno di 5.000 euro di controvalore e il 57% meno di 1.000 euro. Inoltre, per il 65% i crypto-asset rappresentano al massimo il 10% del proprio portafoglio, mentre solo il 15% segnala un’allocazione superiore del 30%.

Anche l’interesse a futuri acquisti è diminuito (dal 20% al 17), mentre chi ha posseduto criptovalute in passato sale dal 10% all’11%. Nonostante la flessione, il fenomeno rimane significativo, Circa 13 milioni di italiani possiedono, hanno posseduto o vorrebbero possedere, questi strumenti.

I creativi bocciano l’AI, ma i giovani sono più fiduciosi

Paura e tristezza sono le prime emozioni che i creativi associano all’Intelligenza artificiale. Pare che gli artisti, e più in generale, chi si occupa di cultura e creatività, boccino l’Intelligenza artificiale: solo il 15% crede che l’AI avrà un’influenza positiva nel mondo della musica, il 27% nel cinema, il 15% nei libri e il 12% nelle opere teatrali.
Al contrario, tra i giovani e chi utilizza questa tecnologia in maniera più intensa il giudizio espresso è migliore.

Sono alcune evidenze contenute nel XV Rapporto Civita, presentato a Roma e intitolato ‘Next Gen AI. Opportunità e lati oscuri dell’Intelligenza artificiale nel mondo culturale e creativo’, edito da Marsilio Editori con il sostegno di Igt e Siae e la collaborazione con l’Istituto di ricerca Swg.

Preoccupa la tutela del diritto d’autore

All’interno del XV Rapporto Civita sono presenti due indagini che fotografano opinioni, sentimenti e previsioni sul futuro dell’AI. La prima è stata condotta su 4.700 creativi iscritti alla Siae, l’altra su un campione rappresentativo di 1500 giovani italiani fra 18 e 34 anni.

Se circa la metà degli artisti italiani dichiara di avere usato strumenti di AI, solo uno su 3 ha sperimentato direttamente sistemi di Intelligenza artificiale generativa. Quanto alla tutela del diritto d’autore, 9 creativi su 10 sono molto o abbastanza d’accordo sul fatto che l’Italia dovrebbe tutelare la voce degli artisti, in modo da evitarne la clonazione.
Quanto ai giovani, il 62% pensa che l’AI avrà un’influenza positiva nella gestione di trasporti e spostamenti, il 57% nella cura della salute e il 56% in studio e formazione.

Sorpresa, paura e speranza le principali emozioni che suscita

Per il 39% dei giovani, inoltre, l’AI avrà un’influenza negativa nelle relazioni interpersonali. 
Nel complesso, la maggioranza del campione intervistato ha familiarità con gli strumenti e le tecnologie basate sull’AI, per averle utilizzate personalmente o solo per averne sentito parlare.

Tuttavia, la comprensione delle caratteristiche proprie di queste tecnologie è decisamente più limitata, con meno del 10% del campione che sostiene di averne una conoscenza approfondita.

“Bilanciare le potenzialità creative di questi strumenti con il rispetto della creatività umana”

Il 70% dei giovani ritiene poi che le istituzioni nazionali dovrebbero muoversi sulla scia degli organismi internazionali, riporta ANSA, per garantire un quadro normativo uniforme dell’AI nei diversi Paesi.
“L’adozione di tecnologie di GenAI dovrebbe avvenire nel rispetto di principi etici e normativi condivisi – ha affermato Simonetta Giordani, segretaria generale di Associazione Civita -. È fondamentale bilanciare le potenzialità creative di questi strumenti con il rispetto della creatività umana, promuovendo un uso sostenibile e inclusivo dell’innovazione tecnologica”.

Rivoluzione Intelligenza artificiale: le aziende B2B stanno preparando il futuro

L’ Intelligenza artificiale diventerà sempre più il cuore del modello operativo delle imprese per l’innovazione dei prodotti, e occorrerà, da parte delle aziende, dotarsi di una AI strategy concreta.
Nello stesso tempo, per qualsiasi ufficio marketing, è fondamentale capire quali sono i nuovi processi di analisi e automatizzazione dei dati per generare nuovi lead.

Una ricerca realizzata da BVA Doxa rivela come un’azienda su due utilizzi già l’Intelligenza artificiale, sia attraverso chatbot sia tramite altre soluzioni. La ricerca, dal titolo ‘Rivoluzione AI nel B2B: come le aziende stanno preparando il futuro’, è stata condotta in esclusiva per il B2B Marketing Conference, l’evento che ha coinvolto dirigenti e responsabili di aziende B2B con almeno dieci dipendenti, per un totale di 300 imprese.
Insomma, l’adozione dell’AI continua a crescere. E non solo nella nostra vita personale, ma anche professionale.

