Internet, costi di attivazione in casa dimezzati in 10 mesi

I costi legati all’offerta di Internet per l’uso domestico vanno a picco. Secondo lo studio dell’Osservatorio SosTariffe.it la spesa per l’attivazione della rete Internet a casa negli ultimi 10 mesi è quasi dimezzata: -43%. Lo studio ha analizzato l’evoluzione delle offerte Internet casa avvalendosi dei dati medi ricavati con l’ausilio del proprio comparatore nel periodo tra maggio 2021 e febbraio di quest’anno. È quindi “un momento di grande convenienza per chi cerca una nuova offerta Internet casa, magari veloce, performante e con costi contenuti – spiegano gli analisti di SosTariffe.it”.

L’attivazione scende da una media di circa 82 euro a 46 euro

La voce di costo che più è andata giù è l’attivazione (-43%). Il detestato costo di attivazione, infatti, da una media di circa 82 euro è sceso a 46 euro. Inoltre, le compagnie telefoniche tendono a ripartirlo in un periodo sempre più lungo, non più 11 mesi, ma un po’ più di un anno (12,50 mesi) rendendolo sempre meno percepibile ai clienti che sottoscrivono un nuovo contratto. L’attivazione, quando richiesta dal provider, è quindi quasi sempre ‘nascosta’ nel canone mensile.

Canone mensile standard più allettante per i nuovi clienti

L’Osservatorio SosTariffe.it segnala inoltre che anche il canone mensile standard delle offerte ora è più allettante per i nuovi clienti. Se dieci mesi fa servivano almeno 29 euro al mese per usufruire di una tariffa Internet da rete fissa, ora bastano 27 euro (con un calo dell’8.3%). Anche i canoni promozionali stanno subendo una flessione (-7.8%). Da una media di 27 euro al mese, infatti, si è passati a poco più di 25 euro al mese. Inoltre, ulteriore vantaggio per gli utenti, il periodo promozionale ha ormai una durata indeterminata, riporta Adnkronos

L’avanzata della fibra ottica

Di pari passo con la riduzione dei costi delle offerte è raddoppiata la velocità nominale inclusa nei pacchetti internet casa. Se 10 mesi fa si aggirava su circa 599 Megabit al secondo ora è pari in media a oltre un Gigabit (1167 Megabit). Da cosa dipende questo incremento? Dal fatto che le offerte in fibra ottica stanno gradualmente aumentando copertura e prestazioni in termini di velocità massima di connessione. Quanto al costo promozionale dei pacchetti, si legge su gazzettadimilano.it, sono proprio quelli che comprendono la fibra ottica a subire le maggiori flessioni di prezzo. La fibra FTTH (Fiber-To-The-Home), la più veloce, ha subito la riduzione di prezzo maggiore, per un calo dell’11% rispetto a febbraio scorso, e un costo promozionale che da 28,62 euro scende a 25,45 euro. La fibra mista rame FTTC (Fiber-To-The-Cabinet) registra una flessione del -6%, mentre l’ADSL tradizionale scende del -7%, e la tecnologia di connessione wireless del -5%, passando da un costo medio mensile di 26 euro a 24,72 euro circa.

I podcast approdano anche su LinkedIn

Tra i format di maggior successo in questo momento ci sono sicuramente i podcast, i contenuti “da ascoltare” che stanno sbarcando anche su tutti i principali social media. E ora pure LinkedIn, il social media specializzato in ambito professionale, sceglie di presentare i propri. Un po’ come ha fatto Spotifly, che di recente si è impegnato con grandi investimenti per per allargarsi anche ai podcast. E LinkedIn ne sta seguendo evidentemente la scia, con l’obiettivo di allargare il proprio bacino di utenza.

