Così la pandemia ha cambiato le case degli italiani

Il lungo periodo di pandemia ha cambiato moltissime nostre abitudini. E la casa, che mai come in questi mesi è stata vissuta, trasformandosi a seconda dei momenti anche in scuola, ufficio, palestra, ristorante, non poteva che essere coinvolta in questa rivoluzione. Dalla cucina alla zona studio, quindi, gli interni delle nostre abitazioni sono stati ripensati e rivisti per diventare più funzionali. Allo stesso tempo, è cresciuta anche la voglia di circondarsi di mobili e oggetti che “fanno stare bene”, che avvolgono e che coccolano. Lo rivela Silvia Mugnano, sociologa dell’abitare della Bicocca di Milano, che – come riporta l’Ansa – durante il lockdown ha realizzato on line la ricerca #comerestoacasa. L’esperta ha messo in evidenza come, in questa nuova normalità, la cucina sia sempre più un ‘third place’, un luogo ibrido, e che anche se il 75% del campione non si è sentito stretto in casa, in  moltissimi hanno rimodulato gli spazi, ad esempio acquistando scrivanie e mobili per ricavare un piccolo studio casalingo.

Le cucine non devono sembrare cucine

E’ interessante notare quello che afferma l’architetta e designer d’interni Francesca Venturoni, che sempre all’Ansa dichiara che “Le cucine non devono sembrare cucine”, bensì devono assomigliare a un complemento di arredo come un altro. Abolite perciò le cappe e i tradizionali pensili a favore di mobili meglio se sollevati da piedini, così da sembrare delle consolle, e sì anche ai sistemi a scomparsa, che attraverso delle ante permettono di chiudere lo spazio cucina, come se fosse un armadio, facendolo diventare parte del soggiorno. D’altro canto, si fa strada anche un altro trend in decisa controtendenza: la cucina è la protagonista assoluta dello spazio, con colori accesi, conviviali, pensili a giorno, ritorno dell’isola con tavoli lunghi di legno collegati direttamente al piano di lavoro, con attrezzature semi professionali in modo tale da poter lavorare e cucinare.

Cambia anche il modo di cucinare (e di mangiare)

I lunghi mesi trascorsi in casa hanno anche modificato le abitudini in fatto di alimentazione: gli italiani si sono riscoperti chef, e pure per questa ragione c’è stato un vero e proprio boom nella vendita di elettrodomestici e robot da cucina. In sintesi, abbiamo avuto più tempo per preparare i nostri pasti, e abbiamo imparato ad essere più attenti anche all’aspetto nutrizionale dei cibi. Questo ha fatto sì che moltissimi italiani siano ora più selettivi mentre fanno la spesa, scegliendo più alimenti semplici e naturali rispetto a quelli già pronti, e che sia esplosa (o riesplosa) la moda della “schiscetta”. Anche ora, che si è in gran parte ritornati in ufficio, i nostri connazionali preferiscono portarsi i pasti da casa.

Utilizzare il 5G abbassa il livello di emissioni: pari a 35 milioni di auto in meno

Utilizzare la tecnologia 5G sarebbe come togliere dalle strade dell’Unione Europea un’auto su sette, ovvero oltre 35 milioni di veicoli. Il 5G, se usato in quattro settori ad alta intensità di carbonio, come energia, trasporti, manifatturiero ed edilizia, potrebbe infatti creare un risparmio annuale di emissioni tra i 55 e i 170 milioni di tonnellate di CO2.  Si tratta dei risultati di uno studio di Ericsson diffuso in occasione del summit Cop26, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Riprendendo un’analisi di McKinsey, Net-Zero Europe, il rapporto di Ericsson spiega come con la tecnologia di quinta generazione la riduzione totale delle emissioni passerebbe dal 15% al 20% delle emissioni annuali totali del Continente.

Connettività fissa e mobile tra le soluzioni per la riduzione di CO2 

Lo studio di Ericsson sostiene che almeno il 40% delle soluzioni per la riduzione di CO2 adottate nella Ue da qui al 2030 si baserà sulla connettività fissa e mobile. Queste soluzioni di connettività, così come ad esempio lo sviluppo di generatori per produrre energia rinnovabile, potrebbero ridurre le emissioni all’interno del territorio europeo di 550 milioni di tonnellate di biossido di carbonio equivalente (550MtCO2e), ovvero quasi la metà delle emissioni create dall’intero settore energetico nell’Unione nel 2017. E, sempre, nel 2017, l’anno scelto come benchmark dall’analisi, il 15% delle emissioni annuali totali della Ue.