Le imprese che non la utilizzano sono più critiche

La penetrazione di questa tecnologia è maggiore tra le aziende di grandi dimensioni. Risultano invece più critiche le imprese che non la utilizzano.
Navigare con successo nel mare delle nuove tecnologie non rappresenta una sfida inedita, ma le implicazioni sono sempre più profonde. L’AI sta cambiando radicalmente il modo in cui le aziende operano, influenzando non solo i processi lavorativi, ma anche le interazioni quotidiane.

Le aziende implementano sistemi basati sull’Intelligenza artificiale con l’obiettivo di migliorare l’efficienza dei processi, che più in dettaglio significa agire sulla produttività, sulla qualità dell’offerta e sulla riduzione degli errori. E, in ultima analisi, sulla riduzione dei reclami.

Nuove figure professionali entrano nell’organico societario

Le funzioni aziendali più coinvolte dall’introduzione dell’AI includono l’IT, il Marketing, le Vendite e il reparto Ricerca & Sviluppo.
Considerato il crescente utilizzo di Intelligenza artificiale, sette imprese su dieci hanno introdotto nel loro organico delle nuove figure professionali. Tra le aziende con più di 250 addetti la quota sale all’85%.

Per le aziende che si avvalgono già dell’AI, l’auto valutazione delle capacità di sfruttare lo strumento è decisamente positiva, ed è pari all’81%.

Si continua a investire: +4% di incremento 

Nel complesso, risulta che anche le competenze presenti internamente sono adeguate, seppure presentino margini di miglioramento. 

Continua poi il trend positivo degli investimenti nell’AI, sebbene la ricerca BVA Doxa segnali un minor incremento rispetto al passato, ovvero, un +4% rispetto al +5% dell’ultimo biennio. Analogamente, anche per il prossimo futuro la crescita prefigurata è stimata intorno al 4%.

Consapevolezza digitale, quanto siamo preparati (veramente)?

In un contesto in cui la vita quotidiana è sempre più connessa al mondo digitale, diventa fondamentale comprendere il nostro rapporto con la tecnologia per garantire un uso consapevole e sicuro delle risorse online.

A tal fine, il WIN-Worldwide Independent Network of Market Research ha condotto una ricerca globale, coinvolgendo 33.866 persone di 39 paesi, tra cui l’Italia, per esplorare le preoccupazioni legate alla privacy, alla sicurezza dei dati e al ruolo crescente dell’intelligenza artificiale.

Preoccupazioni sulla condivisione dei dati

Secondo la ricerca condotta in Italia da BVA Doxa, il 47% degli intervistati è preoccupato per la condivisione delle informazioni personali online. Particolarmente sensibili sono i dati finanziari, che preoccupano il 52% degli italiani (55% tra le donne). La geolocalizzazione, invece, sembra destare minori preoccupazioni, con il 38% degli intervistati che la ritiene un rischio.

A livello globale, il 45% degli intervistati condivide queste ansie, con livelli di preoccupazione più elevati in paesi come Brasile, Corea del Sud e Indonesia, e più bassi in Malesia, Palestina e Costa d’Avorio.

I rischi legati ai social network

L’uso eccessivo dei social network è percepito come un rischio significativo dal 54% degli italiani. Questo atteggiamento è condiviso trasversalmente, senza particolari differenze tra fasce d’età o genere. Anche a livello globale, la metà degli intervistati ritiene che i social network abbiano un impatto opprimente sulle loro vite.

Le regioni europee e MENA sono quelle dove il senso di sopraffazione è più diffuso, con il 57% delle persone che esprimono preoccupazioni al riguardo.

Sicurezza online, quanti ne sanno?

La consapevolezza di cosa accade ai dati personali dopo la loro condivisione è piuttosto limitata in Italia, dove solo il 30% degli intervistati dichiara di avere una conoscenza adeguata di come i propri dati vengano trattati. Quasi 4 italiani su 5 hanno subito almeno una violazione della sicurezza online, con il 48% che ha ricevuto mail fraudolente (phishing) e il 14% che ha avuto la carta di credito clonata.

A livello globale, la consapevolezza sulla gestione dei dati è bassa, con solo il 25% delle persone che comprende chiaramente come vengono gestiti.

La conoscenza dell’Intelligenza Artificiale

L’intelligenza artificiale è un tema sempre più centrale, ma solo il 21% degli italiani dichiara di averne una buona conoscenza, con una differenza significativa tra i più giovani (33%) e i più anziani (15%). La comprensione dell’IA varia notevolmente tra le regioni del mondo, con le Americhe e la regione APAC che registrano i livelli più alti di comprensione.