LinkedIn Podcast Network 

Il social dedicato al mondo del lavoro ha annunciato che produrrà diversi contenuti tutti relativi all’ambito lavorativa. Il servizio si chiama LinkedIn Podcast Network e si occuperà di suggerimenti per colloqui, tecnologia, stress e salute con consigli di esperti. Si tratta di un network con contenuti prodotti dal team di LinkedIn News in collaborazione con figure rilevanti del mondo produttivo, i quali fanno chiaramente riferimento all’ambito lavorativo e vanno a trattare argomenti quali metodologie di recruiting, assunzione di personale e  HR management, tecnologia e benessere mentale dei dipendenti e dei dirigenti. Tutti gli show sono gratuiti e supportati da pubblicità e attualmente lo sponsor in primo piano è IBM. Gratuiti e supportati da pubblicità, i podcast sono iniziati con una release dei primi 12. Quattro vengono curati direttamente dalla redazione, mentre gli altri 8 sono in collaborazione con vari professionisti. Inoltre, la distribuzione è prevista non solo su LinkedIn, ma anche su altre piattaforme, come Apple Podcast, Google Podcast. 

Evoluzione in atto 

LinkedIn ha inoltre annunciato che no si fermerà qui. I prodotti di LinkedIn Podcast Network verranno integrati in varie aree della piattaforma, come newsletter, eventi in diretta, video e articoli testuali, al fine di consentire sia agli host che agli ascoltatori di continuare la conversazione pure su canali diversi e con altri tipi di medium e, ovviamente, anche per cercare di spingere il più possibile il nuovo servizio. Insomma, la tendenza di tutti i principali social pare essere quella di farsi ascoltare, oltre che leggere e vedere.

The Start-Up of You 

Uno di questi podacast – spiega il sito specializzato TechCrunch, riferisca Ansa – sarà co-condotto dall’attuale presidente esecutivo e co-fondatore del social network, Reid Hoffman: partirà in primavera, si chiamerà The Start-Up of You e parlerà di imprenditoria. I podcast stanno attirando in maniera sempre maggiore l’attenzione degli utenti e delle aziende, e anche l’ultima mossa di LinkedIn ne è la conferma. 

In Italia cresce il mercato dell’Intelligenza Artificiale

Sono sempre di più le imprese e i consumatori italiani che si avvicinano all’Intelligenza Artificiale. Tanto che nel 2021 il mercato dell’AI è cresciuto del +27%, raggiungendo quota 380 milioni di euro. Un valore raddoppiato in appena due anni, per il 76% commissionato da imprese italiane (290milioni di euro), per il 24% come export di progetti (90milioni di euro).
Inoltre, secondo la ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, il 95% dei consumatori conosce l’AI, anche se solo 6 su 10 sanno riconoscerne le funzioni nei prodotti o servizi utilizzati. E se l’80% ha un’opinione abbastanza o molto positiva dell’AI, rimangono alcune perplessità in merito alla privacy, all’impatto sul lavoro, e in generale, alle implicazioni etiche.

Quanto si investe e in quali progetti?

In Italia il 35% del mercato dell’AI riguarda progetti di algoritmi per analizzare ed estrarre informazioni dai dati (Intelligent Data Processing), un ambito in forte crescita (+32% rispetto al 2020). Seguono le soluzioni per l’interpretazione del linguaggio naturale (Natural Language Processing, 17,5% del mercato, +24%), e gli algoritmi per suggerire ai clienti contenuti in linea con le singole preferenze (Recommendation System, 16% del mercato, +20%).
In forte crescita rispetto all’anno scorso anche i Chatbot e Virtual Assistant (+34%), che si aggiudicano l’10,5% degli investimenti, e le iniziative di Computer Vision (11% degli investimenti, ma in crescita del 41%). Il 10% del mercato poi va alle soluzioni con cui l’AI automatizza alcune attività di un progetto e ne governa le varie fasi (Intelligent Robotic Process Automation).

