L’eBike traina il mercato delle bici e il settore… pedala

Mai come in questo ultimo periodo gli italiani si sono avvicinati a nuovi sistemi di mobilità, e in moltissimi hanno riscoperto l’appeal della bicicletta, meglio ancora se elettrica. Tanto che la filiera delle due ruote ha ottenuto risultati record, raggiungendo addirittura un valore di 9 miliardi di euro. Ecco la “fotografia” del comparto della bici, che si è evoluto dalla mountain bike degli anni Novanta alle nuove eBike da città per essere sempre più green. Cambiano i costumi e le mode ma non la passione per le due ruote che in Italia hanno un mercato sempre più esigente e raffinato. La produzione e la vendita di biciclette Made in Italy non ha nulla da invidiare ad altri comparti manifatturieri: dopo una fase di contrazione, che ha caratterizzato l’industria delle due ruote tra fine degli anni Novanta fino al 2017, causa delocalizzazione delle filiere e calo della domanda interna, dal 2018 a oggi la produzione italiana segna +20% grazie proprio al fenomeno della bicicletta elettrica trainata dalle nuove politiche di mobilità sostenibile e dallo sprint ecologico degli stessi abitanti, cittadini e turisti. 

Un ecosistema composto da 2.900 imprese

Le cifre emergono dall’ultimo Market Watch di Banca Ifis, che ha tracciato i confini dell’ecosistema della bicicletta: una filiera che conta circa 2.900 imprese per 17 mila addetti e produce ricavi per 9 miliardi di euro annui. La buona notizia, stando all’analisi, è che nel biennio 2021-2022 un’industria su due prevede un aumento dei ricavi e solo il 10% stima una contrazione. Un segnale di un comparto che cresce sull’onda dell’innovazione e dell’impronta sostenibile: nel 2020 sono state prodotte in Italia oltre 3 milioni di bici, +20% rispetto al 2018.

Un comparto innovativo

Nel 2020 il 90% dei produttori italiani ha aumentato o lasciato invariata la quota destinata agli investimenti. Digitale, sostenibilità e ricerca sono ai primi posti nei piani di investimento. Stando al campione, nel biennio 2021-2022, il 45% degli imprenditori intende ampliare i mercati di riferimento e il 29% punterà anche a rinnovare l’offerta. Il mercato è vivace con una forte richiesta di prodotti più economici e più tecnologici. Sul fronte eBike, negli ultimi 5 anni in Italia, si sono quintuplicate le vendite di biciclette elettriche, passando da poco più di 50.000 pezzi annui ai 280.000 del 2020, il 14% del totale venduto. L’80% dei distributori prospetta un aumento anche nel biennio 2021-2022. Il 90% dei produttori è sicuro che l’eBike sarà una rivoluzione duratura della mobilità per la crescente attenzione alla sostenibilità, gli incentivi all’acquisto e all’innovazione che porta modelli sempre più leggeri e performanti.

In un anno raddoppia il numero di attacchi ai dispositivi IoT

I dispositivi IoT (Internet of Things) smartwatch, serrature, fitness tracker e molti altri sono ormai ovunque. Secondo gli analisti del mercato IoT, ogni secondo vengono connessi a Internet 127 nuovi dispositivi. Dato il numero elevato, questi dispositivi attirano l’attenzione non solo degli utenti entusiasti ma anche dei criminali informatici. Durante i primi sei mesi del 2021 gli honeypot di Kaspersky, software che imita un dispositivo vulnerabile, hanno rilevato oltre 1,5 miliardi di attacchi indirizzati a dispositivi IoT. Il numero è raddoppiato rispetto al semestre precedente.

Barattoli di miele virtuali per catturare i cybercriminali

Per tracciare e prevenire gli attacchi contro i dispositivi smart, gli esperti di Kaspersky hanno creato degli honeypot, letteralmente “barattoli di miele”. Si tratta di software speciali che imitano un dispositivo vulnerabile. Distribuiti pubblicamente su Internet, gli honeypot simulano i dispositivi reali e funzionano come trappole per i criminali informatici. Secondo l’analisi dei dati raccolti dagli honeypot creati da Kaspersky, c’è una tendenza costante all’aumento del numero di attacchi ai dispositivi IoT. Nel primo semestre 2021 il numero totale di tentativi di infezione è arrivato a 1.515.714.259, mentre nei sei mesi precedenti ne sono stati registrati 639.155.942.