L’implementazione del 5G non è ancora sufficiente

“Nonostante il potenziale in gioco – spiega ancora il rapporto Ericsson – le nuove previsioni sull’implementazione del 5G dipingono un quadro preoccupante per l’Europa”.
Alla fine del 2020, infatti, il 5G copriva circa il 15% della popolazione mondiale. Nel 2027 si stima che la sua diffusione globale sarà circa del 75%. Quindi, solo tre anni prima che le emissioni globali dovrebbero essere dimezzate per rispettare l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 ºC, riporta Ansa.

Entro il 2027 in Europa poco più dell’80% di copertura

Tutto ciò fa emergere la necessità di accelerare l’implementazione del 5G in tutto il territorio europeo per raggiungere gli obiettivi nazionali e comunitari di decarbonizzazione fissati al 2030. In particolare, quanto alla diffusione del 5G, lo studio prevede che il Nord America e il Nord Est asiatico godranno di una copertura della popolazione superiore al 95% entro il 2027.
“Al contrario, l’Europa è destinata a restare significativamente indietro rispetto ai suoi competitor economici – si legge ancora nel rapporto Ericsson – con poco più dell’80% di copertura della popolazione”.

Il 40% dei bambini italiani fornisce informazioni private ad “amici” virtuali

Il 40% dei bambini italiani pur avendo ricevuto consigli e istruzioni da familiari e insegnanti circa i pericoli della rete, condividerebbe senza problemi dati e informazioni personali come indirizzo di casa, scuola e lavoro dei familiari, ad amici virtuali mai incontrati prima. Il rischio che possano incorrere in malintenzionati non è solo ipotetico: il 36% ha ricevuto online proposte di giochi o sfide pericolose da parte di sconosciuti. Si tratta di alcuni dati emersi da un sondaggio di Kaspersky commissionato a Educazione Digitale, che ha coinvolto un campione di 1.833 bambini italiani tra i 5 e i 10 anni, la cosiddetta generazione Alpha.

La generazione Alpha vive in una dimensione ‘onlife’

Non avendo mai conosciuto un mondo senza internet la generazione Alpha vive in una dimensione ‘onlife’, dove la distinzione tra virtuale e reale non esiste. Questa generazione fa un uso quotidiano della rete e considera il web un vero e proprio spazio di socializzazione, un luogo familiare che li accompagna in quasi ogni attività del quotidiano. Infatti, anche quando sono in compagnia dei loro amici, i bambini italiani non si separano mai dai dispositivi: il 43% ha dichiarato di utilizzarli per fare video e foto insieme, mentre il 31% li usa per sfidarsi a giochi online o chattare con altri amici. Solo il 25% preferisce trascorre il tempo insieme ai coetanei giocando senza tablet o smartphone.

Si accede alla rete a un’età sempre inferiore

Bambine e bambini italiani accedono ai dispositivi digitali e a una connessione alla rete in età sempre più giovane. Secondo l’indagine, infatti, il 55% possiede un dispositivo personale, e il 20% lo utilizza più di 2 ore al giorno. Ma cosa piace di più ai bambini degli strumenti digitali? Il 34% dichiara che grazie alla rete e ai dispositivi tecnologici riesce a entrare in un mondo tutto suo nel quale si sente bene e a proprio agio.
La possibilità di conoscere nuovi amici e condividere le proprie giornate è invece il motivo segnalato dal 41%, mentre il 19% riconosce in questi device la possibilità di imparare cose nuove. Solo al 6% non piace utilizzarli.

“Un amico virtuale è pur sempre un amico”

Nonostante i bambini siano molto bravi nell’uso di smartphone e tablet in realtà non conoscono realmente le potenzialità di questi strumenti, né dispongono della capacità critica che consentirebbe di valutare adeguatamente le conseguenze delle loro azioni online e di quelle degli altri. Tanto che quando è stato chiesto ai bambini se sarebbero disposti a condividere informazioni personali come “dove vivi”, “dove vai scuola” o “che lavoro fanno i tuoi genitori” con amici virtuali mai incontrati prima, il 40% ha affermato che risponderebbe tranquillamente “perché un amico virtuale è pur sempre un amico”. Il 18% risponderebbe senza dare troppi dettagli, mentre solo il 42% ha affermato di essere consapevole che queste informazioni non andrebbero mai date agli sconosciuti.