Il divario per dimensione di impresa

Emerge però un divario significativo per dimensione di impresa. Se da un lato aumenta il numero di grandi aziende che ha avviato almeno un progetto di AI negli ultimi 12 mesi (59%, +6% rispetto al 2020), dall’altro solo il 6% delle Pmi ha fatto altrettanto.
Quanto allo stato di avanzamento dei progetti avviati dalle grandi imprese, scende al 13% il numero di grandi aziende che non hanno avviato iniziative (-9% rispetto al 2020) e salgono al 18% i progetti pilota (+5%). Restano invariati coloro che hanno almeno un progetto pienamente esecutivo (41%, contro il 40% del 2020) e chi invece si dichiara interessato ad avviare iniziative in futuro (27% vs 25%).

L’evoluzione tecnologica

In uno scenario fortemente condizionato dalla crisi dei semiconduttori, si evidenziano due linee di evoluzione tecnologica per l’AI: la crescita di interesse per la Data Analysis, che consente di integrare ed elaborare in tempo reale dati di tipo eterogeneo, e l’attenzione alla sostenibilità.
Alcune ricerche hanno evidenziato infatti come l’1% del consumo mondiale di energia riguardi i Data Center, e come il training di una rete neurale profonda possa portare alla stessa generazione di CO2 di 5 automobili nel corso della loro vita. La sostenibilità energetica entra quindi a far parte del design delle soluzioni di Intelligenza Artificiale, e nel futuro giocherà un ruolo sempre più rilevante dal punto di vista algoritmico. Soprattutto nel mondo del deep learning.

Assistenti vocali, gli anziani che li usano si sentono meno soli

La tecnologia non è a uso esclusivo dei giovani: fuori dalla stretta cerchia dei teenager anche tra chi è più avanti con l’età dalla tecnologia trae vantaggi e benessere. Ad approfondire il rapporto tra l’innovazione tecnologica e gli over 60, più precisamente la fascia 65-80 anni, è il progetto Voice4Health, condotto dal Centro di ricerca dell’Università Cattolica EngageMinds HUB, in collaborazione con DataWizard, e con il contributo di Amazon. Il progetto Voice4Health ha analizzato il rapporto tra gli anziani e l’uso dell’assistente vocale Alexa, e dai dati emerge che più di 6 over 65 su 10 dichiarano di sentirsi meno soli proprio grazie all’assistente vocale.

La tecnologia aumenta il benessere

La ricerca ha visto protagonisti 60 uomini e donne senior e anziani reclutati appositamente per lo studio. Queste persone hanno ricevuto un dispositivo Alexa e sono state intervistate quattro volte: due settimane prima dell’inizio della sperimentazione, appena prima dell’inizio, alla fine delle due settimane di sperimentazione, e dopo altri quindici giorni. Quasi la totalità degli intervistati ha espresso una maggiore volontà di comunicare con altre persone mediante nuove tecnologie, e il 75% del campione alla fine della sperimentazione sostiene di aver visto aumentare il proprio stato di benessere. 

Cos’hanno di speciale gli assistenti vocali?

Gli assistenti vocali sono tecnologie che con il solo uso della voce permettono di attivare un promemoria, riprodurre musica e video, ascoltare le ultime notizie e rimanere sempre in contatto con parenti e amici. Ci vuole poco a immaginare il ruolo di questi strumenti nella vita di chi deve fare i conti con la solitudine e vive in prevalenza in casa. Lo studio dell’EngageMinds HUB rileva infatti che la risposta positiva alla domanda ‘Mi sono sentito calmo e rilassato’ usando un assistente vocale è cresciuta nel corso del periodo di otto settimane.
“Dal punto di vista emotivo – spiega la ricercatrice Serena Barello – il 52% degli intervistati ha dichiarato di aver mantenuto un elevato stato di benessere anche nelle settimane successive alla sperimentazione. Ma di tutto rilievo è stato anche l’impatto sulle relazioni sociali – aggiunge Barello – perché dopo la sperimentazione ben il 62% degli intervistati ha avuto la sensazione di sentirsi meno solo e il 98% ha espresso una maggior volontà di comunicare con altre persone mediante le nuove tecnologie”.