Crescono gli attacchi provenienti dall’Italia

Nella maggior parte dei casi, i tentativi di connessione hanno utilizzato il protocollo telnet (utilizzato per accedere a un dispositivo e gestirlo da remoto), mentre i restanti hanno utilizzato SSH e web. Anche il numero di attacchi IoT provenienti dall’Italia ha subito una notevole crescita nell’ultimo periodo, con un incremento del 93%. Nel secondo semestre del 2020, infatti, il numero di attacchi registrati ammontava a 1.892.200, mentre nel primo semestre del 2021 il dato è raddoppiato, raggiungendo i 3.650.500. I criminali informatici che prendono di mira i dispositivi IoT tengono i loro toolset sempre aggiornati. Gli esperti di Kaspersky segnalano che sempre più exploit vengono usati come arma dai criminali informatici, e che i dispositivi infetti vengono spesso utilizzati per rubare dati personali, per il mining di criptovalute, e per i più tradizionali attacchi DDoS.

Installare una soluzione di sicurezza affidabile

“Da quando i dispositivi IoT, come smartwatch e accessori smart per la casa, sono diventati una parte essenziale della nostra vita quotidiana, i criminali informatici hanno sapientemente spostato la loro attenzione in quest’area – commenta Dan Demeter, security expert di Kaspersky -. Abbiamo notato che gli attacchi si sono intensificati con l’aumento dell’interesse degli utenti verso questo tipo di dispositivi. Le persone credono di non essere abbastanza importanti per essere vittima di un hacker, ma nell’ultimo anno abbiamo potuto osservare un grande aumento degli attacchi verso i dispositivi IoT. La maggior parte di questi attacchi si può prevenire, ecco perché consigliamo ai possessori di smart home di installare una soluzione di sicurezza affidabile, che li aiuti a proteggersi”. 

Per aumentare la produttività al lavoro serve… un sonnellino

Qualche piccolo pisolino anche sul luogo di lavoro può aumentare in maniera significativa la produttività. In effetti, gli esempi di sonnellini illustri non mancano: innovatori e geni come Albert Einstein, Leonardo Da Vinci, Thomas Edison e Winston Churchill si concedevano una breve pennicchella per rinfrescare la mente e ricaricarsi di energie preziose. E la validità di questo sistema è sempre più condivisa, tanto che il 6% delle organizzazioni statunitensi, tra cui The Huffington Post, Nike e Pizza Hut, ha iniziato a fornire stanze per il pisolino ai propri dipendenti. Postazioni per i sonnellini, amache e persino suite per i pisolini si sono fatte strada anche negli aeroporti, nelle università e nei centri commerciali. Insomma, il sonno extra è un toccasana per produrre di più e meglio.

Cosa dice la scienza

Dormire un po’ può aiutare a combattere le sfide di un lavoro particolarmente impegnativo. La scienza lo conferma: secondo la rivista Sleep, la mancanza di sonno costa alle aziende statunitensi ben 63 miliardi di dollari di perdita di produttività ogni anno. Un problema a cui si potrebbe ovviare semplicemente con una pennichella. La ricerca mostra che anche un pisolino di 30 minuti può migliorare la memoria e aumentare la concentrazione. Ma il pisolino serve anche ad abbassare i livelli di stress: quando si dorme, il cervello elabora i sentimenti e le esperienze vissuti durante il giorno. Di conseguenza, se il sonno viene interrotto o è troppo breve, rimangono più emozioni negative che positive. Diversi studi illustrano l’impatto benefico che ha sulla salute un basso livello di stress e, di conseguenza, sulle prestazioni lavorative. Il sonnellino può ridurre l’ansia e la depressione a livello chimico, riducendo al minimo i livelli di cortisolo (un ormone che eleva la glicemia). In sintesi, un breve sonnellino può rivelarsi la “medicina” migliore per contrastare lo stress e ritrovare la concentrazione.

A proposito di concentrazione e memoria

Dormire, anche solo per una ventina di minuti, può avere un effetto positivo sulla memoria. Uno studio della Nasa ha scoperto che il pisolino migliora attivamente la memoria sul lavoro, il che comporta la focalizzazione dell’attenzione su un compito mentre si tengono in memoria altre mansioni. Certo, pochi di noi hanno ruoli importanti come quelli di chi deve guidare una missione spaziale, ma la “tecnica” funziona ovviamente anche se si devono eseguire compiti più “normali”. Non resta che provare… schiacciando un pisolino.

