Il petfood cresce nel carrello della spesa degli italiani 

l mercato del petfood vale 767 milioni di euro di sell-out, generati da 3.461 prodotti che nell’arco del 2020 ha registrato un aumento di +1,2% delle vendite complessive tra supermercati e ipermercati. Ma il menu di cani e gatti è sempre più simile a quello dei loro proprietari, soprattutto come valori-guida e trend emergenti. È quanto emerge dal dossier dedicato al petfood destinato all’alimentazione felina e canina contenuto nella decima edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy. Secondo l’Osservatorio il paniere più consistente, per numero di referenze e per valore delle vendite, è quello dei prodotti arricchiti: complessivamente il ‘rich-in’ supera i 453 milioni di euro di vendite (59,1% del totale nutrizione cane e gatto) e mostra una crescita annua di +1,0% del sell-out.

Il free form supera 435 milioni di euro

Tra i nove i claim individuati sulle etichette dei 1.774 prodotti arricchiti emergono ‘vitamine’, ‘Omega 3-6’ e ‘proteine’. Si contraggono invece le vendite di alimenti con ‘carne/pesce fresco’ (-12,6%), pur restando ancora molto diffusi (353 prodotti, 10,2% di quota). Hanno invece superato i 435 milioni di euro (+2,8% annuo) le vendite dei 1.557 prodotti che rientrano nel paniere free from. Tra i cinque i claim rilevati sulle etichette il più diffuso e importante per giro d’affari è ‘senza coloranti’, mentre quello a maggior crescita annua è ‘grain free/low grain’ (+21,4% in termini di vendite).

Si afferma il Made in Italy per l’alimentazione di cani e gatti

Il vero fenomeno nel petfood è però l’affermazione dell’italianità dei prodotti come valore determinante per le scelte d’acquisto in supermercati e ipermercati italiani.
“Anche nella nutrizione di cani e gatti cresce l’importanza dei prodotti che indicano la loro italianità in etichetta – commenta Marco Cuppini, research and communication director GS1 Italy -. Le 486 referenze inserite in questo paniere dall’Osservatorio Immagino hanno aumentato le vendite di +17,7% in un anno, sfiorando i 56 milioni di euro di sell-out in ipermercati e supermercati italiani”. Quattro i claim e i pittogrammi individuati: la bandiera italiana è il più usato, mentre l’indicazione ‘Prodotto in Italia/Made in Italy’ è il più dinamico, con vendite in crescita di +36,7% nell’arco dei 12 mesi.

Anche il cibo per il pet deve essere sostenibile

L’Osservatorio Immagino ha evidenziato la presenza e il ruolo della sostenibilità nel mondo del petfood, e sulle etichette dei prodotti destinati alla nutrizione di cani e gatti ha individuato 13 tra claim e certificazioni green attribuendoli a tre panieri tematici. Il principale, per numero di referenze e valore delle vendite, è quello che riunisce 762 prodotti che dichiarano di essere stati ottenuti nel rispetto degli animali: copre il 16,7% di tutte le referenze monitorate e supera i 135 milioni di euro di sell-out.
Il secondo comprende 661 prodotti provenienti da allevamenti e agricoltura sostenibili, che hanno realizzato oltre 134 milioni di euro (-0,9%), mentre il terzo è quello del management sostenibile delle risorse, che conta 173 prodotti per 33,7 milioni di euro di giro d’affari (+21,4%).

In Italia cresce il mercato dell’Intelligenza Artificiale

Sono sempre di più le imprese e i consumatori italiani che si avvicinano all’Intelligenza Artificiale. Tanto che nel 2021 il mercato dell’AI è cresciuto del +27%, raggiungendo quota 380 milioni di euro. Un valore raddoppiato in appena due anni, per il 76% commissionato da imprese italiane (290milioni di euro), per il 24% come export di progetti (90milioni di euro).
Inoltre, secondo la ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, il 95% dei consumatori conosce l’AI, anche se solo 6 su 10 sanno riconoscerne le funzioni nei prodotti o servizi utilizzati. E se l’80% ha un’opinione abbastanza o molto positiva dell’AI, rimangono alcune perplessità in merito alla privacy, all’impatto sul lavoro, e in generale, alle implicazioni etiche.