Non c’è solo Alexa

Alexa è l’assistente vocale implementato su tutti i dispositivi smart prodotti da Amazon, e al momento è l’assistente vocale che ha la maggior compatibilità anche con device di terze parti, come ad esempio Philips. Ma non è l’unico,  riporta Agi. C’è anche Microsoft, con Cortana, e Google, con il suo ecosistema Google Assistant, che può inviare messaggi, avviare chiamate, riprodurre musica, ma anche controllare la domotica, come la regolazione della temperatura o l‘impianto di illuminazione. L’assistente vocale di Apple poi si integra perfettamente con tutti i dispositivi Apple e con gli accessori per la domotica certificati Works with Apple HomeKit, che permettono di controllare tutta la casa semplicemente con la voce.

Raddoppiano i finanziamenti alle startup hi-tech italiane

Nel 2021 i finanziamenti alle startup hi-tech italiane sono raddoppiati. Durante l’anno ancora in corso gli investimenti totali in Equity di startup hi-tech italiane ammontano infatti a 1,461 miliardi di euro, il 118% in più rispetto al totale registrato a consuntivo del 2020, pari a 669 milioni di euro.  Un valore, quindi, più che raddoppiato, e che rappresenta un passaggio epocale per il nostro ecosistema, che finalmente ‘sfonda’ la soglia rappresentativa del miliardo di euro di investimenti annui.  Secondo l’Osservatorio Startup Hi-tech, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano in collaborazione con InnovUp – Italian Innovation & Startup Ecosystem, si tratta di una crescita annua senza precedenti, addirittura superiore al balzo effettuato tra il 2017 e il 2018.

La tendenza a raccogliere più investimenti nei round successivi al primo

Dei 193 round di finanziamento registrati nel 2021, 115 (60%) risultano essere ‘primi round’, ovvero il primo investimento in assoluto per la startup. Questo valore risulta in perfetta linea con quello registrato lo scorso anno, quando i primi round erano stati 94 (55% dei round 2020). Il taglio medio degli investimenti in primo round è passato da 4,7 milioni del 2020 ai 4 milioni del 2021, registrando un lieve calo. La forte crescita di quest’anno è quindi maggiormente spiegata dalla tendenza degli investimenti raccolti nei round successivi. Nel 2021, infatti, questi ultimi registrano una media per singolo round pari a 12 milioni di euro, contro i 9 milioni del 2020.

Gli investitori formali confermano il ruolo di guida per l’intero ecosistema

I finanziamenti provenienti da attori formali (i fondi di Venture Capital indipendenti, di Corporate Venture Capital aziendali e il Governmental Venture Capital o Finanziarie Regionali) confermano il loro tradizionale ruolo di guida per l’intero ecosistema. Questo, grazie a una crescita di circa il 96%, e passando dai 294 milioni di euro del 2020 ai 576 milioni del 2021 È infatti al comparto degli investitori formali che si deve buona parte dell’impresa odierna dell’ecosistema italiano. I finanziamenti da attori informali (Venture Incubator, Family Office, Club Deal, Angel Network, Independent Business Angel, piattaforme di Equity Crowdfunding e aziende non dotate di fondo strutturato di CVC), è la seconda componente a determinare il valore complessivo, e registra una crescita superiore al 92%, passando dai 245 milioni di euro del 2020 ai 449 del 2021.

Triplica il valore dei finanziamenti internazionali 

Anche la terza componente, quella dei finanziamenti internazionali, determina in maniera significativa il raddoppio degli investimenti del 2021. Passando da circa 130 milioni di euro del 2020 agli oltre 435 milioni di quest’anno esprime un valore più che triplicato, e torna a costituire circa un terzo dell’intero ecosistema come nel 2019. I capitali attratti dall’ecosistema startup hi-tech da parte di player esteri nel 2021 provengono prevalentemente dagli Stati Uniti (74%), seguiti dall’Europa (25%), e in parte minore dall’Asia (0,43%).