Combattere lo stress: nei giovani è la prima motivazione per fare sport

Sei ragazzi su 10 lo fanno per combattere lo stress, arrivato a livelli altissimi durante le diverse fasi della pandemia. E solo la restante parte, più o meno, lo pratica per passione. È questa l’istantanea del rapporto tra i giovani e lo sport scattata da Terre des Hommes e OneDay, che hanno condotto una ricerca su 1000 ragazzi tra i 13 e i 23 anni in tutta Italia attraverso l’Osservatorio Permanente sullo Sport e le Nuove Generazioni. 

Inclusione? Sì, ma anche discriminazione

Ragazzi e ragazze credono nello sport come strumento di inclusione, però il 77% di loro ritiene che lo Stato e le Istituzioni non investono abbastanza per renderlo tale, tanto che nelle scuole e nelle città non ci sono sufficienti strutture per renderlo accessibile a tutti gratuitamente (il 50% dei giovani dichiara che nelle loro scuole non hanno campi sportivi).
Ma non solo, i giovani della generazione Z hanno le idee chiare anche sul tema delle differenze di genere: ritengono infatti che i ragazzi siano spesso, ingiustamente, avvantaggiati rispetto alle ragazze nella carriera sportiva così come negli stipendi (sostenuto da oltre il 90%) e che dentro e fuori dalle competizioni sportive troppo spesso si verifichino episodi di bullismo (42%), violenza (sia verbale che fisica, rispettivamente 72% e 46%), abusi e molestie sessuali (17%). Infine, circa 1/3 tra ragazzi e ragazze dice di aver subito comportamenti inappropriati da parte di adulti e il 45% da pari.

Che cosa vogliono i giovani

Dopo aver messo in luce quello che non va, i ragazzi dicono la loro anche su cosa cambiare e soprattutto su come farlo. Il 60% di loro, infatti, vorrebbe contribuire a scrivere un regolamento condiviso da atleti, famiglie e società sportive per renderlo più equo, inclusivo e sicuro.
“Attraverso questo Osservatorio ragazzi e ragazze ci fanno capire quanto lo sport sia una parte fondamentale della loro vita, esprimendo tutto il disagio che hanno vissuto in questo anno e mezzo di pandemia, quando non hanno potuto praticarlo regolarmente. Non solo, i giovanissimi ci dicono anche chiaramente tutto quello che non va nel mondo dello sport – commenta Paolo Ferrara, Direttore Generale di Terre des Hommes Italia -. I campi da gioco sono un luogo cruciale per la crescita di bambini, bambine, ragazze e ragazzi e dobbiamo garantire che siano un ambiente sicuro, sereno e piacevole per tutti.”.
“I giovani ripongono grande fiducia nello sport attribuendogli un ruolo fondamentale come motore di inclusione sociale, ma ritengono che le istituzioni non facciano abbastanza. Credo proprio che dovremmo ascoltarli di più!” conclude Gaia Marzo, Corporate Brand Director & Equity Partner OneDay Group.

L’89% dei link dannosi viene diffuso tramite WhatsApp

Quali sono le app di messaggistica più popolari tra i truffatori che utilizzano tecniche di phishing? Non c’è dubbio, il maggior numero di link dannosi rilevati tra dicembre 2020 e maggio 2021 è stato inviato tramite WhatsApp (89,6%), seguito da Telegram (5,6%), Viber, al terzo posto con una percentuale del 4,7%, e Hangouts, con l’1%. E i Paesi che hanno subìto il maggior numero di attacchi di phishing? Al rpimo posto la Russia (46%), seguita da Brasile (15%) e India (7%). Questo è quanto risulta dai dati anonimizzati forniti volontariamente dagli utenti di Kaspersky Internet Security for Android, che segnala come a livello globale siano stati registrati 480 casi di phishing al giorno.

