Ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri: il divario si allarga

Nel 2018 26 ultramiliardari detenevano da soli l’equivalente in termini di ricchezza della metà più povera del pianeta. Una concentrazione di enormi fortune nelle mani di pochissimi che evidenzia l’iniquità sociale e l’insostenibilità dell’attuale sistema economico. Nel 2018 i super-ricchi hanno accresciuto le proprie fortune del 12% al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno, mentre i più poveri hanno visto diminire quel che avevano dell’11%. I dati sull’Olimpo della ricchezza di Oxfam rappresentano in modo drammatico il divario registrato lo scorso anno: a metà 2018 l’1% più ricco possedeva poco meno della metà (47,2%) della ricchezza aggregata netta, contro un magro 0,4% assegnato a 3,8 miliardi di persone.

In Italia il 20% detiene il 72% dell’intera ricchezza nazionale

Il Rapporto di Oxfam rivela come il persistente divario tra ricchi e poveri comprometta i progressi nella lotta alla povertà, danneggi le nostre economie e alimenti la rabbia sociale in tutto il mondo.

In Italia il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il 5% più ricco degli italiani era titolare da solo della stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% più povero. Allo stesso tempo, se la quota della ricchezza globale nelle mani dell’1% più ricco dal 2011 è in crescita, il trend opposto caratterizza la riduzione della povertà estrema, riferisce Adnkronos.

Sanità e istruzione sotto-finanziati, le grandi corporation non contribuiscono fiscalmente

Dopo la drastica diminuzione del numero di persone che vivono con un reddito di meno di 1,90 dollari al giorno avvenuta tra il 1990 e il 2015, dallo stesso anno fino al 2018 il tasso annuo di riduzione della povertà estrema è rallentato di più del 40%. Un aumento che colpisce i contesti più vulnerabili, come l’Africa subsahariana. Lo studio mette in evidenza le responsabilità dei governi nel non adottare misure efficaci per contrastare la disuguaglianza. Servizi essenziali come sanità e istruzione continuano a essere sotto-finanziati, la lotta all’elusione fiscale ristagna, mentre le grandi corporation e i super-ricchi contribuiscono fiscalmente meno di quanto potrebbero.

La soluzione? Rendere più equo il fisco

“Non dovrebbe essere il conto in banca a decidere per quanto tempo si potrà andare a scuola o quanto a lungo si vivrà”, sottolinea Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International. Eppure è questa la realtà in gran parte del mondo. Per potenziare il finanziamento dei sistemi di welfare nazionali sarebbe necessario rendere più equo il fisco, invertendo la tendenza che ha portato alla graduale erosione di progressività dei sistemi fiscali, e a un marcato spostamento del carico fiscale dalla tassazione dei redditi da capitale a quella sui redditi da lavoro e sui consumi. Se I’1% dei più ricchi pagasse appena lo 0,5% in più di imposte sul patrimonio nel prossimo decennio si avrebbero risorse sufficienti per mandare a scuola 262 milioni di bambini e salvare la vita a 100 milioni di persone.

Natale alle porte, stressati 8 italiani su 10

Natale è dietro l’angolo e, come tutte le “grandi occasioni”, porta con sé un carico di incombenze e di stress. Il countdown natalizio è un momento di crescente ansia che ci accompagna alla fine dell’anno, tra i doveri da chiudere al lavoro e l’organizzazione per le festività. E lo stress è in agguato.

Il male del secolo

Già, lo stress: nel nostro Paese 9 persone su 10 ne soffrono. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è il male del secolo. Lo stress colpisce quasi tutti, nella vita privata come nel lavoro. Il disturbo può presentarsi con spossatezza, depressione, mal di testa, ansia, insonnia, e colpisce soprattutto in questo periodo dell’anno, quando alla stanchezza dovuta al cambio di stagione si aggiungono i preparativi di Natale.  “Lo stress – spiega ad Askanews la psicologa Paola Medde, coordinatrice del Gruppo di Lavoro di Psicologia e Alimentazione – è una reazione di adattamento dell’organismo alle nuove situazioni che ci si presentano nella quotidianità. Oggi viviamo in un’epoca multi-task e multiruolo, siamo contemporaneamente professionisti, genitori, coniugi. Il tempo di adattamento e di risposo si è molto ridotto rispetto al passato, e costringiamo il nostro organismo a tempi di reazione continui e a un perenne stato d’allerta”.