In un anno raddoppia il numero di attacchi ai dispositivi IoT

I dispositivi IoT (Internet of Things) smartwatch, serrature, fitness tracker e molti altri sono ormai ovunque. Secondo gli analisti del mercato IoT, ogni secondo vengono connessi a Internet 127 nuovi dispositivi. Dato il numero elevato, questi dispositivi attirano l’attenzione non solo degli utenti entusiasti ma anche dei criminali informatici. Durante i primi sei mesi del 2021 gli honeypot di Kaspersky, software che imita un dispositivo vulnerabile, hanno rilevato oltre 1,5 miliardi di attacchi indirizzati a dispositivi IoT. Il numero è raddoppiato rispetto al semestre precedente.

Barattoli di miele virtuali per catturare i cybercriminali

Per tracciare e prevenire gli attacchi contro i dispositivi smart, gli esperti di Kaspersky hanno creato degli honeypot, letteralmente “barattoli di miele”. Si tratta di software speciali che imitano un dispositivo vulnerabile. Distribuiti pubblicamente su Internet, gli honeypot simulano i dispositivi reali e funzionano come trappole per i criminali informatici. Secondo l’analisi dei dati raccolti dagli honeypot creati da Kaspersky, c’è una tendenza costante all’aumento del numero di attacchi ai dispositivi IoT. Nel primo semestre 2021 il numero totale di tentativi di infezione è arrivato a 1.515.714.259, mentre nei sei mesi precedenti ne sono stati registrati 639.155.942.

Crescono gli attacchi provenienti dall’Italia

Nella maggior parte dei casi, i tentativi di connessione hanno utilizzato il protocollo telnet (utilizzato per accedere a un dispositivo e gestirlo da remoto), mentre i restanti hanno utilizzato SSH e web. Anche il numero di attacchi IoT provenienti dall’Italia ha subito una notevole crescita nell’ultimo periodo, con un incremento del 93%. Nel secondo semestre del 2020, infatti, il numero di attacchi registrati ammontava a 1.892.200, mentre nel primo semestre del 2021 il dato è raddoppiato, raggiungendo i 3.650.500. I criminali informatici che prendono di mira i dispositivi IoT tengono i loro toolset sempre aggiornati. Gli esperti di Kaspersky segnalano che sempre più exploit vengono usati come arma dai criminali informatici, e che i dispositivi infetti vengono spesso utilizzati per rubare dati personali, per il mining di criptovalute, e per i più tradizionali attacchi DDoS.

Installare una soluzione di sicurezza affidabile

“Da quando i dispositivi IoT, come smartwatch e accessori smart per la casa, sono diventati una parte essenziale della nostra vita quotidiana, i criminali informatici hanno sapientemente spostato la loro attenzione in quest’area – commenta Dan Demeter, security expert di Kaspersky -. Abbiamo notato che gli attacchi si sono intensificati con l’aumento dell’interesse degli utenti verso questo tipo di dispositivi. Le persone credono di non essere abbastanza importanti per essere vittima di un hacker, ma nell’ultimo anno abbiamo potuto osservare un grande aumento degli attacchi verso i dispositivi IoT. La maggior parte di questi attacchi si può prevenire, ecco perché consigliamo ai possessori di smart home di installare una soluzione di sicurezza affidabile, che li aiuti a proteggersi”. 

Gli studi professionali investono nel digitale: nel 2020, +l 7,9%

Sono 1,694 miliardi di euro gli investimenti in strumenti digitali attuati da avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro nel 2020, una cifra del l 7,9% in più rispetto all’anno precedente. E per il 2021 le stime indicano un’ulteriore crescita del +5,6%, che porterà il budget a sfiorare quota 1,8 miliardi. Nel 2020 gli investimenti in tecnologie per la gestione elettronica documentale (+34%), strumenti di workflow (+57%), CRM (+120%), business intelligence (+86%) e machine learning (+125%), hanno trainato la spesa negli studi di piccole, medie e grandi dimensioni, mentre le micro strutture, oltre che sulla gestione elettronica documentale (+37%), hanno puntato su tecnologie più centrate sulle esigenze immediate, come canali social (+26%) e VPN (+44%). Si tratta di alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano.