Il maggior numero di messaggi dannosi su WhatsApp è stato rilevato in Russia

L’azienda ha analizzato i clic anonimi sui link di phishing in queste applicazioni e ha rilevato che tra dicembre 2020 e maggio 2021 sono stati registrati 91.242 casi a livello globale. Secondo le statistiche, Kaspersky Internet Security for Android ha rilevato il maggior numero di link dannosi in WhatsApp, in parte a causa del fatto che si tratta dell’applicazione di messaggistica più popolare a livello globale. Il maggior numero di messaggi dannosi su WhatsApp è stato rilevato in Russia (42%), seguita da Brasile (17%) e India (7%).

Telegram è l’app con il minor numero di rilevamenti

Sempre guardando agli utenti di Kaspersky Internet Security for Android, risulta come Telegram sia l’app con il minor numero di rilevamenti, mentre per quel che riguarda la distribuzione geografica è simile a quella di WhatsApp. Il maggior numero di link dannosi è stato, infatti, rilevato in Russia (56%), seguita da India (6%) e Turchia (4%). Le percentuali elevate in Russia sono probabilmente dovute all’incremento della popolarità di questo servizio di messaggistica nel Paese.

La maggior parte dei rilevamenti di Hangouts proviene da dagli USA

In base alle statistiche, Viber e Hangouts hanno avuto un numero inferiore di casi registrati. La differenza fondamentale tra loro è la distribuzione geografica. Il maggior numero di rilevamenti in Viber è stato identificato principalmente in Russia, con l’89%, e nei paesi della CSI, tra cui Ucraina con, il 5%, e Bielorussia con il 2%, mentre la maggior parte dei rilevamenti di Hangouts proveniva da Stati Uniti (39%) e Francia (39%). In termini di numero di attacchi di phishing registrati per singolo utente su WhatsApp, riporta Adnkronos, il primato è detenuto da Brasile con 177 attacchi e India con 158. Rispetto agli altri Paesi, gli utenti russi sono in testa per quel che riguarda il numero di rilevamenti su Viber (305) e Telegram (79).

Gli studi professionali investono nel digitale: nel 2020, +l 7,9%

Sono 1,694 miliardi di euro gli investimenti in strumenti digitali attuati da avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro nel 2020, una cifra del l 7,9% in più rispetto all’anno precedente. E per il 2021 le stime indicano un’ulteriore crescita del +5,6%, che porterà il budget a sfiorare quota 1,8 miliardi. Nel 2020 gli investimenti in tecnologie per la gestione elettronica documentale (+34%), strumenti di workflow (+57%), CRM (+120%), business intelligence (+86%) e machine learning (+125%), hanno trainato la spesa negli studi di piccole, medie e grandi dimensioni, mentre le micro strutture, oltre che sulla gestione elettronica documentale (+37%), hanno puntato su tecnologie più centrate sulle esigenze immediate, come canali social (+26%) e VPN (+44%). Si tratta di alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano.

Una nuova consapevolezza sui cambiamenti necessari a rendersi competitivi

L’emergenza sanitaria ha portato nuova consapevolezza sui cambiamenti necessari per mantenere competitivo lo studio, come una maggiore comprensione dei propri punti di forza e debolezza, soprattutto fra gli avvocati (nel 25% dei casi), e una più attenta valutazione delle attitudini dei collaboratori, oltre che dei soli aspetti organizzativi del lavoro in remoto, soprattutto fra i consulenti del lavoro (34%) e negli studi multidisciplinari (43%). Uno studio su quattro, poi, è pronto a ripensare i propri modelli organizzativi, e per il 70% la crisi ha cambiato le modalità di gestione della clientela, per la quale servono più adeguate tecnologie collaborative e un investimento nella formazione. 

Micro e piccole strutture non hanno dedicato risorse all’innovazione digitale

Nel 2020 il 31% degli studi professionali ha investito oltre 10mila euro in tecnologie digitali (+6% rispetto al 2019), il 36% fra 3mila e 10mila euro, il 17% fra mille e 3mila e il 12% meno di mille euro. Il 4%, composto quasi totalmente da micro e piccole strutture, non ha dedicato risorse all’innovazione digitale, esponendosi a ulteriori rischi di marginalizzazione in un periodo in cui la tecnologia è risultata ancor più abilitante per lo svolgimento delle attività lavorative.
Gli studi multidisciplinari sono la categoria che ha investito di più (in media 25.300 euro), seguita da commercialisti (12.100 euro), consulenti del lavoro (10.100 euro) e avvocati (8.700 euro). Questi ultimi hanno anche aumentato maggiormente la spesa digitale (+29,9%).