Quanto si investe e in quali progetti?

In Italia il 35% del mercato dell’AI riguarda progetti di algoritmi per analizzare ed estrarre informazioni dai dati (Intelligent Data Processing), un ambito in forte crescita (+32% rispetto al 2020). Seguono le soluzioni per l’interpretazione del linguaggio naturale (Natural Language Processing, 17,5% del mercato, +24%), e gli algoritmi per suggerire ai clienti contenuti in linea con le singole preferenze (Recommendation System, 16% del mercato, +20%).
In forte crescita rispetto all’anno scorso anche i Chatbot e Virtual Assistant (+34%), che si aggiudicano l’10,5% degli investimenti, e le iniziative di Computer Vision (11% degli investimenti, ma in crescita del 41%). Il 10% del mercato poi va alle soluzioni con cui l’AI automatizza alcune attività di un progetto e ne governa le varie fasi (Intelligent Robotic Process Automation).

Il divario per dimensione di impresa

Emerge però un divario significativo per dimensione di impresa. Se da un lato aumenta il numero di grandi aziende che ha avviato almeno un progetto di AI negli ultimi 12 mesi (59%, +6% rispetto al 2020), dall’altro solo il 6% delle Pmi ha fatto altrettanto.
Quanto allo stato di avanzamento dei progetti avviati dalle grandi imprese, scende al 13% il numero di grandi aziende che non hanno avviato iniziative (-9% rispetto al 2020) e salgono al 18% i progetti pilota (+5%). Restano invariati coloro che hanno almeno un progetto pienamente esecutivo (41%, contro il 40% del 2020) e chi invece si dichiara interessato ad avviare iniziative in futuro (27% vs 25%).

L’evoluzione tecnologica

In uno scenario fortemente condizionato dalla crisi dei semiconduttori, si evidenziano due linee di evoluzione tecnologica per l’AI: la crescita di interesse per la Data Analysis, che consente di integrare ed elaborare in tempo reale dati di tipo eterogeneo, e l’attenzione alla sostenibilità.
Alcune ricerche hanno evidenziato infatti come l’1% del consumo mondiale di energia riguardi i Data Center, e come il training di una rete neurale profonda possa portare alla stessa generazione di CO2 di 5 automobili nel corso della loro vita. La sostenibilità energetica entra quindi a far parte del design delle soluzioni di Intelligenza Artificiale, e nel futuro giocherà un ruolo sempre più rilevante dal punto di vista algoritmico. Soprattutto nel mondo del deep learning.

Blockchain, tutti i numeri della crescita

Aumentano in tutto il mondo i progetti di Blockchain e Distributed Ledger, un ambito in evoluzione continua e accelerata e diverse applicazioni, dalle criptovalute agli Nft, passando per il DeFi. Nel 2021 a livello globale si contano 370 iniziative di Blockchain e Distributed Ledger sviluppate da aziende e pubbliche amministrazione (+39% rispetto al 2020), che portano a 1.615 il totale dei casi censiti dal 2016 dall’Osservatorio Blockchain e Distributed Ledger della School of Management del Politecnico di Milano. I settori più attivi sono quello finanziario, con il 38% dei progetti, e la Pubblica Amministrazione (16%), seguiti dai Media (7%), e l’Agrifood (6%).
Le applicazioni di questa tecnologia, nata nel 2008 con Bitcoin, si stanno evolvendo in diverse direzioni, ma tutte hanno in comune la spinta verso una nuova versione del Web. La Blockchain, infatti, è alla base della ‘next web revolution’, il Web3, una sorta di Internet ‘decentralizzato’, la naturale evoluzione dell’attuale Web ‘centralizzato’ dominato dalle big tech.