Una nuova consapevolezza sui cambiamenti necessari a rendersi competitivi

L’emergenza sanitaria ha portato nuova consapevolezza sui cambiamenti necessari per mantenere competitivo lo studio, come una maggiore comprensione dei propri punti di forza e debolezza, soprattutto fra gli avvocati (nel 25% dei casi), e una più attenta valutazione delle attitudini dei collaboratori, oltre che dei soli aspetti organizzativi del lavoro in remoto, soprattutto fra i consulenti del lavoro (34%) e negli studi multidisciplinari (43%). Uno studio su quattro, poi, è pronto a ripensare i propri modelli organizzativi, e per il 70% la crisi ha cambiato le modalità di gestione della clientela, per la quale servono più adeguate tecnologie collaborative e un investimento nella formazione. 

Micro e piccole strutture non hanno dedicato risorse all’innovazione digitale

Nel 2020 il 31% degli studi professionali ha investito oltre 10mila euro in tecnologie digitali (+6% rispetto al 2019), il 36% fra 3mila e 10mila euro, il 17% fra mille e 3mila e il 12% meno di mille euro. Il 4%, composto quasi totalmente da micro e piccole strutture, non ha dedicato risorse all’innovazione digitale, esponendosi a ulteriori rischi di marginalizzazione in un periodo in cui la tecnologia è risultata ancor più abilitante per lo svolgimento delle attività lavorative.
Gli studi multidisciplinari sono la categoria che ha investito di più (in media 25.300 euro), seguita da commercialisti (12.100 euro), consulenti del lavoro (10.100 euro) e avvocati (8.700 euro). Questi ultimi hanno anche aumentato maggiormente la spesa digitale (+29,9%).

Fatturazione elettronica e applicazioni per videochiamate le tecnologie più adottate

Le tecnologie più presenti in tutte le categorie professionali sono la fatturazione elettronica e le applicazioni per le videochiamate. Quasi un commercialista su due punta sull’e-learning (49%), mentre è ancora limitato l’investimento nei canali digitali, con solo il 39% che ha un sito proprietario e il 25% che è presente sui social media.
Limitata ma in miglioramento la presenza digitale dei consulenti del lavoro (il 45% ha un sito e il 27% uno o più account social), che risulta invece più sviluppata fra gli avvocati (il 54% ha un sito e nel 36% è presente sui social) La VPN invece è la terza tecnologia più adottata dagli studi multidisciplinari (61%), che hanno anche la presenza digitale più strutturata: il 59% ha un sito web, il 40% almeno un account social.

Meglio lo smart working che una promozione sul lavoro

Lo smart working da soluzione di emergenza a nuova normalità, anzi di più: a condizione perfetta per il lavoro la work life balance. A sostenerlo arriva una nuova ricerca condotta fra i dipendenti del Regno Unito, ma è assai probabile che i risultati siano assimilabili anche nel resto d’Europa e in Italia. Più nel dettaglio, si scopre che la metà dei dipendenti inglesi accetterebbe una riduzione dello stipendio mentre i due terzi degli intervistati rinuncerebbe a una promozione pur di continuare a lavorare da remoto. Solo il 16% dei dipendenti vorrebbe tornare in ufficio a tempo pieno, confermando la validità dell’approccio dell’Everywhere Workplace.

Cosa piace del lavoro da remoto…

Entrando nel merito dei risultati, si scopre che il sondaggio condotto da Ivanti Inc., piattaforma di automazione, fra i lavoratori inglesi fa emergere che il 66% degli intervistati dichiara che preferirebbe lavorare da remoto anziché ricevere una promozione e quasi la metà (49%) ha affermato che accetterebbe una riduzione dello stipendio in cambio della possibilità di lavorare da remoto. Confermando ulteriormente il desiderio di lavorare a distanza, solo il 16% degli intervistati ha sostenuto di voler tornare in ufficio a tempo pieno in futuro. Gli aspetti che più piacciono del lavoro a distanza sono la riduzione da stress (42%), il risparmio di tempo (48%) e un migliore equilibrio lavoro-vita privata (45%). 