Stress sotto controllo a tavola

Quando si vive una situazione stressante, mangiare in modo corretto potrebbe essere l’ultima cosa che ci viene in mente. Eppure, le cattive scelte alimentari possono innescare problemi di salute o di altro genere, aumentando ancora di più la tensione emotiva. Ma come interrompere questo circolo vizioso? Ci sono alimenti che più di altri lavorano a nostro favore, perché ricchi di quei nutrienti indispensabili per una buona reazione dell’organismo e del cervello in particolari momenti di pressione, come le vitamine del gruppo B12, la vitamina A, l’acido folico e sali minerali come potassio e magnesio. Secondo Luca Piretta, gastroenterologo e nutrizionista presso l’Università Campus Biomedico di Roma, “le carni in generale, le uova, i legumi, le verdure garantiscono il giusto apporto di vitamina B12 e di acido folico, che favoriscono la formazione cellulare e, in caso di necessità, di cellule immunitarie. Fondamentale per le difese del nostro organismo anche frutta e verdura per l’apporto di vitamina A”. E tra la carne è particolarmente consigliata quella bianca, pollo e tacchino, grazie anche all’ampia disponibilità di amminoacidi e triptofano che aiutano il corpo a rilasciare la serotonina, che contribuisce a farci sentire più calmi e felici, anche più del cioccolato. Come sottolinea Piretta, “se il cioccolato è classicamente considerato un cibo antistress per le sue proprietà stimolanti, mangiare pollo ci assicura lo stesso apporto di triptofano e sali minerali con il vantaggio di non consumare un alimento grasso e ricco di zuccheri”.

Si a qualche strappo alla regola

“Esiste anche un rapporto diretto, dovuto alle proprietà degli alimenti che consumiamo e al loro effetto sul nostro umore” precisa la dottoressa Medda. Via libera quindi a qualche strappo alla regola come un dolcetto in più, se può aiutare a superare la tensione o “ad allentare un momento di ansia”. Infine, ricorda Piretta, “Non esistono cibi buoni e cibi cattivi in assoluto. Ciò che fa bene è l’equilibrio tra i nutrienti”.

Il problema evasione fiscale

Evasione fiscale, quanto ci costi! Il peso delle mancate entrate è stato rilevato da una ricerca del Centro studi di Unimpresa basata su dati del ministero dell’Economia e delle Finanze. In soldoni – e il termine è quanto mai appropriato – l’evasione fiscale in Italia raggiunge una quota di circa 108 miliardi di euro. E, proprio per questo, alle casse dello Stato vengono sottratti ogni 12 mesi, in media, 97 miliardi di tasse e quasi 11 miliardi di contributi previdenziali per un totale di 107 miliardi e 933 milioni.

L’andamento Irpef e Iva

Nel 2016, periodo per il quale i dati sull’Irpef, imposta sul reddito delle persone fisiche, la tassa più odiata dagli italiani, sono parziali, il totale dell’evasione ha raggiunto quota 90,2 miliardi, ma mancano i dati relativi ai contributi. Nel 2011, l’evasione ha toccato quota 104,8 miliardi (94,4 miliardi di tasse e 10,4 miliardi di contributi); nel 2012 l’ammontare è salito a 108,1 miliardi (97,4 miliardi e 10,5 miliardi), per poi calare leggermente nel 2013 a 106,9 miliardi (96,6 miliardi e 10,2 miliardi); nel 2014 lo stock di evasione ha raggiunto il record con 112,6 miliardi (101,3 miliardi e 11,2 miliardi). Poco dietro si posiziona, l’Iva con una media di 35,7 miliardi nel periodo 2011-2015; negli anni precedenti l’evasione della tassa sui consumi si è attestata a 36,7 miliardi nel 2011, a 36,1 miliardi nel 2012, 34,7 miliardi nel 2013, 36,4 miliardi nel 2014, 34,8 miliardi nel 2015 e 34,8 miliardi nel 2016.