In Italia il settore più attivo è quello finanziario e assicurativo

In Italia gli investimenti delle aziende nel 2021 sono pari a 28 milioni di euro, più o meno stabili rispetto ai 23 milioni del 2020.
Il mercato italiano è focalizzato soprattutto sullo sviluppo di progetti pilota e sull’evoluzione di quelli già in produzione: solo il 13% degli investimenti riguarda Proof of Concept o attività di formazione.
Il settore più attivo si conferma quello finanziario e assicurativo, con il 50% degli investimenti, seguono la PA (15%), in forte crescita anche grazie allo sviluppo dell’Italian Blockchain Service Infrastructure, l’agroalimentare (11%) e le utility (10%).
Se l’adozione delle aziende stenta ancora a decollare, i consumatori italiani sono sempre più orientati all’utilizzo delle applicazioni Blockchain, in particolare le criptovalute: il 12% degli italiani ha già acquistato Bitcoin o altre criptocurrencies e il 17% è interessato a farlo in futuro.

L’evoluzione delle applicazioni per l’Internet of Value

Seppure la tecnologia sia nata per permettere lo scambio di valore peer-to-peer in assenza di intermediari, l’utilizzo della Blockchain si è diversificato a molte applicazioni. Innanzitutto, quelle basate sullo scambio di valore del cosiddetto Internet of Value: criptovalute, stablecoin e CBDC, le monete virtuali promosse dalle banche centrali. A livello internazionale, i progetti di Internet of Value censiti sono 180, il 24% del totale (+85%). Un secondo ambito di applicazione è quello dei progetti in cui i processi di business tradizionali vengono replicati utilizzando tecnologie Blockchain. A livello internazionale si contano circa 500 progetti implementativi sviluppati da aziende e pubbliche amministrazioni, il 67% del totale (-19%).

Lo sviluppo del Decentralized web

Nel mondo del Decentralized web, la Blockchain permette di creare l’infrastruttura che abilita nuove soluzioni di business indipendenti, spesso basate su applicazioni decentralizzate (le cosiddette DApp) o gli Nft, token unici che rappresentano una proprietà privata digitale. 
Sono 71 i progetti di Decentralized web sviluppati a livello internazionale, il 9% del totale di quelli censiti, tra DApp e Nft.
L’ecosistema di applicazioni decentralizzate più interessante continua a essere quello del DeFi (Decentralized Finance), sviluppate su piattaforme permissionless per l’offerta di servizi e prodotti finanziari. Il totale del valore investito in queste applicazioni nel 2021 ha superato i 250 miliardi di dollari (+1.250%).

Cosa hai fatto nel lockdown? La nuova domanda al colloquio di lavoro

La crisi sanitaria ha profondamente cambiato il mondo del lavoro, così come quello della sua ricerca e del successivo reclutamento. Ma a cambiare è anche il colloquio di lavoro.
“Chi è alla ricerca di un lavoro, e che dopo aver inviato il proprio curriculum vitae in risposta a un annuncio viene contattato per un colloquio, non dovrebbe farsi prendere alla sprovvista da una domanda del tipo ‘come ha vissuto i mesi di lockdown?’ – spiega Carola Adami, fondatrice della società Adami & Associati -. o magari da un quesito più complesso, come: cosa ha fatto durante la pandemia per migliorare la sua situazione professionale o personale?”. E a contare nelle risposte a queste domande non è quasi mai il contenuto in sé, quanto il modo in cui si risponde.

L’importante è essere sinceri

In ogni caso, a nessuno viene chiesto di affrontare in modo perfetto una pandemia del tutto inaspettata, per la quale non una sola persona era effettivamente preparata.  Le risposte possibili alle possibili domande legate all’attività svolta durante la pandemia e i lockdown sono tantissime. Da quelle di chi spiega di aver imparato una nuova lingua a quelle di chi ha coltivato un orto dietro casa, fino a quelle di chi si è dato da fare per mantenere vivo il rapporto con i colleghi.
“L’importante – sottolinea Adami – è essere sinceri, mostrando il proprio personale modo messo in campo per reagire a questa situazione del tutto eccezionale”.