Mercato del lavoro, in Lombardia crescono i contratti a tempo determinato

Il mercato del lavoro, messo a dura prova dalla pandemia da Covid-19, sembra dare segnali di ripresa, e in Lombardia è sostenuto soprattutto dai contratti a termine, ma anche da quelli stagionali, in somministrazione e intermittenti. Al contrario, le posizioni a tempo indeterminato confermano una dinamica negativa. Nel secondo trimestre 2021 in Lombardia il numero di contratti attivati nel settore privato, secondo dati Inps, è pari a 334 mila, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2020, quando il mercato del lavoro risultava sostanzialmente congelato dalla situazione di emergenza sanitaria. Si tratta di un numero non lontano dai livelli del 2019, quando i contratti attivati nel settore privato erano 351 mila.

Un saldo positivo pari a +70 mila posizioni

Sempre secondo i dati Inps, le cessazioni, pari a 264 mila movimenti in tutto, nonostante la crescita significativa (+38,5%) risultano tutt’ora lontane dai livelli pre-crisi, anche per via delle limitazioni ancora in essere sui licenziamenti nel primo semestre dell’anno. Il risultato è quindi quello di un saldo decisamente positivo, pari a +70 mila posizioni, e in miglioramento sia rispetto al valore registrato un anno fa (-19 mila) sia a quello, pur positivo, del 2019 (+39 mila). Il contributo principale proviene dai contratti a termine, che aumentano di +48 mila posizioni, ma saldi positivi si registrano anche per i rapporti di lavoro stagionali (+14 mila), in somministrazione (+12 mila) e intermittenti (+11 mila), mentre si conferma la dinamica negativa delle posizioni a tempo indeterminato (-19 mila).

Calano le ore di Cassa Integrazione autorizzate
Su base annua la variazione delle posizioni lavorative è stimabile in 96 mila unità in più, dato che rafforza la lieve crescita registrata nei primi tre mesi dell’anno (+9 mila) dopo le perdite occupazionali dei trimestri precedenti. Il miglioramento del mercato del lavoro è confermato anche dai dati relativi alle ore di Cassa Integrazione autorizzate, in marcato calo rispetto al picco di un anno fa (-59,9% considerando anche quelle autorizzate nei Fondi di Solidarietà), sebbene su livelli storicamente ancora elevati.

Imprese ancora caute nelle assunzioni a tempo indeterminato

“L’occupazione in Lombardia si sta riprendendo e il percorso di uscita dalla crisi appare evidente nel primo semestre dell’anno – commenta Gian Domenico Auricchio, Presidente di Unioncamere Lombardia -. Le imprese però sono ancora caute nelle assunzioni a tempo indeterminato e i riflessi positivi della ripresa sono prevalentemente concentrati nelle nuove assunzioni a tempo determinato, nei contratti di somministrazione e in altre forme di lavoro meno impegnative nel medio e lungo termine”.

Lavoro, per i giovani talenti conta la stabilità

A cosa puntano i giovani talenti per quanto riguarda il loro futuro professionale? A sorpresa, gli obiettivi principali sono lo stabilità e, in seconda battuta nonché molto meno sorprendente, a poter raggiungere guadagni elevati. Insomma, il desiderio di una carriera “avventurosa” non c’è più, a fronte del desiderio – fatte le dovute proporzioni – del “vecchio posto fisso”. A dirlo è il report annuale di Universum su professioni e datori di lavoro, realizzato intervistando oltre 220mila studenti universitari di economia, ingegneria e informatica in 10 delle maggiori economie mondiali. Oltre a indagare i desiderata delle nuove leve lavorative, il rapporto ha esplorato quali siano le aziende preferite e desiderate dagli studenti Stem una volta concluso il loro ciclo di studio. E si scopre così che ai vertici ci sono solo colossi.