Fatturazione elettronica e applicazioni per videochiamate le tecnologie più adottate

Le tecnologie più presenti in tutte le categorie professionali sono la fatturazione elettronica e le applicazioni per le videochiamate. Quasi un commercialista su due punta sull’e-learning (49%), mentre è ancora limitato l’investimento nei canali digitali, con solo il 39% che ha un sito proprietario e il 25% che è presente sui social media.
Limitata ma in miglioramento la presenza digitale dei consulenti del lavoro (il 45% ha un sito e il 27% uno o più account social), che risulta invece più sviluppata fra gli avvocati (il 54% ha un sito e nel 36% è presente sui social) La VPN invece è la terza tecnologia più adottata dagli studi multidisciplinari (61%), che hanno anche la presenza digitale più strutturata: il 59% ha un sito web, il 40% almeno un account social.

Meglio lo smart working che una promozione sul lavoro

Lo smart working da soluzione di emergenza a nuova normalità, anzi di più: a condizione perfetta per il lavoro la work life balance. A sostenerlo arriva una nuova ricerca condotta fra i dipendenti del Regno Unito, ma è assai probabile che i risultati siano assimilabili anche nel resto d’Europa e in Italia. Più nel dettaglio, si scopre che la metà dei dipendenti inglesi accetterebbe una riduzione dello stipendio mentre i due terzi degli intervistati rinuncerebbe a una promozione pur di continuare a lavorare da remoto. Solo il 16% dei dipendenti vorrebbe tornare in ufficio a tempo pieno, confermando la validità dell’approccio dell’Everywhere Workplace.

Cosa piace del lavoro da remoto…

Entrando nel merito dei risultati, si scopre che il sondaggio condotto da Ivanti Inc., piattaforma di automazione, fra i lavoratori inglesi fa emergere che il 66% degli intervistati dichiara che preferirebbe lavorare da remoto anziché ricevere una promozione e quasi la metà (49%) ha affermato che accetterebbe una riduzione dello stipendio in cambio della possibilità di lavorare da remoto. Confermando ulteriormente il desiderio di lavorare a distanza, solo il 16% degli intervistati ha sostenuto di voler tornare in ufficio a tempo pieno in futuro. Gli aspetti che più piacciono del lavoro a distanza sono la riduzione da stress (42%), il risparmio di tempo (48%) e un migliore equilibrio lavoro-vita privata (45%). 

… e cosa no 

Di contro, le principali preoccupazioni sono legate a una minore attività fisica durante la giornata (40%), l’assenza di interazioni con i colleghi (44%) e il restare troppe ore davanti allo schermo (33%). Però la gran parte di chi ha risposto al sondaggio (il 55%) ha affermato di aver registrato un notevole aumento del proprio buonumore.

La soluzione? Forse una modalità ibrida

Come si può bilanciare ora la modalità di lavoro in remoto e in presenza? L’analisi rivela che il 39% degli intervistati preferirebbe lavorare da casa anche dopo l’emergenza sanitaria, mentre il 41% preferirebbe una combinazione tra casa e ufficio, confermando che questa flessibilità può essere un valido strumento di selezione del personale per le imprese, garantendo al tempo stesso protocolli di sicurezza, formazione e strumenti tecnologici adeguati a proteggere da eventuali cyberattacchi. Le organizzazioni hanno anche bisogno di modernizzare i loro help desk per garantire che i lavoratori da remoto ricevano soluzioni veloci e personalizzate a ogni problema IT. Sono infatti alcuni problemi legati alla tecnologia a preoccupare chi lavora da remoto: basti pensare che il 23,38% degli intervistati ha contattato l’help desk almeno una volta alla settimana.

Twitter, presto arriverà Blue, la versione a pagamento

Le prime indiscrezioni sono apparse qualche settimana fa: Twitter sta per lanciare Blue, la sua versione a pagamento. La piattaforma ha infatti aggiornato le informazioni per la sua app su iPhone e iPad, elencando appunto il nuovo servizio, che al momento però non è attivabile. Il servizio è inserito nella dicitura degli acquisti ‘in-app’, e ha un costo di 2.99 dollari al mese. Stando alle prime indiscrezioni, Twitter Blue permetterebbe agli utenti paganti di modificare i post inviati tramite la funzione ‘Undo’. Questo sarebbe il motivo per cui il fondatore, Jack Dorsey, si è sempre rifiutato di inserire l’opzione nell’app per tutti. Oltre a questa novità, ci sarebbe poi un’interfaccia dedicata alla lettura delle conversazioni più popolari, Reader Mode, con un design votato alla semplicità di visione.