I quesiti sullo smart working

Va sottolineato che nei colloqui di lavoro post-Covid, a poter essere presi di sorpresa da domande inedite potrebbero essere anche gli stessi intervistatori. I candidati potrebbero infatti porre quesiti volti a capire nel dettaglio come si potrebbe svolgere il lavoro da remoto, chiedendo, ad esempio, se in caso di smart working sarà comunque garantita la sufficiente formazione ai nuovi assunti.
Partecipare a un colloquio di lavoro in questo periodo, quindi, potrebbe essere sensibilmente diverso da quanto ci si potrebbe aspettare, da una parte e dall’altra del tavolo. Sperando che l’impressione su chi deve dire ‘sì’ sia positiva, riporta Ansa.

Attenzione alla formazione e alle priorità strategiche dell’azienda

“L’attenzione alla formazione e alla crescita continua, soprattutto tra i più giovani, è altissima – mette in evidenza l’head hunter – ed è quindi fondamentale essere pronti a rispondere a domande di questo tipo. Altri candidati, dopo essersi informati online sull’azienda, potrebbero inoltre chiedere come sono cambiate le priorità strategiche dell’azienda con la pandemia, e in che modo il neo-assunto dovrebbe dare il proprio contributo per raggiungere i nuovi obiettivi”.

Risparmi e investimenti: diminuiscono le entrate delle famiglie

A causa delle conseguenze economiche del Covid, per il 36,8% delle famiglie italiane le entrate ordinarie si sono ridotte o azzerate. In particolare, per il 19,6% sono ‘un poco’ diminuite, per il 15,7% ‘molto’ diminuite e per l’1,5% sono state perdute. Le percentuali evidenziate dalla ricerca BVA Doxa sul rapporto degli italiani con il risparmio e l’impatto della pandemia sulle scelte di investimento, mostrano che le conseguenze economiche del Covid si sono scaricate su poco più di una famiglia su tre.  In media, i sussidi o altre forme di supporto economico hanno raggiunto il 28% del campione, in pratica il 74% di coloro che hanno perduto entrate, con quote che salgono nelle categorie degli esercenti (53%), operai (48%) e giovani (44 %). Dalla ricerca emerge poi che un italiano su due (53%) non aveva accantonato un fondo di riserva per far fronte all’emergenza economica. 

Il risparmio durante la pandemia

La pandemia è intervenuta anche sui comportamenti di risparmio, evidenziando due macro-cambiamenti: la diminuzione della quota di risparmiatori (dal 55,1% al 48,6%), e la crescita di chi ha risparmiato in modo involontario per non essere riuscito a spendere durante l’anno della pandemia (+6,7%). Gli investimenti finanziari nell’anno del Covid-19 si sono ridotti e sono stati messi in larga parte in standby proprio per l’incertezza. Se le obbligazioni ricevono un consenso limitato (22%) le azioni sono appannaggio di una minoranza del campione (6,1%), mentre il risparmio gestito ha l’indice di soddisfazione maggiore di tutte le classi di investimento.

Prestiti, mutui e case

Dalla ricerca emerge anche che i prestiti relativi ai mutui per le case, richiesti dall’1,1% del campione, hanno seguito la flessione nel 2020 delle compravendite immobiliari. Ma si segnala anche il rimbalzo dei mutui rinegoziati (1,3%), e una discreta adesione alla sospensione dei mutui permessa dalle norme anti-Covid.  Il 18% degli intervistati però giudica insufficiente lo spazio della propria casa, e il 2,6% avrebbe già deciso di cambiarla, mentre il 10,7% lo farebbe se si realizzassero condizioni positive per il finanziamento.