Come è cambiato l’approccio al lavoro

Questo cambio di rotta – la voglia di stabilità sul posto di lavoro, anche per i più giovani – è sicuramente frutto della sensazione di insicurezza indotta dalla pandemia da Covid-19 che tanti sconvolgimenti ha portato nelle nostre vite. In quest’ottica si inserisce il desiderio di sicurezza professionale, che spinge quindi a preferire percorsi professionali in realtà consolidate piuttosto che in start-up dal futuro più incerto. Allo stesso modo, cala l’appeal delle carriere all’interno di multinazionali, proprio perchè l’emergenza sanitaria ha reso più difficile i viaggi e la mobilità in generale. “Cercare stabilità e sicurezza è tipico durante una recessione economica, così come la riduzione d’interesse verso le startup, solitamente caratterizzate da un rischio più elevato”, spiega Richard Mosley, Global Client Director di Universum. “Questo è probabilmente il motivo per cui le aziende innovatrici e più affermate come Amazon e IBM sono state le maggiori vincitrici nelle classifiche”.

Le aziende preferite dagli studenti Stem

Il report ha anche stilato una classifica delle aziende considerate ideali dai giovani talenti come “casa” professionale”. Ai primi tre posti della lista generale – valida cioè per tutti i laureati dei tre diversi percorsi di studi, economia, ingegneria e informatica – si piazzano i big della tecnologia: nell’ordine, Google, Microsoft e Apple. Al quarto posto c’è Deloitte, polo di superconsulenza, mentre al quinto si colloca il Gruppo L’Oreal. Appena fuori dalla top five, al sesto posto, c’è Amazon. Per completezza, le ultime quattro posizioni della classifica sono occupate rispettivamente da EY (Ernst & Young), KPMG, JP Morgan e PwC (PricewaterhouseCoopers). 

Il turismo riprende a correre: +70% di annunci di posti di lavoro

Dopo il fermo obbligato dalla pandemia e le difficoltà connesse alle tante limitazioni, il settore del turismo ricomincia a prendere fiato. La riprova, oltre alla possibilità di viaggiare che via via si allarga a nuove destinazioni, è il boom di offerte di lavoro nel comparto del turismo e dell’ospitalità. Lo certifica il sito per la ricerca di lavoro Indeed, che ha appena diffuso i dati relativi a questo specifico segmento professionale.

Recupero con sprint sul 2020

Come precisa l’analisi del portale, gli annunci di lavoro e le ricerche contenenti keyword come ‘turismo’ e ‘ospitalità’ hanno recuperato e superato i livelli del 2020, anno in cui gli annunci nel settore turistico sul portale sono diminuiti del 40%. Nel 2021 si è verificato un rimbalzo, con un aumento del 70% rispetto allo stesso periodo del 2020. In crescita anche i click degli utenti sui lavori legati al turismo, in aumento del 96% rispetto allo scorso anno. 

Più offerte, meno ricerche

Un altro elemento interessante è che, a fronte di un aumento di offerte di lavoro, sono invece diminuite del 2% le richieste. Secondo gli esperti del sito, si tratta di una dimostrazione del fatto che chi opera nel turismo ha capacità trasversali e che quindi ha saputo “riciclarsi” anche in altri ambiti. Ancora, ciò significa che il comparto del turismo ha perso un po’ di smalto per quanto riguarda la sua capacità di attrazione. In sintesi, è un mondo che deve recuperare in termini di appeal professionale.

“Il turismo e l’ospitalità sono la spina dorsale di molte regioni d’Italia”

“E’ incoraggiante vedere che i posti di lavoro nell’industria del turismo quest’anno hanno subito un rimbalzo così forte, speriamo che questo trend continui. Il turismo e l’ospitalità sono la spina dorsale di molte regioni d’Italia e sono vitali per i lavoratori stagionali. Il turismo conta per 1 posto di lavoro su 10 in tutto il mondo. Data la sua natura di settore ‘labour-intensive’, il turismo gioca un ruolo importante per l’occupazione, anche in virtù dell’’effetto moltiplicatore’ che determina nello sviluppo di posti di lavoro nelle regioni rurali e non solo. Tale effetto si verifica anche nelle città più grandi, come Roma e Venezia, in settori come l’arte e la cultura, che sovente dipendono dall’arrivo di turisti internazionali” ha dichiarato Dario D’odorico, responsabile di Indeed per il mercato Italia. I prossimi mesi saranno determinanti per comprendere meglio la tenuta e l’attrattività del turismo italiano.