Ires, Imu e Irap le più “antipatiche”

L’imposta sul reddito delle società, Ires, la media dell’evasione è di 8,3 miliardi nel periodo 2011-2015; negli anni precedenti l’evasione della tassa sui redditi delle persone giuridiche si è attestata a 9,1 miliardi nel 2011, 8,4 miliardi nel 2012, 8,3 miliardi nel 2013, 8,9 miliardi nel 2014, 6,8 miliardi nel 2015 e 7,6 miliardi nel 2016. Quanto al settore immobiliare, l’evasione relativa all’Imu/Tasi è in media pari a 3,9 miliardi, ma dal 2014 al 2016 ha superato i 5,1 miliardi. La quota di evasione relativa all’Irap (imposta regionale sulle attività produttive) si attesta (media 2011-2015) a 8,1 miliardi (9,1 miliardi nel 2011; 8,4 miliardi nel 2014; 5,7 miliardi nel 2015 e 5,3 miliardi nel 2016). E ancora: quella relativa ai tributi applicati sulle locazioni vale in media 1,1 miliardi). Insomma, gli italiani devono ancora imparare a fare i conti con le tasse.

Milano e Lombardia in pole position per innovazione

Secondo i dati della Camera di commercio l’innovazione passa per Milano. Con 14 mila imprese, aumentate del 3,5% in un anno e dell’8% in cinque anni, il capoluogo lombardo in Italia è sul primo gradino del podio dell’innovazione. Ma ai primi posti anche Roma, Torino e Napoli. Solo in Lombardia le imprese sono 27 mila, cresciute del 2,5% in un anno, e una su cinque a livello nazionale (120 mila, +2,6%). Imprese che investono in ricerca oltre 3 miliardi all’anno, e danno lavoro a 33 mila addetti. E in Europa la Lombardia è undicesima tra le principali regioni per spesa in R&S.

Milano guida il settore chimico e farmaceutico, e i servizi informatici

È quanto emerge da una elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi sui dati del registro imprese al primo trimestre 2018. In particolare, sulle imprese attive nei settori dell’innovazione ad alto contenuto tecnologico, nella produzione di software e consulenza informatica, architettura, ingegneria, collaudi ed analisi tecniche, commercio tramite internet, telecomunicazioni. E Milano è leader soprattutto nel settore chimico e farmaceutico, ma è forte anche nella specializzazione nei servizi informatici, il 43% di tutte le imprese innovative, rispetto al 37% in Italia.

La classifica delle città più innovative

Se l’innovazione italiana conta 120 mila attività (+2,6%), per quanto riguarda la classifica delle città lombarde più innovative in Lombardia a Milano seguono Brescia, con 2.598 imprese, Bergamo, con 2.321, Monza e Brianza, con 2.192, e Varese, con 1.645. Città che si piazzano tutte tra le prime 20 italiane.

A livello nazionale dopo Milano si classifica Roma, con 13 mila imprese, mentre Torino è terza con 6 mila imprese attive. Seguono Napoli, con 5 mila, e Brescia con 2.598 imprese. Superano le 2 mila attività anche Bologna, Padova, Firenze, e Bari. Tra le prime dieci a crescere di più in un anno sono Napoli (+5%), Padova (+4%), Milano (+3,5%).

Un business da 100 miliardi in Lombardia e 200 miliardi in Italia

Il business delle imprese del settore ammonta a circa 200 miliardi all’anno, di cui 100 miliardi, esattamente la metà, in Lombardia, dove 77 miliardi si concentrano a Milano. Si tratta di un settore che in Italia impiega 836 mila addetti a tempo pieno, di cui un 320 mila in Lombardia, e 230 mila solo a Milano.