Percezione del rischio e fiducia

La quota delle persone preoccupate dalla possibilità di subire una diminuzione temporanea del reddito è salita del 10%, raggiungendo il 54% complessivo. Il 63% teme invece una perdita permanente del reddito. Confrontando la rilevazione di marzo 2021 con quella di maggio 2021 il saldo ottimisti-pessimisti sulle aspettative di reddito è passato però da -16% a -2,6%, e quello sul risparmio da -34% a -24%. Di fatto, i problemi economici e finanziari del 2020 e del 2021 sarebbero stati estremamente più seri senza l’intervento dell’Ue. Il saldo tra la quota di chi ha fiducia nell’Europa rispetto a chi non ce l’ha sale infatti al 46%. Un progresso notevole rispetto al 2020, quando il saldo era pari al 26%.

Assistenti vocali, gli anziani che li usano si sentono meno soli

La tecnologia non è a uso esclusivo dei giovani: fuori dalla stretta cerchia dei teenager anche tra chi è più avanti con l’età dalla tecnologia trae vantaggi e benessere. Ad approfondire il rapporto tra l’innovazione tecnologica e gli over 60, più precisamente la fascia 65-80 anni, è il progetto Voice4Health, condotto dal Centro di ricerca dell’Università Cattolica EngageMinds HUB, in collaborazione con DataWizard, e con il contributo di Amazon. Il progetto Voice4Health ha analizzato il rapporto tra gli anziani e l’uso dell’assistente vocale Alexa, e dai dati emerge che più di 6 over 65 su 10 dichiarano di sentirsi meno soli proprio grazie all’assistente vocale.

La tecnologia aumenta il benessere

La ricerca ha visto protagonisti 60 uomini e donne senior e anziani reclutati appositamente per lo studio. Queste persone hanno ricevuto un dispositivo Alexa e sono state intervistate quattro volte: due settimane prima dell’inizio della sperimentazione, appena prima dell’inizio, alla fine delle due settimane di sperimentazione, e dopo altri quindici giorni. Quasi la totalità degli intervistati ha espresso una maggiore volontà di comunicare con altre persone mediante nuove tecnologie, e il 75% del campione alla fine della sperimentazione sostiene di aver visto aumentare il proprio stato di benessere. 

Cos’hanno di speciale gli assistenti vocali?

Gli assistenti vocali sono tecnologie che con il solo uso della voce permettono di attivare un promemoria, riprodurre musica e video, ascoltare le ultime notizie e rimanere sempre in contatto con parenti e amici. Ci vuole poco a immaginare il ruolo di questi strumenti nella vita di chi deve fare i conti con la solitudine e vive in prevalenza in casa. Lo studio dell’EngageMinds HUB rileva infatti che la risposta positiva alla domanda ‘Mi sono sentito calmo e rilassato’ usando un assistente vocale è cresciuta nel corso del periodo di otto settimane.
“Dal punto di vista emotivo – spiega la ricercatrice Serena Barello – il 52% degli intervistati ha dichiarato di aver mantenuto un elevato stato di benessere anche nelle settimane successive alla sperimentazione. Ma di tutto rilievo è stato anche l’impatto sulle relazioni sociali – aggiunge Barello – perché dopo la sperimentazione ben il 62% degli intervistati ha avuto la sensazione di sentirsi meno solo e il 98% ha espresso una maggior volontà di comunicare con altre persone mediante le nuove tecnologie”.

Non c’è solo Alexa

Alexa è l’assistente vocale implementato su tutti i dispositivi smart prodotti da Amazon, e al momento è l’assistente vocale che ha la maggior compatibilità anche con device di terze parti, come ad esempio Philips. Ma non è l’unico,  riporta Agi. C’è anche Microsoft, con Cortana, e Google, con il suo ecosistema Google Assistant, che può inviare messaggi, avviare chiamate, riprodurre musica, ma anche controllare la domotica, come la regolazione della temperatura o l‘impianto di illuminazione. L’assistente vocale di Apple poi si integra perfettamente con tutti i dispositivi Apple e con gli accessori per la domotica certificati Works with Apple HomeKit, che permettono di controllare tutta la casa semplicemente con la voce.