Personalizzare l’icona del social sullo smartphone e la scheda Collections

Un’altra possibilità disponibile per gli utenti paganti sarà quella di personalizzare l’icona di Twitter sullo smartphone. Un’opzione simile a quanto avvenuto in occasione del decimo anniversario di Instagram lo scorso ottobre. Più utile invece ai fini della fruizione la scheda di menu ‘Collections’, dove poter ritrovare velocemente i post salvati, sia personali sia degli altri, a cui ora si accede, solo in parte, con i Segnalibri.

Un nuovo conteggio di visualizzazione del profilo per Super Follows

Nei giorni scorsi Twitter, riporta Ansa, ha aperto le chat audio di Spaces anche agli utenti via desktop, e rimesso in piedi il processo di richiesta della spunta blu di verifica.
Sempre nell’ottica della monetizzazione di alcuni contenuti, Twitter starebbe testando anche un nuovo conteggio di visualizzazione del profilo per il servizio ‘Super Follows’, che fornirebbe una rapida panoramica di quanti abbonati paganti ogni utente ha sulla piattaforma. Il conteggio, come riporta il sito SocialMediaToday, verrebbe mostrato insieme al normale numero di follower.

Una tariffa mensile per accedere a una gamma di contenuti aggiuntivi

Il servizio ‘Super Follows’ che procede parallelo a Twitter Blue, consentirà ai creatori di contenuti, sulla scia di piattaforme come TikTok, un altro modo per generare entrate dirette, addebitando una tariffa mensile che consente ai fan l’accesso a una gamma di contenuti aggiuntivi.
Anche questa opzione è stata anticipata dalla società a febbraio, durante l’incontro annuale con gli investitori. Al momento però non si conosce ancora una data di lancio, né in quali Paesi Twitter Blue sarà disponibile.

Giovani italiane insicure dell’aspetto fisico. Body shaming e social sotto accusa

L’85% delle donne italiane tra i 18 e i 24 anni si sente insicura del proprio aspetto fisico, e il 68% affida la propria autostima al giudizio degli altri. Colpa del body shaming, il principale accusato dell’insicurezza che dilaga tra le donne più giovani.  Queste alcune evidenze emerse da un’indagine realizzata dall’Istituto di Ricerca Eumetra per Kérastase in merito all’autostima e la libera espressione di sé e della propria diversità. 
La ricerca è parte del progetto Kérastase #ManifestYourGreatness, che ha l’obiettivo di promuovere e diffondere un messaggio di inclusione e accettazione di sé, anche attraverso il sostegno dei centri antiviolenza della Fondazione Pangea.

Estremamente influenzate dai canoni estetici imposti dai social media

Il 96% delle donne italiane cita però almeno un elemento di soddisfazione di sé, soprattutto tra gli aspetti che caratterizzano la personalità, come il carattere (52%), le relazioni personali e sociali (53%), il lavoro e l’istruzione (45%). Rispetto a una media nazionale che si attesta intorno al 70%, l’85% delle ragazze tra i 18 e 24 anni però si sente insicura a causa del proprio corpo. Questo perché risultano estremamente influenzate dai canoni estetici imposti dai social media (69%), e quasi la metà di loro (42%) non si sente accettata dalla società in cui vive e affida la propria autostima al giudizio degli altri (68%). Ma se i social da una parte influenzano le donne italiane sui canoni di bellezza, dall’altra risultano un valido alleato per il superamento delle proprie insicurezze (85%).

Il body shaming e la discriminazione

Quanto al body shaming, il 73% delle intervistate afferma di avere assistito in maniera diretta o indiretta a episodi di discriminazione, e tra le motivazioni più diffuse torna prepotente l’aspetto fisico (57% del campione e 66% tra le giovani), seguito dall’orientamento sessuale (32% del campione). Ma cosa fare per arginare il body shaming? Il primo passo è partire dal nucleo familiare (54%) che dovrebbe agire con una adeguata educazione. Rilevante però è anche la richiesta di una maggiore sensibilizzazione da parte della scuola (37% delle giovani), il luogo relegato agli ultimi posti come contesto in cui le giovani donne si sentono accettate (9%) e supportate nel superamento delle insicurezze (2%).