Che cosa è il cancro al seno?

In primo piano

Il cancro al seno, detto anche tumore della mammella oppure carcinoma mammario, è una patologia legata all’incontrollata nascita di nuove cellule che fanno parte della ghiandola mammaria, le quali si trasformano in cellule maligne.

Ci sono alcuni sintomi che solitamente rappresentano dei veri e propri campanelli d’allarme e indicano la presenza di questa malattia.

In genere questi sono i noduli, anche se la maggior parte di questi è innocua, così come eventuali piccole calcificazioni e secrezioni che avvengono nel capezzolo.

Sono questi in genere i sintomi che possono lasciar pensare che sia necessario andare ad effettuare ulteriori approfondimenti diagnostici per riuscire a capire se veramente ci troviamo di fronte a questa patologia o meno.

Ricordiamo comunque che la prevenzione rappresenta il più importante strumento per avere maggiori possibilità che le cure abbiano il successo sperato.

L’autopalpazione

Ad ogni caso, è sempre importante ricordare che la prevenzione è fondamentale e che rappresenta l’arma più importante a disposizione di ogni donna per poter riuscire ad individuare con tutto l’anticipo possibile un eventuale patologia e avere molte più probabilità di guarire con successo.

A tal proposito, l’autopalpazione rappresenta una delle più importanti tecniche a disposizione per individuare in anticipo eventuali noduli o anomalie nel seno. Si tratta di una tecnica assolutamente indolore che può essere messa in pratica da qualsiasi donna in ogni momento della giornata, in completa autonomia e senza alcun tipo di strumento.

Essa prevede semplicemente la palpazione del seno in tutte le sue parti, incluse le cavità ascellari, per andare alla ricerca di eventuali indurimenti, noduli o corpi estranei che siano percepibili al tatto.

L’autopalpazione è considerata dai medici come il primo strumento di prevenzione e per questo la sua importanza non è da sottovalutare. Ogni donna dovrebbe praticarla superati i 30 anni, associandola chiaramente ad una visita periodica presso uno specialista, magari cercando un esperto senologo a Milano.

Il fenomeno in Italia

Quello del seno è un tipo di tumore che in Italia riguarda una donna su nove. Inoltre, nel corso degli ultimi anni c’è da registrare una maggiore incidenza su quella fascia di persone che va dai 35 ai 55 anni.

Ancora una volta Importante è sottolineare quanto sia bene fare delle visite periodiche, e comunque l’autopalpazione, così da poter andare a lavorare sulla malattia nella sua fase iniziale.

Essa infatti consente di avere maggiori possibilità di successo e dunque il riuscire ad avere ottime probabilità di guarire.

Ci sono dei fattori di rischio?

Sicuramente ci sono dei fattori di rischio da considerare nel tumore del seno. Tra questi certamente l’età, in quanto il rischio aumenta progressivamente assieme all’età.

C’è anche una forte componente familiare, in quanto se in famiglia vi è una certa casistica di tumore alla mammella è possibile che anche le nuove generazioni vadano a sviluppare questa patologia, ragion per cui diventa ancora più importante effettuare i controlli periodici.

Ci sono inoltre dei fattori ereditari che riguardano la mutazione di alcuni geni, i quali vanno ad aumentare il rischio di poter sviluppare il tumore al seno.

Incidono anche l’obesità e l’inizio della menopausa in età tarda, ovvero dopo 55 anni. Incidono in maniera minore l’abuso di alcool e l’aver avuto il primo figlio dopo i 35 anni.

Conclusione

Come in tutte le cose dunque, è importante ricordare che la prevenzione è in grado di salvare la vita proprio perché permette di diagnosticare con grande anticipo un eventuale patologia.

In questa maniera è possibile accedere a cure meno invasive e che soprattutto hanno probabilità di guarigione molto più alte dato che si è iniziato a lavorare sulla malattia con grande anticipo, prima ancora che essa abbia avuto l’opportunità di far danni.