Raddoppiano i finanziamenti alle startup hi-tech italiane

Nel 2021 i finanziamenti alle startup hi-tech italiane sono raddoppiati. Durante l’anno ancora in corso gli investimenti totali in Equity di startup hi-tech italiane ammontano infatti a 1,461 miliardi di euro, il 118% in più rispetto al totale registrato a consuntivo del 2020, pari a 669 milioni di euro.  Un valore, quindi, più che raddoppiato, e che rappresenta un passaggio epocale per il nostro ecosistema, che finalmente ‘sfonda’ la soglia rappresentativa del miliardo di euro di investimenti annui.  Secondo l’Osservatorio Startup Hi-tech, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano in collaborazione con InnovUp – Italian Innovation & Startup Ecosystem, si tratta di una crescita annua senza precedenti, addirittura superiore al balzo effettuato tra il 2017 e il 2018.

La tendenza a raccogliere più investimenti nei round successivi al primo

Dei 193 round di finanziamento registrati nel 2021, 115 (60%) risultano essere ‘primi round’, ovvero il primo investimento in assoluto per la startup. Questo valore risulta in perfetta linea con quello registrato lo scorso anno, quando i primi round erano stati 94 (55% dei round 2020). Il taglio medio degli investimenti in primo round è passato da 4,7 milioni del 2020 ai 4 milioni del 2021, registrando un lieve calo. La forte crescita di quest’anno è quindi maggiormente spiegata dalla tendenza degli investimenti raccolti nei round successivi. Nel 2021, infatti, questi ultimi registrano una media per singolo round pari a 12 milioni di euro, contro i 9 milioni del 2020.

Gli investitori formali confermano il ruolo di guida per l’intero ecosistema

I finanziamenti provenienti da attori formali (i fondi di Venture Capital indipendenti, di Corporate Venture Capital aziendali e il Governmental Venture Capital o Finanziarie Regionali) confermano il loro tradizionale ruolo di guida per l’intero ecosistema. Questo, grazie a una crescita di circa il 96%, e passando dai 294 milioni di euro del 2020 ai 576 milioni del 2021 È infatti al comparto degli investitori formali che si deve buona parte dell’impresa odierna dell’ecosistema italiano. I finanziamenti da attori informali (Venture Incubator, Family Office, Club Deal, Angel Network, Independent Business Angel, piattaforme di Equity Crowdfunding e aziende non dotate di fondo strutturato di CVC), è la seconda componente a determinare il valore complessivo, e registra una crescita superiore al 92%, passando dai 245 milioni di euro del 2020 ai 449 del 2021.

Triplica il valore dei finanziamenti internazionali 

Anche la terza componente, quella dei finanziamenti internazionali, determina in maniera significativa il raddoppio degli investimenti del 2021. Passando da circa 130 milioni di euro del 2020 agli oltre 435 milioni di quest’anno esprime un valore più che triplicato, e torna a costituire circa un terzo dell’intero ecosistema come nel 2019. I capitali attratti dall’ecosistema startup hi-tech da parte di player esteri nel 2021 provengono prevalentemente dagli Stati Uniti (74%), seguiti dall’Europa (25%), e in parte minore dall’Asia (0,43%).

Così la pandemia ha cambiato le case degli italiani

Il lungo periodo di pandemia ha cambiato moltissime nostre abitudini. E la casa, che mai come in questi mesi è stata vissuta, trasformandosi a seconda dei momenti anche in scuola, ufficio, palestra, ristorante, non poteva che essere coinvolta in questa rivoluzione. Dalla cucina alla zona studio, quindi, gli interni delle nostre abitazioni sono stati ripensati e rivisti per diventare più funzionali. Allo stesso tempo, è cresciuta anche la voglia di circondarsi di mobili e oggetti che “fanno stare bene”, che avvolgono e che coccolano. Lo rivela Silvia Mugnano, sociologa dell’abitare della Bicocca di Milano, che – come riporta l’Ansa – durante il lockdown ha realizzato on line la ricerca #comerestoacasa. L’esperta ha messo in evidenza come, in questa nuova normalità, la cucina sia sempre più un ‘third place’, un luogo ibrido, e che anche se il 75% del campione non si è sentito stretto in casa, in  moltissimi hanno rimodulato gli spazi, ad esempio acquistando scrivanie e mobili per ricavare un piccolo studio casalingo.