… e cosa no 

Di contro, le principali preoccupazioni sono legate a una minore attività fisica durante la giornata (40%), l’assenza di interazioni con i colleghi (44%) e il restare troppe ore davanti allo schermo (33%). Però la gran parte di chi ha risposto al sondaggio (il 55%) ha affermato di aver registrato un notevole aumento del proprio buonumore.

La soluzione? Forse una modalità ibrida

Come si può bilanciare ora la modalità di lavoro in remoto e in presenza? L’analisi rivela che il 39% degli intervistati preferirebbe lavorare da casa anche dopo l’emergenza sanitaria, mentre il 41% preferirebbe una combinazione tra casa e ufficio, confermando che questa flessibilità può essere un valido strumento di selezione del personale per le imprese, garantendo al tempo stesso protocolli di sicurezza, formazione e strumenti tecnologici adeguati a proteggere da eventuali cyberattacchi. Le organizzazioni hanno anche bisogno di modernizzare i loro help desk per garantire che i lavoratori da remoto ricevano soluzioni veloci e personalizzate a ogni problema IT. Sono infatti alcuni problemi legati alla tecnologia a preoccupare chi lavora da remoto: basti pensare che il 23,38% degli intervistati ha contattato l’help desk almeno una volta alla settimana.

La condizione economica del Paese e quella familiare nel rapporto Eurispes

Rispetto al futuro dell’economia del nostro Paese negli italiani prevale un sentimento di pessimismo: il 53,4% si dice convinto che nei prossimi dodici mesi la situazione è destinata a peggiorare. Ma nonostante i giudizi negativi espressi sull’andamento dell’economia del Paese nel 42,4% dei casi gli italiani riferiscono che la propria situazione economica negli ultimi dodici mesi è rimasta invariata.

Secondo le rilevazioni dell’Eurispes nell’ultimo anno otto italiani su dieci (79,5%) avvertono un peggioramento netto (54,4%) o in parte (25,1%) dell’economia nazionale. L’11,6% ritiene che la situazione sia rimasta stabile, e solo il 3,8% indica un leggero (2,9%) o un netto (0,9%) miglioramento.

Le difficoltà incontrate dalle famiglie

Rispetto al passato sono diminuite le famiglie che devono utilizzare i risparmi per arrivare a fine mese (37,1%) e aumentate quelle che dichiarano di arrivare senza grandi difficoltà a fine mese (44,3%) e di riuscire a risparmiare (27,6%). Tutti segnali positivi, se non ci fosse la tendenza opposta per quanto riguarda l’incremento di coloro che hanno difficoltà a pagare la rata del mutuo (38,2%) e l’affitto (47,7%).

Aumentano di poco invece le percentuali di quanti faticano a pagare le spese mediche (24,1%, +1,8%) e le utenze domestiche (27%, +1,1%).

Rateizzare per fronteggiare le difficoltà

Il 28,5% dei cittadini afferma di essere dovuto ricorrere al sostegno economico della famiglia di origine, ma solo il 14,8% ha chiesto aiuto ad amici, colleghi o altri parenti. Il 15,1% ha fatto richiesta di un prestito bancario e quasi il doppio ha effettuato acquisti rateizzando il pagamento (28,7%). Circa un decimo del campione ha poi dovuto chiedere soldi in prestito a privati non potendo accedere a prestiti bancari (9,4%), tornare a vivere nella casa della famiglia d’origine o dai suoceri (10%), vendere/perdere dei beni (11,4%), accumulare ritardi nel saldare commercianti/artigiani (11,8%). Il 22,4% invece ha pagato le bollette con forte ritardo e il 18% è in arretrato con le rate del condominio. Inoltre, sono molto simili tra loro le percentuali di quanti hanno accettato di lavorare senza contratto (15,4%) o hanno svolto più di un lavoro contemporaneamente (15,1%).