A proposito di innovazione, il 9 ottobre si è tenuto il convegno Innovazione responsabile: esperienza nell’industria 4.0. Il convegno è stato organizzato nell’ambito del progetto europeo Interreg ROSIE nella sede della Camera di commercio di Milano. In particolare, nell’ambito dell’incontro si è discusso di come le tecnologie abilitanti di Industria 4.0 possano implementare e rafforzare pratiche di innovazione responsabile

Vincere la dipendenza da smartphone con un’app di Google

Restare per troppo tempo attaccati allo smartphone a rincorrere le notifiche è sbagliato, fa perdere tempo, ma soprattutto rende schiavi dell’aggiornamento a tutti i costi e della comunicazione ininterrotta. Sarebbe molto meglio, invece, ritrovare la “gioia di perdersi qualcosa”, anche a costo di non essere informati istantaneamente su tutto ciò che accade.

Ad affermarlo non è qualche psicologo o sociologo, ma Google, che in un post sul proprio blog descrive i risultati di uno studio sulla dipendenza da cellulare e allega alcune misure consigliate per limitare il problema.

Poche differenze tra culture, Paesi, genere, età o tipo di dispositivo utilizzato

La ricerca, presentata in questi giorni a una conferenza a Barcellona, si basa su dati raccolti attraverso interviste in diversi Paesi di tutto il mondo, dagli Usa alla Svizzera.

“Sorprendentemente abbiamo trovato poche differenze tra le diverse culture, Paesi, genere, età o tipo di dispositivo utilizzato – scrivono gli autori nel blog-. Gli smartphone riempiti di social media, email e app creano un costante senso di obbligo, e uno stress personale”.

A contribuire al problema, secondo lo studio, sono due fattori principali, la natura stessa delle app, progettate proprio per coinvolgere il più possibile l’utente, e un senso di obbligo che impone, ad esempio, di rispondere subito ai messaggi.

App che monitorano l’utilizzo del cellulare

Il risultato finale è appunto la “paura di perdersi qualcosa”, in inglese chiamata Fomo, acronimo per fear of missing out. Che andrebbe invece trasformata in Jomo, “Joy of missing out”.

Per contrastarla Google ha inserito nei sistemi Android la sua Digital Wellbeing Dashboard, una serie di applicazioni che monitorano l’utilizzo avvertendo l’utente quando esagera e permettendo, ad esempio, una disconnessione almeno parziale. “Le persone vogliono poter mettere da parte lo smartphone ogni tanto – conclude il post – senza preoccuparsi di perdere qualcosa di urgente e sentendosi comunque in controllo del dispositivo. Abbiamo la responsabilità di renderlo più facile”.

Ci vuole un po’ di buona volontà anche da parte dell’utente

Certo, ci vuole però un po’ di buona volontà anche da parte dell’utente. Perché la Digital Wellbeing Dashboard prima di tutto è un raccoglitore di dati, una dashboard appunto, che dice quanto è stato usato lo smartphone oggi, quante volte l’abbiamo sbloccato, quanto notifiche abbiamo ricevuto, e quanto abbiamo utilizzato ogni singola applicazione.

App timer, invece, consente di impostare un tempo limite di utilizzo giornaliero per ogni applicazione, riporta androidworld.it. E Wind Down permette di impostare automaticamente, in base all’orario, l’interfaccia del telefono in bianco e nero, quindi poco accattivante, o di attivare la modalità non disturbare.

Italia, le startup innovative impiegano 50mila giovani

Brave le startup italiane. Le società innovative danno infatti lavoro a 50mila giovani. Lo rivela la 16esima edizione del rapporto trimestrale sui trend demografici e le performance economiche delle startup innovative italiane, aggiornato al secondo trimestre 2018. Realizzato da Mise e InfoCamere, con la collaborazione di Unioncamere, il rapporto presenta approfondimenti su numerosi altri aspetti del fenomeno: dalla distribuzione geografica alle caratteristiche dei soci, dai settori di attività economica ai principali dati di bilancio.