L’eBike traina il mercato delle bici e il settore… pedala

Mai come in questo ultimo periodo gli italiani si sono avvicinati a nuovi sistemi di mobilità, e in moltissimi hanno riscoperto l’appeal della bicicletta, meglio ancora se elettrica. Tanto che la filiera delle due ruote ha ottenuto risultati record, raggiungendo addirittura un valore di 9 miliardi di euro. Ecco la “fotografia” del comparto della bici, che si è evoluto dalla mountain bike degli anni Novanta alle nuove eBike da città per essere sempre più green. Cambiano i costumi e le mode ma non la passione per le due ruote che in Italia hanno un mercato sempre più esigente e raffinato. La produzione e la vendita di biciclette Made in Italy non ha nulla da invidiare ad altri comparti manifatturieri: dopo una fase di contrazione, che ha caratterizzato l’industria delle due ruote tra fine degli anni Novanta fino al 2017, causa delocalizzazione delle filiere e calo della domanda interna, dal 2018 a oggi la produzione italiana segna +20% grazie proprio al fenomeno della bicicletta elettrica trainata dalle nuove politiche di mobilità sostenibile e dallo sprint ecologico degli stessi abitanti, cittadini e turisti. 

Un ecosistema composto da 2.900 imprese

Le cifre emergono dall’ultimo Market Watch di Banca Ifis, che ha tracciato i confini dell’ecosistema della bicicletta: una filiera che conta circa 2.900 imprese per 17 mila addetti e produce ricavi per 9 miliardi di euro annui. La buona notizia, stando all’analisi, è che nel biennio 2021-2022 un’industria su due prevede un aumento dei ricavi e solo il 10% stima una contrazione. Un segnale di un comparto che cresce sull’onda dell’innovazione e dell’impronta sostenibile: nel 2020 sono state prodotte in Italia oltre 3 milioni di bici, +20% rispetto al 2018.

Un comparto innovativo

Nel 2020 il 90% dei produttori italiani ha aumentato o lasciato invariata la quota destinata agli investimenti. Digitale, sostenibilità e ricerca sono ai primi posti nei piani di investimento. Stando al campione, nel biennio 2021-2022, il 45% degli imprenditori intende ampliare i mercati di riferimento e il 29% punterà anche a rinnovare l’offerta. Il mercato è vivace con una forte richiesta di prodotti più economici e più tecnologici. Sul fronte eBike, negli ultimi 5 anni in Italia, si sono quintuplicate le vendite di biciclette elettriche, passando da poco più di 50.000 pezzi annui ai 280.000 del 2020, il 14% del totale venduto. L’80% dei distributori prospetta un aumento anche nel biennio 2021-2022. Il 90% dei produttori è sicuro che l’eBike sarà una rivoluzione duratura della mobilità per la crescente attenzione alla sostenibilità, gli incentivi all’acquisto e all’innovazione che porta modelli sempre più leggeri e performanti.

In un anno raddoppia il numero di attacchi ai dispositivi IoT

I dispositivi IoT (Internet of Things) smartwatch, serrature, fitness tracker e molti altri sono ormai ovunque. Secondo gli analisti del mercato IoT, ogni secondo vengono connessi a Internet 127 nuovi dispositivi. Dato il numero elevato, questi dispositivi attirano l’attenzione non solo degli utenti entusiasti ma anche dei criminali informatici. Durante i primi sei mesi del 2021 gli honeypot di Kaspersky, software che imita un dispositivo vulnerabile, hanno rilevato oltre 1,5 miliardi di attacchi indirizzati a dispositivi IoT. Il numero è raddoppiato rispetto al semestre precedente.

Barattoli di miele virtuali per catturare i cybercriminali

Per tracciare e prevenire gli attacchi contro i dispositivi smart, gli esperti di Kaspersky hanno creato degli honeypot, letteralmente “barattoli di miele”. Si tratta di software speciali che imitano un dispositivo vulnerabile. Distribuiti pubblicamente su Internet, gli honeypot simulano i dispositivi reali e funzionano come trappole per i criminali informatici. Secondo l’analisi dei dati raccolti dagli honeypot creati da Kaspersky, c’è una tendenza costante all’aumento del numero di attacchi ai dispositivi IoT. Nel primo semestre 2021 il numero totale di tentativi di infezione è arrivato a 1.515.714.259, mentre nei sei mesi precedenti ne sono stati registrati 639.155.942.