Rinunciare all’istruzione privata per i figli e all’acquisto dell’auto

Sul fronte dei servizi alla persona, fra chi ha figli in età scolare ha rinunciato all’istruzione privata il 41,1%, e nelle situazioni familiari in cui c’era la necessità di una badante ne ha fatto a meno un italiano su tre (33,4%), mentre in poco più di un caso su cinque sono state rimandate le visite mediche specialistiche (22,4%). Per quanto riguarda i consumi, gli italiani hanno rinunciato più spesso all’acquisto di una nuova automobile (37,3%), ma anche alle spese per la casa, come sostituzione di arredi/elettrodomestici (34,5%) o riparazioni/ristrutturazioni (34,2%). Meno frequente il caso in cui è stata rimandata la riparazione del proprio auto/motoveicolo (23,9%).

IoT, un mercato da 6 miliardi di euro e 93 milioni di oggetti connessi

Se l’emergenza sanitaria per il Covid-19 ha fermato la crescita dell’Internet of Things, il mercato italiano regge l’urto della pandemia, attestandosi su un valore di 6 miliardi di euro, e segnando una flessione del 3%, in linea con l’andamento dei principali paesi occidentali. A oggi in Italia sono 93 milioni le connessioni IoT attive, di cui 34 milioni di connessioni cellulari (+10%) e 59 milioni abilitate da altre tecnologie (+15%). Tra queste, emergono le reti Low Power Wide Area (LPWA), che raggiungono per la prima volta un milione di connessioni (+100%). Sono i risultati della ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano.

In pole position, Smart Metering&Smart Asset Management nelle Utility

Una forte spinta arriva dalla componente dei servizi collegati agli oggetti connessi, con un valore di 2,4 miliardi di euro (+4%, in controtendenza rispetto all’andamento generale del mercato). Il primo segmento del mercato IoT è costituito dallo Smart Metering & Smart Asset Management nelle Utility (1,5 miliardi, -13%), che rappresenta il 25% del totale. Nel 2020 poi sono stati installati 2,7 milioni di contatori gas connessi presso utenze domestiche (69% del parco complessivo), e 4,8 milioni di smart meter elettrici di seconda generazione (50% del totale). Seguono la Smart Car (1,18 miliardi, 20% del mercato), 17,3 milioni di veicoli connessi (45%), e lo Smart Building, (685 milioni, +2%), legato prevalentemente a videosorveglianza e gestione dei consumi energetici.

Il comparto che cresce di più è la Smart Agricolture

Il comparto con la crescita più significativa è la Smart Agricolture (140 milioni, +17%), ma crescono anche le soluzioni smart per la fabbrica (385 milioni, +10%), la Smart Logistics (610 milioni, +4%), e la Smart City (560 milioni di euro, +8%), che vede un aumento del numero dei progetti avviati dai comuni. In calo, invece, la Smart Home (505 milioni, -5%) e l’ambito Smart Asset Management in contesti diversi dalle utility (265 milioni, -20%), legato principalmente al monitoraggio di gambling machine utilizzate per gioco d’azzardo, ascensori, e distributori automatici.

L’Industrial IoT in Italia

Come emerge dal sondaggio condotto dall’Osservatorio, il 94% delle grandi aziende conosce le soluzioni IoT per l’industria 4.0, e il 68% ha avviato almeno un progetto, mentre fra le Pmi solo il 41% ne ha sentito parlare, e appena il 29% ha attivato iniziative. Tuttavia, nel 2020 il gap è diminuito del 5% in termini di conoscenza e del 6% per quanto riguarda la presenza di progetti. Le applicazioni più diffuse sono legate alla gestione della fabbrica (Smart Factory, 66% dei casi), soprattutto per il controllo in tempo reale della produzione e dei consumi energetici, poi quelle di supporto alla logistica (Smart Logistics, 27%), guidate dalla tracciabilità dei beni in magazzino o lungo la filiera, e lo Smart Lifecycle (7%), con progetti per migliorare lo sviluppo di nuovi modelli e l’aggiornamento dei prodotti.