Registro imprese, quasi 10.000 le startup iscritte

Al 4 luglio 2018, data di riferimento del report, erano 9.396 le startup iscritte nella sezione dedicata del Registro delle Imprese, riporta Askanews,  il 3% di tutte le società di capitali costituite in Italia negli ultimi 5 anni. Rispetto al report di tre mesi prima si registrano circa 500 startup innovative in più.

Migliaia di posti di lavoro

La crescita del numero delle startup si riflette anche sui valori occupazionali. Al 31 marzo 2018 le startup innovative coinvolgevano 48.965 persone tra soci e lavoratori subordinati. I dati sui dipendenti a metà 2018 non sono ancora disponibili, ma la stima parla di oltre 50mila unità impiegate presso le startup innovative.

Lombardia regione capofila

La Lombardia è di gran lunga la regione capofila per numero di startup innovative, raggiungendo a metà 2018 quota 2.286, il 24,3% del totale nazionale, scrive ancora l’agenzia. Di queste, 1.598 si trovano nell’area di Milano: in questa città quasi il 5% delle società di capitali avviate negli ultimi 5 anni è attualmente in possesso dello status speciale. La provincia con il più elevato rapporto tra startup innovative iscritte e nuove società di capitali è invece Trieste (7%), seguita a breve distanza da Trento (6,9%). Viceversa, a La Spezia e Crotone è startup solo una nuova azienda su 200. Le startup innovative sono una presenza significativa in alcuni settori economici. Ad esempio, è startup il 7,6% delle nuove imprese del comparto dei servizi. Scomponendo quest’ultimo sulla base della codificazione Ateco, l’incidenza aumenta notevolmente nei settori dello sviluppo di software (32,9%) e, soprattutto, della ricerca e sviluppo (66,1%).

Propensione all’investimento e soci giovani

Infine, un ulteriore dato particolarmente interessante: le startup innovative hanno un’elevata propensione all’investimento: il rapporto tra immobilizzazioni e attivo patrimoniale è pari al 27,86%, più di sei volte maggiore rispetto al valore registrato dalle altre società di recente costituzione (4,3%). Rispetto alle altre nuove società di capitali, le startup innovative sono tendenzialmente più giovani: gli under-35 compaiono in quasi una startup su due (44,8%), contro il 35,2% fatto registrare dalle altre neo-imprese.

La carica dei 3,3 milioni di lavoratori ‘in nero’

Campi, cantieri, capannoni e case i luoghi di lavoro di 3,3 milioni di lavoratori irregolari e definiti invisibili, che seppur sconosciuti ad Inps, all’Inail e fisco, producono danni “importanti e pesantissimi”.

Un fatturato sommerso di 77,3 miliardi di euro

L’Ufficio studi della Cgia – Confederazione Generale Italiana degli Artigiani – stima queste attività sommerse per 77,3 miliardi di fatturato in nero all’anno, sottraendo al fisco un gettito di 42,6 miliardi di euro. Un importo, valutato dai tecnici del ministero dell’Economia e delle Finanze, che corrisponderebbe a numeri giganteschi, oltre il 40% dell’evasione di imposta annua valutata e pari, secondo i conteggi del Mef,  a circa 100 miliardi di euro all’anno.

Secondo l’associazione, lo scenario  medio per questo tipo di lavoratori “Non essendo sottoposti ai contributi previdenziali, assicurativi e fiscali,  consentono alle imprese dove prestano servizio – o a loro stessi, se operano sul mercato come falsi lavoratori autonomi – di beneficiare di un costo del lavoro molto inferiore e, conseguentemente, di praticare un prezzo finale del prodotto/servizio molto contenuto (…). Prestazioni che chi rispetta le disposizioni previste dalla legge non è in grado di offrire”.