Crescono gli attacchi provenienti dall’Italia

Nella maggior parte dei casi, i tentativi di connessione hanno utilizzato il protocollo telnet (utilizzato per accedere a un dispositivo e gestirlo da remoto), mentre i restanti hanno utilizzato SSH e web. Anche il numero di attacchi IoT provenienti dall’Italia ha subito una notevole crescita nell’ultimo periodo, con un incremento del 93%. Nel secondo semestre del 2020, infatti, il numero di attacchi registrati ammontava a 1.892.200, mentre nel primo semestre del 2021 il dato è raddoppiato, raggiungendo i 3.650.500. I criminali informatici che prendono di mira i dispositivi IoT tengono i loro toolset sempre aggiornati. Gli esperti di Kaspersky segnalano che sempre più exploit vengono usati come arma dai criminali informatici, e che i dispositivi infetti vengono spesso utilizzati per rubare dati personali, per il mining di criptovalute, e per i più tradizionali attacchi DDoS.

Installare una soluzione di sicurezza affidabile

“Da quando i dispositivi IoT, come smartwatch e accessori smart per la casa, sono diventati una parte essenziale della nostra vita quotidiana, i criminali informatici hanno sapientemente spostato la loro attenzione in quest’area – commenta Dan Demeter, security expert di Kaspersky -. Abbiamo notato che gli attacchi si sono intensificati con l’aumento dell’interesse degli utenti verso questo tipo di dispositivi. Le persone credono di non essere abbastanza importanti per essere vittima di un hacker, ma nell’ultimo anno abbiamo potuto osservare un grande aumento degli attacchi verso i dispositivi IoT. La maggior parte di questi attacchi si può prevenire, ecco perché consigliamo ai possessori di smart home di installare una soluzione di sicurezza affidabile, che li aiuti a proteggersi”. 

Per aumentare la produttività al lavoro serve… un sonnellino

Qualche piccolo pisolino anche sul luogo di lavoro può aumentare in maniera significativa la produttività. In effetti, gli esempi di sonnellini illustri non mancano: innovatori e geni come Albert Einstein, Leonardo Da Vinci, Thomas Edison e Winston Churchill si concedevano una breve pennicchella per rinfrescare la mente e ricaricarsi di energie preziose. E la validità di questo sistema è sempre più condivisa, tanto che il 6% delle organizzazioni statunitensi, tra cui The Huffington Post, Nike e Pizza Hut, ha iniziato a fornire stanze per il pisolino ai propri dipendenti. Postazioni per i sonnellini, amache e persino suite per i pisolini si sono fatte strada anche negli aeroporti, nelle università e nei centri commerciali. Insomma, il sonno extra è un toccasana per produrre di più e meglio.

Cosa dice la scienza

Dormire un po’ può aiutare a combattere le sfide di un lavoro particolarmente impegnativo. La scienza lo conferma: secondo la rivista Sleep, la mancanza di sonno costa alle aziende statunitensi ben 63 miliardi di dollari di perdita di produttività ogni anno. Un problema a cui si potrebbe ovviare semplicemente con una pennichella. La ricerca mostra che anche un pisolino di 30 minuti può migliorare la memoria e aumentare la concentrazione. Ma il pisolino serve anche ad abbassare i livelli di stress: quando si dorme, il cervello elabora i sentimenti e le esperienze vissuti durante il giorno. Di conseguenza, se il sonno viene interrotto o è troppo breve, rimangono più emozioni negative che positive. Diversi studi illustrano l’impatto benefico che ha sulla salute un basso livello di stress e, di conseguenza, sulle prestazioni lavorative. Il sonnellino può ridurre l’ansia e la depressione a livello chimico, riducendo al minimo i livelli di cortisolo (un ormone che eleva la glicemia). In sintesi, un breve sonnellino può rivelarsi la “medicina” migliore per contrastare lo stress e ritrovare la concentrazione.

A proposito di concentrazione e memoria

Dormire, anche solo per una ventina di minuti, può avere un effetto positivo sulla memoria. Uno studio della Nasa ha scoperto che il pisolino migliora attivamente la memoria sul lavoro, il che comporta la focalizzazione dell’attenzione su un compito mentre si tengono in memoria altre mansioni. Certo, pochi di noi hanno ruoli importanti come quelli di chi deve guidare una missione spaziale, ma la “tecnica” funziona ovviamente anche se si devono eseguire compiti più “normali”. Non resta che provare… schiacciando un pisolino.