Le cucine non devono sembrare cucine

E’ interessante notare quello che afferma l’architetta e designer d’interni Francesca Venturoni, che sempre all’Ansa dichiara che “Le cucine non devono sembrare cucine”, bensì devono assomigliare a un complemento di arredo come un altro. Abolite perciò le cappe e i tradizionali pensili a favore di mobili meglio se sollevati da piedini, così da sembrare delle consolle, e sì anche ai sistemi a scomparsa, che attraverso delle ante permettono di chiudere lo spazio cucina, come se fosse un armadio, facendolo diventare parte del soggiorno. D’altro canto, si fa strada anche un altro trend in decisa controtendenza: la cucina è la protagonista assoluta dello spazio, con colori accesi, conviviali, pensili a giorno, ritorno dell’isola con tavoli lunghi di legno collegati direttamente al piano di lavoro, con attrezzature semi professionali in modo tale da poter lavorare e cucinare.

Cambia anche il modo di cucinare (e di mangiare)

I lunghi mesi trascorsi in casa hanno anche modificato le abitudini in fatto di alimentazione: gli italiani si sono riscoperti chef, e pure per questa ragione c’è stato un vero e proprio boom nella vendita di elettrodomestici e robot da cucina. In sintesi, abbiamo avuto più tempo per preparare i nostri pasti, e abbiamo imparato ad essere più attenti anche all’aspetto nutrizionale dei cibi. Questo ha fatto sì che moltissimi italiani siano ora più selettivi mentre fanno la spesa, scegliendo più alimenti semplici e naturali rispetto a quelli già pronti, e che sia esplosa (o riesplosa) la moda della “schiscetta”. Anche ora, che si è in gran parte ritornati in ufficio, i nostri connazionali preferiscono portarsi i pasti da casa.

Utilizzare il 5G abbassa il livello di emissioni: pari a 35 milioni di auto in meno

Utilizzare la tecnologia 5G sarebbe come togliere dalle strade dell’Unione Europea un’auto su sette, ovvero oltre 35 milioni di veicoli. Il 5G, se usato in quattro settori ad alta intensità di carbonio, come energia, trasporti, manifatturiero ed edilizia, potrebbe infatti creare un risparmio annuale di emissioni tra i 55 e i 170 milioni di tonnellate di CO2.  Si tratta dei risultati di uno studio di Ericsson diffuso in occasione del summit Cop26, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Riprendendo un’analisi di McKinsey, Net-Zero Europe, il rapporto di Ericsson spiega come con la tecnologia di quinta generazione la riduzione totale delle emissioni passerebbe dal 15% al 20% delle emissioni annuali totali del Continente.

Connettività fissa e mobile tra le soluzioni per la riduzione di CO2 

Lo studio di Ericsson sostiene che almeno il 40% delle soluzioni per la riduzione di CO2 adottate nella Ue da qui al 2030 si baserà sulla connettività fissa e mobile. Queste soluzioni di connettività, così come ad esempio lo sviluppo di generatori per produrre energia rinnovabile, potrebbero ridurre le emissioni all’interno del territorio europeo di 550 milioni di tonnellate di biossido di carbonio equivalente (550MtCO2e), ovvero quasi la metà delle emissioni create dall’intero settore energetico nell’Unione nel 2017. E, sempre, nel 2017, l’anno scelto come benchmark dall’analisi, il 15% delle emissioni annuali totali della Ue.

L’implementazione del 5G non è ancora sufficiente

“Nonostante il potenziale in gioco – spiega ancora il rapporto Ericsson – le nuove previsioni sull’implementazione del 5G dipingono un quadro preoccupante per l’Europa”.
Alla fine del 2020, infatti, il 5G copriva circa il 15% della popolazione mondiale. Nel 2027 si stima che la sua diffusione globale sarà circa del 75%. Quindi, solo tre anni prima che le emissioni globali dovrebbero essere dimezzate per rispettare l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 ºC, riporta Ansa.