Tre milioni i lavoratori coinvolti

Ulteriori i dati forniti, come scrive AdnKronos: “Tre milioni di persone costituite da lavoratori dipendenti che fanno il secondo/terzo lavoro, da cassaintegrati o pensionati che arrotondano le magre entrate o da disoccupati che in attesa di rientrare nel mercato del lavoro sopravvivono ‘grazie’ ai proventi riconducibile a un’attività irregolare”.

A porre rimedio con una teoria strategica e contenitiva del fenomeno, gli analisti dell’associazione, con la reintroduzione dei vaucher Inps, i vecchi buoni del lavoro che consentono al datore di lavoro di pagare l’attività lavorativa saltuaria al dipendente. Questa però è solo una delle nuove proposte. Oltre a ciò, l’esigenza di Cgia di ridurre il carico amministrativo, la tassazione e i contributi previdenziali, incentivando la trasparenza e puntando ad un’attività di monitoraggio da pare organi competenti. In sintesi, una maxi operazione educativa in tutti gli ambiti sociali per promuovere la cultura della legalità.

Al netto dei conti della Confederazione

Stilata allora un classifica particolarmente cupa che riguarda l’incidenza sul Pil del il lavoro irregolare in alcune Regioni del Paese.

Fra tutte, e quasi del doppio rispetto al dato medio nazionale (5,2 per cento), ad apparire come la Regione più a ‘rischio’ per il sommerso è la Calabria, con 146mila lavoratori in nero e un’incidenza percentuale del 9,9 per cento sul valore aggiunto da lavoro irregolare sul Pil regionale. Nei fatti, mancate entrate per lo Stato, per quasi 1,6 miliardi di euro.

Medaglia d’argento, per difformità, ad una Campania con 382.900 unità di lavoro irregolari, un Pil in ombra, che grava su quello ufficiale per l’8,8 per cento, e una deficienza annua di tasse per la Regione di 4,4 miliardi.

Segue, con il bronzo da terza in graduatoria, la Sicilia: 312.600 gli irregolari, un’economia sommersa all’ 8,1 per cento, e 3,5 miliardi di euro all’anno di imposte e i contributi non versati.

Si sale al Nord, invece, per il quarto posto del Veneto,  che annovera ben 199.400 lavoratori in nero, 5,2 miliardi di euro di valore aggiunto subissato (3,8 per cento del Pil regionale) e una sottrazione fiscale di quasi 2,9 miliardi di euro.

Il Turismo in Italia vale 70,2 miliardi di euro. Ma al Sud c’è ancora molto da fare

I dati 2016 del World Travel and Tourism Council certificano il turismo in Italia vale 70,2 miliardi di euro (4,2% del Pil), che salgono a 172,8 miliardi (10,3% del Pil), se si aggiunge anche l’indotto. Ma per fare del turismo il suo principale driver economico l’Italia può fare di più. Soprattutto al Sud, dove la ricchezza portata dagli stranieri è ancora marginale rispetto a quella di singole regioni del Nord.

A segnalare i dati è il Rapporto sul Turismo 2017, realizzato da UniCredit in collaborazione con il Touring Club Italiano, che conferma la Germania come nostro primo mercato di riferimento (53,3 milioni), e il forte incremento della Cina, per la prima volta nella top 10, con 5,4 milioni di presenze.

Città d’arte, costa adriatica, veneta e romagnola i luoghi più visitati dagli stranieri

I luoghi più frequentati dagli stranieri sono le città d’arte del Centro e del Nord, con Roma ancora dominante rispetto alle altre destinazioni. Seguono Milano, la costa adriatica, veneta e romagnola. Torino entra per la prima volta nella top 10 delle città più visitate.