X toglie il blocco agli utenti bannati. Perchè questa scelta preoccupa?  

Una decisione salutata con orgoglio da Elon Musk, proprietario di X, quella di modificare la funzionalità di blocco degli utenti sulla sua piattaforma.
La notizia ha scatenato una ondata di preoccupazione tra gli utenti dell’ex Twitter, in particolare, tra coloro che utilizzano lo strumento di blocco per proteggersi da molestie, stalking e altre forme di abuso online.

Dal canto suo, Elon Musk sostiene che il cambiamento è motivato dal fatto che gli utenti bannati possono comunque visualizzare i post di chi li ha bloccati: basta infatti che effettuino il logout, ovvero, che si disconnettano, o che utilizzino un altro account per accedere.
In ogni caso, secondo le nuove regole del social, se gli utenti bloccati potranno ancora visualizzare i profili di chi li ha bloccati, non potranno interagire con loro in alcun modo.

“Bannare è inutile e non protegge dalle molestie online”

Pertanto, secondo Elon Musk, la funzione di blocco attuale è del tutto inutile, e non è efficace nel proteggere gli utenti dalle molestie.
Tuttavia, molti utenti hanno espresso una certa apprensione per le potenziali implicazioni sulla privacy di questo cambiamento.

La possibilità che gli stalker possano continuare a visualizzare i profili delle loro vittime, anche dopo essere stati bloccati, potrebbe rendere X un ambiente più ostile e pericoloso. 
E sono in molti a temere che la rimozione del blocco possa rendere X un terreno fertile per comportamenti tossici e indesiderati.

La riammissione controversa al profilo di Donald Trump 

Ma questo è solo l’ultimo di una serie di cambiamenti controversi che Musk ha apportato al social network da quando l’ha acquisito, a ottobre del 2022, incluso lo stravolgimento del nome originale, Twitter.

Uno dei suoi primi interventi, oltre a riammettere Donald Trump nella piattaforma, è stato infatti il ripristino di migliaia di account precedentemente bannati, tra cui quelli di attivisti di estrema destra e suprematisti bianchi, come ad esempio, Andrew Anglin, fondatore di The Daily Stormer, riferisce Adnkronos.

Obiettivo del cambiamento? Rendere ancora più trasparente l’esperienza degli iscritti

La nuova modifica era stata proposta da Elon Musk già nell’agosto del 2023. Secondo quanto riporta il sito The Verge, questo cambiamewnto mira a rendere più trasparente l’esperienza degli iscritti, consentendo di ‘identificare e segnalare qualsiasi potenziale contenuto negativo’.

Di fatto, riporta Ansa, anche se la rimozione del blocco consentirebbe ai bannati di continuare a visualizzare i post dei profili che hanno deciso di censurarli, non potranno comunque né commentare né mettere mi piace o condividere i contenuti.

e-commerce e compliance: come rispettare il decreto 70/2003 e la Direttiva Omnibus?

Il D.lgs. 70/2003, richiamato dall’art. 49 comma 1, lett. b) e c) del Codice del Consumo stabilisce un requisito normativo che impone alla società o ai professionisti che vendono online di fornire informazioni generali in modo chiaro e comprensibile.

In particolare, il merchant deve fornire il nome, la denominazione o la ragione sociale, l’indirizzo geografico del domicilio o della sede legale, i recapiti di contatto, oltre a il numero di partita IVA, il numero di iscrizione REA o al registro imprese, eventuali dati di iscrizione in un pubblico registro, eventuali autorizzazioni, concessioni o licenze rilasciate da autorità, ed eventuali dati di iscrizione a ordini professionali.
Questo, è il primo obbligo informativo precontrattuale per chiunque voglia vendere online, mentre la Direttiva Omnibus impone anche l’indicazione del numero di telefono e l’e-mail.

Il venditore deve essere identificabile dal consumatore che stipulerà il contratto

Come spiega Netcomm, punto di riferimento in materia di e-commerce e retail digitale nel panorama nazionale e internazionale, tali informazioni svolgono una precisa funzione, quella di identificare la parte contrattuale, ovvero il venditore, con cui il consumatore andrà a stipulare il contratto di compravendita a distanza.

Per questo motivo, le informazioni devono essere sempre facilmente accessibili e costantemente aggiornate dal professionista.
Queste informazioni devono essere collocate nel footer del sito o nelle Condizioni Generali di Vendita per garantire la loro accessibilità

È richiesta l’indicazione anche di numero di telefono ed e-mail

Con il recepimento della Direttiva UE 2019/2161, c.d. Direttiva Omnibus, a opera del D.lgs. n. 26 del 2023, ora viene richiesto all’art. 49 comma 1, lett. c) del Codice del Consumo che il professionista indichi il numero di telefono e l’e-mail, così da consentire al consumatore di contattarlo rapidamente e di comunicare efficacemente con lui.