Entro il 2027 in Europa poco più dell’80% di copertura

Tutto ciò fa emergere la necessità di accelerare l’implementazione del 5G in tutto il territorio europeo per raggiungere gli obiettivi nazionali e comunitari di decarbonizzazione fissati al 2030. In particolare, quanto alla diffusione del 5G, lo studio prevede che il Nord America e il Nord Est asiatico godranno di una copertura della popolazione superiore al 95% entro il 2027.
“Al contrario, l’Europa è destinata a restare significativamente indietro rispetto ai suoi competitor economici – si legge ancora nel rapporto Ericsson – con poco più dell’80% di copertura della popolazione”.

Il 40% dei bambini italiani fornisce informazioni private ad “amici” virtuali

Il 40% dei bambini italiani pur avendo ricevuto consigli e istruzioni da familiari e insegnanti circa i pericoli della rete, condividerebbe senza problemi dati e informazioni personali come indirizzo di casa, scuola e lavoro dei familiari, ad amici virtuali mai incontrati prima. Il rischio che possano incorrere in malintenzionati non è solo ipotetico: il 36% ha ricevuto online proposte di giochi o sfide pericolose da parte di sconosciuti. Si tratta di alcuni dati emersi da un sondaggio di Kaspersky commissionato a Educazione Digitale, che ha coinvolto un campione di 1.833 bambini italiani tra i 5 e i 10 anni, la cosiddetta generazione Alpha.

La generazione Alpha vive in una dimensione ‘onlife’

Non avendo mai conosciuto un mondo senza internet la generazione Alpha vive in una dimensione ‘onlife’, dove la distinzione tra virtuale e reale non esiste. Questa generazione fa un uso quotidiano della rete e considera il web un vero e proprio spazio di socializzazione, un luogo familiare che li accompagna in quasi ogni attività del quotidiano. Infatti, anche quando sono in compagnia dei loro amici, i bambini italiani non si separano mai dai dispositivi: il 43% ha dichiarato di utilizzarli per fare video e foto insieme, mentre il 31% li usa per sfidarsi a giochi online o chattare con altri amici. Solo il 25% preferisce trascorre il tempo insieme ai coetanei giocando senza tablet o smartphone.

Si accede alla rete a un’età sempre inferiore

Bambine e bambini italiani accedono ai dispositivi digitali e a una connessione alla rete in età sempre più giovane. Secondo l’indagine, infatti, il 55% possiede un dispositivo personale, e il 20% lo utilizza più di 2 ore al giorno. Ma cosa piace di più ai bambini degli strumenti digitali? Il 34% dichiara che grazie alla rete e ai dispositivi tecnologici riesce a entrare in un mondo tutto suo nel quale si sente bene e a proprio agio.
La possibilità di conoscere nuovi amici e condividere le proprie giornate è invece il motivo segnalato dal 41%, mentre il 19% riconosce in questi device la possibilità di imparare cose nuove. Solo al 6% non piace utilizzarli.

“Un amico virtuale è pur sempre un amico”

Nonostante i bambini siano molto bravi nell’uso di smartphone e tablet in realtà non conoscono realmente le potenzialità di questi strumenti, né dispongono della capacità critica che consentirebbe di valutare adeguatamente le conseguenze delle loro azioni online e di quelle degli altri. Tanto che quando è stato chiesto ai bambini se sarebbero disposti a condividere informazioni personali come “dove vivi”, “dove vai scuola” o “che lavoro fanno i tuoi genitori” con amici virtuali mai incontrati prima, il 40% ha affermato che risponderebbe tranquillamente “perché un amico virtuale è pur sempre un amico”. Il 18% risponderebbe senza dare troppi dettagli, mentre solo il 42% ha affermato di essere consapevole che queste informazioni non andrebbero mai date agli sconosciuti.