Un focus del Rapporto sulle regioni evidenzia la doppia velocità con cui procedono le regioni del Centro-Nord e quelle del Sud, riferisce Adnkronos. Un paradosso, visto che gli attrattori più apprezzati all’estero (aspetti climatici, paesaggio, patrimonio storico-artistico ed enogastronomico) descrivono un quadro efficace del Meridione. Ma la regione più turistica d’Italia è il Veneto, che con oltre 63 milioni di presenze vanta numeri tre volte superiori alla Campania (19 milioni), e quattro volte alla Sicilia (15).

Il Lazio al primo posto per la spesa incoming

Al primo posto per la spesa incoming si conferma il Lazio, con 6,4 miliardi di euro spesi dagli stranieri sui quasi 36 miliardi complessivi nel 2015. Seconda la Lombardia, e più distanziate, Veneto (5,2) e Toscana (4,1).

La prima regione del Sud (quinto posto) è la Campania, con 1,8 miliardi di euro.

Il Meridione complessivamente, però, attrae appena 5 miliardi, sostanzialmente quanto il solo Veneto.

Altro tema che interessa molte aree del Sud è quello della stagionalità: a livello medio italiano, la metà delle presenze totali si registra nel trimestre estivo.

Valle d’Aosta, Basilicata e Trentino-Alto Adige al top per le strutture più amate

In 14 casi la Germania è il primo mercato incoming, in altri cinque costituisce il secondo o il terzo, mentre solo nel Lazio e in Valle d’Aosta non è presente tra i primi tre.

Nella classifica per soddisfazione degli ospiti, in termini di sentiment positivo sulle strutture ricettive, le prime tre posizioni sono occupate da Valle d’Aosta (85,8%), Basilicata (85,5%) e Trentino-Alto Adige (84,4%). Tra le Regioni con l’offerta ricettiva più amata dagli stranieri, in terza posizione c’è l’Umbria, oltre a Valle d’Aosta e Basilicata, già presenti nella classifica generale, rispettivamente alla prima e alla seconda posizione.

Agroalimentare: meno aziende, ma più forti dopo la crisi

Dopo un decennio di crisi il settore agroalimentare italiano è più forte. Meno aziende, quindi, ma più solide. Almeno, questo sembra essere il risultato della recessione su un comparto colpito in maniera meno pesante rispetto ad altri settori. Di fatto il numero di aziende agricole italiane si è ridotto di circa il 20%. Nel caso dell’industria alimentare invece l’emorragia è stata del -2,5% tra il 2009 e il 2015, con riduzioni più elevate nel caso delle micro imprese. Quelle, cioè, che presentano una propensione all’export più bassa, e di conseguenza, hanno subito maggiormente il crollo dei consumi interni.

In termini di valore aggiunto il settore è cresciuto di oltre il 10%

Nonostante uno scenario di mercato complicato, l’agroalimentare italiano non ha tradito la sua vocazione anticiclica, contrastando la recessione con prodotti innovativi, e soprattutto incrementando l’export (+ 69% dal 2007 al 2017). Tanto che in termini di valore aggiunto il settore è cresciuto di oltre il 10%.

Ma l’anticiclicità si è espressa anche sul fronte della redditività. Secondo uno studio Nomisma per Agronetwork il rapporto tra Ebitda e fatturato delle aziende è passato dal 7,8% del 2011 all’8,6% del 2016, mantenendosi costantemente al di sopra sia della media del manifatturiero sia del totale delle cosiddette 4 A del Made in Italy (agroalimentare, abbigliamento-tessile, arredo-legno e automazione), riporta Askanews.

Vino e dolci, due comparti “sovraperformanti” 

L’analisi evidenzia inoltre come all’interno del settore alcuni comparti abbiano addirittura sovraperformato. In particolare il vino (Ebitda margin passato da 10% a 11,7%), e il dolciario (sempre sopra il 10% nel periodo considerato). Marginalità ancora superiori si sono registrate in alcune nicchie di mercato (quasi 20% per baby & diet food, acqua e bevande analcoliche, spirits, pasta, caffè e tè, prodotti da forno). Nei comparti tradizionali invece sono stati i segmenti ad alto valore aggiunto (salumi, gelati e cioccolato-caramelle) a restituire redditività superiori alla media.