La scuola deve supportare i giovani nella fiducia in sé stessi

La scuola però è ancora un contesto dove si può fare molto di più per abbattere le barriere della diversità, combattere il body shaming e supportare le nuove generazioni nella fiducia in sé stessi, riporta Adnkronos. In ogni caso, l’indagine restituisce una fotografia delle donne ancora fortemente limitate nella propria accettazione, soprattutto le più giovani.
“E ci ha confermato quanto i social – spiega Ana Mesquita, General Manager Kérastase Italia – se da un alto impongono canoni di bellezza perfetta e spesso irraggiungibile, dall’altro possono essere potenti alleati per il superamento di alcune barriere grazie alla condivisione delle proprie esperienze”.

La condizione economica del Paese e quella familiare nel rapporto Eurispes

Rispetto al futuro dell’economia del nostro Paese negli italiani prevale un sentimento di pessimismo: il 53,4% si dice convinto che nei prossimi dodici mesi la situazione è destinata a peggiorare. Ma nonostante i giudizi negativi espressi sull’andamento dell’economia del Paese nel 42,4% dei casi gli italiani riferiscono che la propria situazione economica negli ultimi dodici mesi è rimasta invariata.

Secondo le rilevazioni dell’Eurispes nell’ultimo anno otto italiani su dieci (79,5%) avvertono un peggioramento netto (54,4%) o in parte (25,1%) dell’economia nazionale. L’11,6% ritiene che la situazione sia rimasta stabile, e solo il 3,8% indica un leggero (2,9%) o un netto (0,9%) miglioramento.

Le difficoltà incontrate dalle famiglie

Rispetto al passato sono diminuite le famiglie che devono utilizzare i risparmi per arrivare a fine mese (37,1%) e aumentate quelle che dichiarano di arrivare senza grandi difficoltà a fine mese (44,3%) e di riuscire a risparmiare (27,6%). Tutti segnali positivi, se non ci fosse la tendenza opposta per quanto riguarda l’incremento di coloro che hanno difficoltà a pagare la rata del mutuo (38,2%) e l’affitto (47,7%).

Aumentano di poco invece le percentuali di quanti faticano a pagare le spese mediche (24,1%, +1,8%) e le utenze domestiche (27%, +1,1%).

Rateizzare per fronteggiare le difficoltà

Il 28,5% dei cittadini afferma di essere dovuto ricorrere al sostegno economico della famiglia di origine, ma solo il 14,8% ha chiesto aiuto ad amici, colleghi o altri parenti. Il 15,1% ha fatto richiesta di un prestito bancario e quasi il doppio ha effettuato acquisti rateizzando il pagamento (28,7%). Circa un decimo del campione ha poi dovuto chiedere soldi in prestito a privati non potendo accedere a prestiti bancari (9,4%), tornare a vivere nella casa della famiglia d’origine o dai suoceri (10%), vendere/perdere dei beni (11,4%), accumulare ritardi nel saldare commercianti/artigiani (11,8%). Il 22,4% invece ha pagato le bollette con forte ritardo e il 18% è in arretrato con le rate del condominio. Inoltre, sono molto simili tra loro le percentuali di quanti hanno accettato di lavorare senza contratto (15,4%) o hanno svolto più di un lavoro contemporaneamente (15,1%).

Rinunciare all’istruzione privata per i figli e all’acquisto dell’auto

Sul fronte dei servizi alla persona, fra chi ha figli in età scolare ha rinunciato all’istruzione privata il 41,1%, e nelle situazioni familiari in cui c’era la necessità di una badante ne ha fatto a meno un italiano su tre (33,4%), mentre in poco più di un caso su cinque sono state rimandate le visite mediche specialistiche (22,4%). Per quanto riguarda i consumi, gli italiani hanno rinunciato più spesso all’acquisto di una nuova automobile (37,3%), ma anche alle spese per la casa, come sostituzione di arredi/elettrodomestici (34,5%) o riparazioni/ristrutturazioni (34,2%). Meno frequente il caso in cui è stata rimandata la riparazione del proprio auto/motoveicolo (23,9%).