Non solo. Se il merchant utilizza altri mezzi di contatto con il consumatore è tenuto a garantire la conservazione dei messaggi su un supporto durevole, con indicazione di data e ora di ricezione e invio.
Inoltre, il professionista deve fornire anche le informazioni relative sull’utilizzo di tale altro mezzo.

Conservare i dati di chat e modulo telematico di contatto e assistenza

Un esempio comune è il modulo telematico di assistenza e contatto, sempre più diffuso tra i siti di e-commerce.
Tramite questo strumento di contatto, l’utente-consumatore, dopo aver inserito i propri dati e la descrizione della richiesta, trasmette la comunicazione (previo rilascio del consenso sul trattamento dei dati) e riceve una conferma di ricezione con data e ora via e-mail, assicurando così la conservazione del messaggio.

Un altro strumento spesso presente sui portali e-commerce è la chat. Anche in questo caso, una volta terminata la conversazione con il cliente, il sito dovrebbe consentire di conservare lo scambio di messaggi (ad esempio, tramite un tasto di ‘salva la chat’), sia che si sia svolto interamente con un sistema automatizzato, oppure anche con l’intervento di un operatore fisico.

Nel 2023 aumenta il furto di dati: +45% sul dark web

I reati informatici sono sempre più mirati e subdoli. Tanto che nel 2023 si è registrato un aumento di furti delle credenziali di account, insieme ad altri dati di grande valore per gli hacker. Si stima che i dati circolanti nel dark web o accessibili tramite piattaforme di messaggistica superino i 7,5 miliardi a livello globale, con un incremento del +44,8% rispetto al 2022. Le segnalazioni di dati individuati sul dark web sono state 1.801.921, con una crescita del +15,9% rispetto all’anno precedente, mentre in Italia il numero di utenti allertati per furto di dati monitorati nel dark web è aumentato del +13,9% rispetto all’anno precedente.

I principali trend del cybercrime

L’Osservatorio Cyber di CRIF ha analizzato la vulnerabilità degli utenti e delle aziende agli attacchi cyber, interpretando i principali trend riguardanti i dati scambiati sia nell’ambiente open web che nel dark web.

Beatrice Rubini, Executive Director di CRIF, sottolinea che i cybercriminali utilizzano malware e applicazioni sempre più sofisticati, diventando una minaccia reale. Cresce anche l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale per confezionare truffe via email, con messaggi sempre più convincenti e link malevoli sempre più pericolosi. Anche in Italia si registra un aumento delle segnalazioni di furto di dati monitorati sul dark web. “Diventa quindi sempre più importante per aziende pubbliche e private avere sistemi di vulnerability assessment e fare campagne di sensibilizzazione interna dei dipendenti. Dall’altro lato, è consigliabile per i consumatori gestire i propri dati in maniera scrupolosa, affidandosi anche a strumenti che oggi permettono di proteggere i dispositivi e monitorare i nostri dati”, spiega Rubini.

Comportamenti poco attenti

Rubini evidenzia che gli utenti online contribuiscono inconsapevolmente al fenomeno adottando comportamenti poco attenti. Ad esempio, molti user tendono a riutilizzare le stesse password per diversi account o a salvare le credenziali di accesso direttamente nel browser, diventando particolarmente vulnerabili agli attacchi.

Nel 2023, l’indirizzo email è diventato particolarmente prezioso, nel 94,4% dei casi associato alla password: un fenomeno che espone le vittime a messaggi di phishing sempre più accurati. Questi messaggi contengono link malevoli che inducono le persone a fornire ulteriori informazioni ai criminali. La gravità degli alert inviati nel 2023 è aumentata del +29% rispetto all’anno precedente, confermando un aumento della vulnerabilità alle frodi.

I “kit di phishing”

Nel 2023 si è anche osservato un aumento degli strumenti messi a disposizione della comunità di cybercriminali, come i “kit di phishing” che consentono anche ad hacker meno esperti di condurre campagne di phishing sofisticate.

I dati e gli account più presi di mira

Le categorie di dati più vulnerabili includono password, indirizzi email, username, nome e cognome e numero di telefono. Queste informazioni, spesso associate tra loro, circolano principalmente sul dark web, rendendole di facile accesso agli hacker. Gli account email più violati includono Gmail, Yahoo e Hotmail, con la maggior parte degli account violati riferiti a siti di intrattenimento, e-commerce e social media.