L’impatto del rialzo dei margini sulla struttura finanziaria delle imprese

Ma quale impatto ha prodotto sulla struttura finanziaria delle imprese questo rialzo generalizzato dei margini negli anni più difficili dell’economia italiana?

“A parte le grandi imprese – dichiara Denis Pantini, Responsabile dell’Area Agroalimentare di Nomisma – che hanno utilizzato l’aumento dei flussi di cassa generato da questa redditività per fare investimenti, la gran parte delle aziende ha deciso principalmente di abbattere l’indebitamento finanziario e accrescere la propria solidità patrimoniale”.

Questo non significa che le aziende abbiano diminuito il ricorso al debito bancario. Che nel caso delle micro e piccole imprese, insieme all’autofinanziamento dei soci, resta lo strumento principale per sostenere il percorso di crescita

Abusivismo: 11,5 miliardi di danno all’Erario

Con un giro d’affari di 22 miliardi di euro oltre alle imprese che operano nella legalità l’abusivismo danneggia anche lo Stato, causando un ‘buco’ erariale di 11,5 miliardi di euro in mancato gettito fiscale e contributivo. Secondo le stime elaborate da Confesercenti sul fenomeno nel commercio e nel turismo si tratta di una cifra pari al 14% del fatturato dei due comparti. E come sottolinea la stessa Confesercenti in un comunicato, se le attività abusive fossero azzerate l’Erario recupererebbe abbastanza entrate per finanziare un cospicuo taglio dell’Irpef.

Inoltre, la regolarizzazione farebbe emergere 32mila posti di lavoro aggiuntivi, facendo guadagnare anche l’occupazione.

Commercio e turismo i più colpiti, anche online

Per alcune categorie l’impatto economico è particolarmente sentito, come il commercio su aree pubbliche, riporta Askanews, dove la percentuale di operatori abusivi è piuttosto elevata, e nell’ambito del turismo. Anche online: sui grandi portali si stimano oltre 90mila attività ricettive abusive. Rimanendo nel settore, anche le agenzie di viaggio subiscono la concorrenza derivante dai tour operator abusivi che operano su Web, causando elevati danni di immagine al settore e cospicue perdite di fatturato (più del 20% per quattro intervistati su dieci).

Elettronica, moda e farmaci i più colpiti dalla contraffazione online

Tra attività irregolari, fraudolente o del tutto sommerse, il ‘nero’ dell’online genera un fatturato di circa 700 milioni di euro l’anno. Solo nel 2016 sono state denunciate oltre 151mila frodi o truffe informatiche, e complessivamente, si stima che oltre un consumatore su quattro (25,6%) si sia trovato a comprare almeno una volta un prodotto o un servizio illegale o contraffatto sul web.

A essere colpiti da contraffazione e abusivismo online sono soprattutto elettronica, moda (in particolare capi di lusso o grandi firme), ma anche farmaci e integratori, con gravi rischi per la salute pubblica.

“Per ridurre l’illegalità sulla rete serve un intervento coraggioso”

“L’abusivismo non conosce crisi anzi, continua a espandersi per ogni canale commerciale, come dimostra il fatto che stia stendendo sempre più i suoi tentacoli anche sul web, diventata la nuova frontiera del fenomeno”, si legge nel comunicato di Confesercenti. Un problema per le imprese, quindi, che si trovano costrette a combattere contro la concorrenza sleale di un abusivismo sempre più agguerrito, e per i consumatori meno attenti, che spesso cercando il risparmio trovano la truffa.

“Per ridurre l’illegalità sulla rete – continua Confesercenti – c’è bisogno di un intervento coraggioso, che istituisca normative ad hoc e garantisca le risorse necessarie a Polizia Postale e Guardia di Finanza, le cui attività sono la principale linea di difesa contro l’illegalità”.